Salta la trattativa, la Grecia prende la via dell’Argentina

Salta la trattativa, la Grecia prende la via dell’Argentina

La Grecia si prepara a uno scenario argentino. I negoziati per lo swap del debito greco, parte integrante del secondo piano di salvataggio di Atene, sono deragliati. L’Institute of international finance (Iif), la lobby bancaria internazionale, ha confermato stasera la decisione di prendere «una pausa di riflessione». Il punto più difficile da gestire è il Private sector involvement (Psi), cioè il coinvolgimento diretto (e volontario) dei creditori privati nel corso della ristrutturazione del debito greco. Oggi Pantelis Kapsis, portavoce del governo greco, ha scosso gli investitori parlando dell’imminente introduzione di una clausola di azione collettiva (Collective action clause, o Cac) per forzare l’approvazione delle svalutazioni da apportare alle obbligazioni greche detenute. Una soluzione che ricorda da vicino quella compiuta nel caso dell’Argentina, che dichiarò insolvenza esattamente dieci anni fa.

Negli ultimi giorni la situazione è degenerata. Il tavolo delle trattative fra i creditori privati e il governo di Lucas Papademos è continuato anche oggi, ma non sembrano esserci sviluppi positivi. L’Iif, guidato dal direttore generale Charles Dallara, chiede con forza che il trattamento a loro riservato sia lo stesso dei creditori pubblici. Ma non solo. L’haircut, cioè la svalutazione del valore nominale dei bond ellenici detenuti in portafoglio, non deve superare il 50% previsto dal Consiglio europeo del 26 ottobre scorso. Il tutto sui circa 206 miliardi di euro che i privati hanno nei propri book. Lo stesso concetto, volontarietà compresa, è stato riaffermato dalla Commissione europea nelle ultime settimane. Di contro, il governo greco sa che non ci può essere un consolidamento fiscale sostenibile senza un haircut più pesante. Del resto, pochi giorni fa il direttore generale del Fmi, Christine Lagarde, ha ribadito che, senza una piena adozione del pacchetto del 26 ottobre, «è possibile che siano necessari diversi miliardi di euro in più rispetto alle previsioni».

Le prospettive macroeconomiche non sono buone. L’ultima Dsa (Debt sustainability analysis) del Fmi sulla Grecia non fornisce un quadro positivo per i prossimi anni. A ottobre nelle casse del Tesoro erano rimasti circa 11 miliardi di euro e senza le tranche del primo bailout approvato nel maggio 2010 è quasi sicuro lo scenario peggiore, quello dell’insolvenza. Il debito pubblico greco, secondo il Fmi, è pari a 365 miliardi di euro. Con un haircut del 50% il rapporto debito pubblico/Pil, attualmente al 165%, dovrebbe scendere intorno al 120% sul finale del 2020. Se invece il taglio sul valore dei bond fosse del 60% il debito potrebbe scendere fino al 110% del Pil nello stesso periodo temporale. Tuttavia, come ricorda lo stesso Fmi, senza un accordo sulla base del piano del 26 ottobre scorso, è possibile che ci debba essere un esborso ulteriore di fondi. In particolare, è possibile che nel prossimo decennio occorrano circa 444 miliardi di euro per la sostenibilità del debito ellenico. Senza il supporto del Fmi e senza Private sector involvement (Psi) il debito pubblico potrebbe esplodere. Le stime dell’istituzione di Washington parlano di una scalata fino al 186% del Pil nel 2013 e solo verso la fine del 2020 ci sarà una discesa fino al 152%, soglia valutata come fondamentale per il ritorno di Atene sui mercati internazionali.

Gran parte delle questioni vertono sulla Cac, la clausola di azione collettiva. Con questo stratagemma legale il governo greco può forzare la ristrutturazione del debito detenuto dai creditori privati anche se questi sono contrari. Il portavoce del governo non ha usato mezzi termini. «Sarà introdotta la Cac, anche se non è ancora definito se e come sarà utilizzata», ha detto Kapsis. Quello che è sicuro è che ora la crisi ellenica si sta spostando su un piano legale. La forzatura delle svalutazioni dovrebbe, in teoria, far scattare il trigger sui Credit defaul swap (Cds), gli strumenti finanziari derivati che proteggono dal fallimento di un asset. La non volontarietà di questa azione, stando a quanto dicono le regole dell’International swaps and derivatives association (Isda), dovrebbe far scattare l’evento creditizio, cioè il default sovrano. Molto dipenderà dalle decisioni che saranno prese nei prossimi giorni, ma le aspettative non sono positive. Il quotidiano greco Ta Nea riporta che i nuovi bond greci, emessi come scambio nel processo di ristrutturazione, saranno emessi sotto la legge britannica, più flessibile in caso di controversie.

Nel frattempo, continua lo stress di Atene sui mercati obbligazionari. Il titolo di Stato ellenico con scadenza a un anno ha un rendimento del 405,8%, un valore che testimonia quanto sia elevata l’aspettativa che hanno gli investitori nei confronti del rimborso delle obbligazioni greche. È il sintomo di un sentiment ormai consolidato, a cui si aggiungono le voci di una futura uscita della Grecia dall’eurozona.

Dieci giorni fa, proprio Pantelis Kapsis aveva lanciato l’allarme sulla sostenibilità del debito greco. «Il fallimento delle trattative sul secondo piano di salvataggio significa l’uscita dall’eurozona della Grecia», ha spiegato. Cruciale è infatti un accordo sul Psi da concludere entro il 20 marzo. In quella data dovrà essere rimborsato un bond greco del valore di 14,4 miliardi di euro, che a oggi ha un rendimento superiore al 700 per cento. Se non si troverà una soluzione entro metà marzo, il futuro di Atene sarà molto simile a quello dell’Argentina.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria