Internet parla cinese e apre ai nuovi domini “dot brand”

Internet parla cinese e apre ai nuovi domini “dot brand”

Scordatevi i classici domini .com, .it o .uk dʼora in avanti i nuovi indirizzi potranno terminare in .apple, .hotel, o perché no .ۈش, .πεχ e così via. La Rete apre a due cambiamenti: lʼintroduzione di domini di primo livello “dot brand” e in caratteri non latini. Fino alla metà di aprile, lʼIcann (Internet Corporation for Assigned Names e Numbers), ovvero lʼente internazionale no-profit, che si occupa di assicurare lo sviluppo e la sicurezza di Internet e di assegnare gli indirizzi Ip, darà la possibilità di registrare suffissi personalizzati nei quali sia contenuto il nome dellʼazienda o caratteri appartenenti ad alfabeti diversi.

E così dopo 27 anni finisce il monopolio del “dot com”: affianco a suffissi nazionali, come .it, .uk, e agli altri 22 suffissi riconosciuti, come .info, .gov, potremo trovare terminazioni come .pepsi o .microsoft. La scelta è il risultato di una duplice necessità: da una parte offrire nuove possibilità a quei gruppi che desiderano una maggiore personalizzazione, dallʼaltra aprirsi totalmente al panorama globale cui il mondo della rete si rivolge. «Internet – ha commentato il presidente e amministratore delegato di Icann, Rod Beckstrom, – è stato sviluppato inizialmente negli Stati Uniti ed era americano al 100%, ora sta diventando 100% globale».

Non è più possibile ignorare che la metà degli utenti vive in Asia e che di questi, quasi 500 milioni si trovano in Cina. «È un paradosso che oggi non ci sia un singolo dominio generico di primo livello scritto in caratteri cinesi o arabi», ha continuato Beckstrom. «Grazie al nuovo programma, per la prima volta organizzazioni di Pechino, di Nuova Delhi o del Qatar potranno fare domanda per nomi di dominio nei propri alfabeti. Gli utenti di queste aree geografiche vogliono lʼaccesso a queste risorse, si rendono conto che è un loro diritto e non è giusto aspettare oltre». Oltre a questi nuovi soggetti, secondo gli esperti , fra i primi a fare domanda ci saranno compagnie private e grandi città. Un primo esempio di dominio personalizzato risale all’anno scorso, quando grazie alla campagna “Let’s be adult about it” è stata introdotta la terminazione .xxx per individuare siti a contenuto pornografico. Dopo nove mesi sono già 250mila i siti registrati in questo modo.

Le novità lanciate da Icann hanno subito destato polemiche e preoccupazioni. Per molti maggiore libertà potrebbe voler dire maggiori rischi di cybersquatting, ovvero lʼattività di registrare un dominio corrispondente a nomi o a marchi altrui, con lo scopo di trarne poi profitto con la compravendita. Molte aziende potrebbero quindi scegliere di sborsare grosse cifre per evitare lʼacquisto di indirizzi riconducibili al proprio brand da parte di altri soggetti. Jon Leibowitz, presidente della Us Federal Trade Commission, lʼorganizzazione americana che si preoccupa di difendere I diritti dei consumatori, ha dichiarato di vedere «enormi spese e non altrettanti benefici». E sono molti anche i grandi gruppi, come Coca Cola e Johnson & Jhonson, preoccupati che questo cambiamento porterà solamente una crescita dei costi, maggiore confusione per gli utenti e il rischio di possibili frodi. Preoccupazioni arrivano anche dal mondo della politica: sia le nazioni Unite che il Fondo Monetario internazionale hanno chiesto all’Incann di preservare indirizzi come .un o .imf, mentre il senatore democratico americano Jay Rockefeller ha chiesto di limitare il numero di nuovi domini.

Dal canto suo Icann ha dichiarato che prenderà in esame le osservazioni fatte e che effettuerà controlli rigidi, ma va avanti. Le richieste per i nuovi nomi verranno accolte fino al 12 aprile 2012, seguirà un periodo di valutazione di 8 mesi, per arrivare nel 2013 al lancio dei primi siti con le nuove terminazioni. Quattromila le richieste attese. Poche? Non se si considera il costo per creare un dominio personalizzato: 185mila dollari, ovvero 145mila euro, decisamente non alla portata di tutti.

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