Ma quale Risorgimento? Al Nord studino i Savoia, al Sud i Borbone

Ma quale Risorgimento? Al Nord studino i Savoia, al Sud i Borbone

La storia italiana? Tutta da ristudiare. Regione per regione, presto ogni istituto scolastico potrebbe essere libero di reinterpretare la memoria comune del nostro Paese. In base al «contributo» offerto dalla propria comunità locale. Largo ai nuovi saperi: se il progetto della deputata leghista Paola Goisis diventerà legge, le materie in pagella cresceranno di numero. E i più giovani dovranno iniziare a studiare il dialetto e la storia locale. Merito della proposta di legge “Disposizioni per l’insegnamento delle specificità culturali, geografico-storiche e linguistiche delle comunità territoriali e regionali”. Un testo presentato a Montecitorio nel 2008, in questi giorni all’esame del comitato ristretto della commissione Cultura della Camera.

La scuola diventa federalista. «Lo studio di geografia e storia – si legge nella presentazione del documento – dovrà essere sempre più specializzato e dettagliato relativamente alle realtà regionali». Un cambiamento con qualche piccolo effetto collaterale. «Il Risorgimento stesso – viene spiegato – deve essere ri-studiato su basi anche regionali». Insomma, a ogni scuola la “sua” Unità d’Italia. «Lo studio della realtà “Sabauda” per gli studenti del Piemonte può assumere un’importanza non inferiore a quella che riveste lo studio della realtà “Borbone” per gli studenti delle regioni meridionali o del califfato arabo e dei ducati normanni per gli studenti della Sicilia».

Resta un dubbio. Se gli studenti piemontesi approfondiranno la storia sabauda e quelli meridionali le vicende borboniche, arrivati al Risorgimento cosa studieranno i liceali di Trento e Trieste? Probabilmente salteranno l’intero capitolo. Andrà meglio ai coetanei romani. Almeno loro – la Capitale è stata annessa al Regno d’Italia solo nel 1870 – potrebbero cavarsela con una riduzione del programma. Per Giovanna Melandri, ex ministro ed esponente Pd in commissione Cultura, di questo passo rischia di venire meno la memoria storica condivisa del Paese. L’essenza stessa della comunità nazionale. «Ci troviamo davanti a un delirio – racconta – Al tentativo provocatorio di riscrivere la storia. E nel caso della Lega Nord non è la prima volta». La veneta Paola Goisis, di mestiere insegnante di storia alle superiori, taglia corto: «Ma insomma – spiega – perché i nostri ragazzi devono imparare a memoria i nomi dei sette re di Roma e non quelli dei dogi veneziani?».

Al centro delle polemiche anche la tempistica dell’iter: la proposta di legge ha iniziato il suo percorso alla Camera proprio nell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Una ricorrenza costruita ad arte, secondo la deputata leghista. «Le celebrazioni dello scorso anno – racconta Paola Goisis al telefono – non hanno presentato il Risorgimento in maniera veritiera». Troppe manifestazioni: «Mi sembra che sia stato tutto un po’ enfatizzato». Se il suo progetto diventerà legge, almeno gli studenti saranno meno suggestionabili. Ogni istituto scolastico potrà presentare la storia d’Italia come meglio crede. «L’obiettivo è raccontare ai giovani la verità – continua la parlamentare veneta – Dobbiamo aprire gli occhi ai nostri ragazzi e tutelare la memoria storica di ogni regione. Perché quando i Savoia sono scesi al Sud hanno fatto man bassa delle culture e delle libertà di quelle terre. Eppure nessuno oggi racconta la storia del brigantaggio». Giovanna Melandri non è d’accordo: «In un paese come il nostro, alle prese con processi di disgregazione sociali e e geografici, ci manca solo il revisionismo storico». Ecco perché la democrat promette battaglia in commissione. «Credo che sia il caso di fermare questa proposta di legge».

Paola Goisis – che un anno fa aveva già presentato un progetto di legge per istituire gli albi regionali degli insegnanti e “localizzare” il corpo docenti – si difende dalle accuse. «Vorrei sgombrare il campo dai timori. Nella mia proposta l’insegnamento della storia e della cultura regionale si affiancherà a un programma didattico comune». Insomma, la storia nazionale non verrà cancellata. Sarà però ridimensionata, dato che le ore di lezione non aumenteranno. «In questo caso – conclude la deputata – gli insegnanti dovranno essere in grado di giostrare bene il tempo a propria disposizione». 

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