L’Iran come la Corea del Nord: vuole “chiudere” internet

L'Iran come la Corea del Nord: vuole "chiudere" internet

A un anno dallo scoppio della primavera araba, con il ruolo storico che hanno svolto social network come Twitter, Facebook e YouTube, lʼIran continua a coltivare il suo progetto: una internet chiusa, “ripulita” da siti e applicazioni scomode. Un grande recinto sorvegliato 24 ore su 24 e “halal”. Conforme, cioè, ai valori etico-morali dellʼIslam. Da Teheran fino ad ora è trapelato pochissimo. Ma i blogger e i cittadini iraniani temono il grande passo: dalla censura selettiva di pagine web applicata finora, alla trasformazione di internet in intranet. Un microcosmo sconnesso dal resto del mondo.

I sospetti sembrano legittimi. Già nel dicembre 2010 il ministro delle Comunicazioni Reza Taghipour ha auspicato una rete “pulita” e «libera da contenuti immorali, incoraggiamenti allʼateismo e controversie in grado di dividerci». Lo scorso ottobre gli iraniani hanno navigato, per qualche ora, a singhiozzo e a una lentezza mai sperimentata prima. È stato lo stesso ministro Taghipour a fornire una spiegazione: «Stiamo lavorando per cambiare lʼinfrastruttura della nostra rete. Sono opere necessarie per sviluppare una internet pulita». Lʼaltro termine utilizzato dal regime è «internet nazionale». Concetti minacciosi, ma anche abbastanza fumosi.

Nel concreto, lʼIran potrebbe seguire lʼesempio della Corea del Nord. Dove il regime ha creato una internet in miniatura, lʼunica alla quale tutti i computer nazionali possono connettersi. «La rete nord coreana è davvero minuscola: parliamo di una trentina di siti o poco più» spiega Corrado Druetta, giurista e autore, insieme ad Andrea Cairola, del progetto “Freedom of expression online” del centro Nexa (Politecnico di Torino). «Tra lʼaltro la Corea del Nord non ha neanche un proprio dominio nazionale: i siti sono ospitati su domini americani, tedeschi e di altri paesi». Alla richiesta di rilasciare il dominio.nk finora lʼIcann ha fatto orecchie da mercante.

Il gigante persiano, però, ha poco in comune con la Corea del Nord. Non è solo questione di numeri: la Repubblica Islamica ha 36,5 milioni di utenti internet, un tasso di penetrazione del 47%, il più alto nel Medio Oriente dopo Israele (70%). Spiega Druetta: «Al contrario dellʼIran il regime coreano ha imposto da decenni una chiusura quasi totale verso lʼesterno e, soprattutto, ha recintato internet in tempi non sospetti, quando molte potenzialità non erano ancora sviluppate. Gli iraniani invece conoscono al 100% il potere della rete e lʼhanno dimostrato nel corso delle rivolte del 2009. Come reagirebbero se il regime gliela imbrigliasse da un giorno allʼaltro? Se il progetto del governo dovesse avere successo – conclude il giurista – sarebbe una perdita enorme per tutti: immaginate una grande nazione, culturalmente effervescente, che scompare dalla rete internet mondiale».

Una cosa è certa: il disegno della teocrazia ha bisogno di soldi, molti soldi, per essere realizzato. Non tanto per mettere in piedi lʼinfrastruttura, quanto per sorvegliarla 24 ore su 24. Dʼaltra parte il modello di censura cinese non è meno dispendioso, anzi. Lʼinternet “armonioso” dellʼantico Impero di Mezzo presuppone che migliaia di occhi controllino, giorno e notte, i movimenti online dei cittadini. La censura di Pechino è tanto efficiente anche grazie allʼimmenso potere economico che la sostiene. Per entrare nel ricchissimo mercato cinese, anche i giganti americani della web-economy come Google, Yahoo e Apple devono piegarsi e accettare il compromesso.

Il “great firewall”, la Grande Muraglia virtuale messa in piedi dalla Cina, è in realtà un mix tra diverse tecniche di censura. Talvolta anche molto raffinate e utilizzate da altri regimi, compreso quello iraniano. Una di queste è il null routing: quando un cittadino cinese cerca di accedere a un sito off-limits, «il sistema semplicemente ignora la richiesta del router da cui è partita. Risultato: il sito rimane in carica per molto tempo fin quando non appare una pagina di errore», spiega Simone Basso, fellow del Nexa e dottorando al Politecnico di Torino. Cʼè anche una variante più subdola: anziché visualizzare lʼerrore, lʼutente viene indirizzato a un sito “di cartapesta”, identico a quello che cercava, ma controllato dalla censura. Che in questo modo può osservare il comportamento del cittadino monitorato.

Tecniche diverse che si basano su uno stesso principio: la deep packet inspection. In cosa consiste? «È come se un postino, anziché limitarsi a leggere lʼindirizzo di destinazione e imbucare le lettere, le aprisse tutte quante per controllare se ci sono parole o argomenti sconvenienti – spiega ancora lʼinformatico Simone Basso – Il postino potrebbe strapparle e gettarle via, oppure richiuderle, imbucarle e denunciare tutto alla Polizia. Tutto questo accade automaticamente: il postino è un router, mentre la lettera è un pacchetto di dati».

Le vie della censura sono (quasi) infinite, ma non è detto che una dittatura scelga la migliore. In Iran potrebbe essere troppo tardi per applicare il modello chiuso nord-coreano, ma è anche vero che la via cinese, fino ad ora, non ha dato grandi risultati. «Diciassette milioni di iraniani sono iscritti a Facebook nonostante il regime cerchi di impedire loro lʼaccesso. Questo significa che gli sforzi fatti fino ad ora per bloccare il social network sono stati un fallimento totale». Non lʼha detto un dissidente ma Mehdi Jafari, il capo dellʼarea tecnologica delle milizie studentesche Basij, un corpo para-militare fedelissimo alla teocrazia.

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