Confindustria e sindacati nel ’900, l’Italia è già oltre

Confindustria e sindacati nel ’900, l’Italia è già oltre

È da un po’ di tempo che penso alla sempre più evidente crisi d’identità dei “sindacati”, al loro sempre più palese anacronismo. E lo faccio con un certo, non retorico, rammarico. Preferirei così non fosse, preferirei guardarmi attorno e scoprire che i “sindacati” stanno facendo qualcosa di utile perché, piaccia o meno ed a me non piace particolarmente, il sistema socio-economico italiano è inevitabilmente organizzato attorno all’esistenza di “sindacati”. Quando dico “sindacato” non intendo solo Cgil-Cisl-Uil, ma anche Confindustria, Confcommercio, Confartigianato e le dozzine di ordini ed associazioni professionali che popolano il Bel Paese e che, in una maniera o nell’altra, ne gestiscono il mercato del lavoro. Queste associazioni, così come sono e funzionano, sono diventate quasi completamente anacronistiche ed hanno urgente bisogno di essere rivoltate come un calzino.

Su quali fatti si basa questa mia convinzione? Molto pochi. Essa mi è infatti maturata – in tempi recenti ma il germe è antico – proprio a causa di una quasi completa assenza di fatti: qualcuno ha sentito anche una sola di queste associazioni uscirsene con delle proposte o dei suggerimenti rilevanti durante gli ultimi N mesi, dove N è un numero grande (quasi) a piacere? Io no. Eppure il paese è da anni nel mezzo di una grave crisi che ha raggiunto negli ultimi mesi livelli senza precedenti e che colpisce, anzitutto, i milioni di produttori i cui interessi queste associazioni, almeno teoricamente, difendono. Dubito che il mio senso di smarrimento si debba solo alla distanza da cui seguo le faccende italiane. Prendiamo, tanto per fare un esempio, il caso di Confindustria.

Correggetemi se sbaglio, ma ho l’impressione che il ruolo pubblico di Confindustria sia consistito, negli ultimi anni, nel rinnovare periodicamente un assegno in bianco al precedente governo chiedendo con una certa regolarità che «facesse qualcosa» senza mai dire, però, esattamente “cosa”. Sia chiaro, la dirigenza di Confindustria ha spesso denunciato i gravi rischi che il sistema economico italiano andava correndo ma, di fronte ad un’incompetenza senza precedenti, ha anche continuato a rinnovare il proprio credito senza mai staccare la spina.
Quando la spina è stata staccata – dai risparmiatori internazionali, Bce ed Ue – Confindustria è sparita dalla scena ed ha pensato bene di dedicarsi alla scelta del suo nuovo presidente. Il giorno seguente quello della fiducia a Mario Monti, io mi aspettavo di vedere lo stato maggiore di Confindustria uscirsene pubblicamente con proposte, precise ed articolate, sul da farsi offrendo, anzitutto, suggerimenti su come aumentare concorrenza e produttività nei settori chiave (telecomunicazioni, finanza, trasporti, sanità, …) o su come ridurre gli sprechi che vanno, per dire, sotto la rubrica di “sussidi palesi od occulti alle imprese”. O su come, sempre per dire, cominciare a vendere il patrimonio immobiliare e delle imprese di stato per abbattere in modo serio lo stock di debito. Invece ho sentito solo silenzio, senza nemmeno il rituale “quasi”.

Le associazioni professionali e commerciali hanno fatto invece meglio: ai primi sentori che qualche minima riforma liberalizzatrice potesse toccare questo o quell’ordine, questa o quella categoria protetta, esse hanno ben pensato di far sapere che non era il caso. Proposte alternative di riforma? Nessuna, che mi risulti: per quanto riguarda salumieri ed odontoiatri viviamo, evidentemente, nel migliore dei mondi possibili.

I sindacati dei lavoratori dipendenti e dei pensionati sono stati più attivi: dopo aver opposto una resistenza di facciata alla riforma pensionistica del ministro Fornero (ma se, come i fatti suggeriscono, erano coscienti che almeno quella riforma era inevitabile perché non hanno avuto il coraggio di ammetterlo cinque o dieci anni fa, quando sarebbe stata sia meno dolorosa che più utile?) essi hanno deciso di ricominciare una guerra ideologica, sia interna che verso l’esterno, sull’articolo 18, l’intoccabile. Va bene, facciamo conto che lo sia: avete per caso altro da suggerire o pensate anche voi, Cgil-Cisl-Uil, di vivere nel migliore dei mondi possibili? Per esempio: pensate o no che sia forse il caso di provare a riformare, magari facendola funzionare al servizio dei cittadini, quella macchina celibe che chiamiamo amministrazione pubblica? Avete, in saccoccia, mezza proposta riformatrice che non consista nel richiedere qualche, impossibile, aumento salariale per il settore pubblico? Nel caso esista, questa è l’ora di metterla sul tavolo.

Basta così e veniamo alla morale, che è purtroppo scontatissima: da circa trent’anni a questa parte – ma in modo drammaticamente palese durante questa crisi – i “sindacati” italiani rappresentano solo se stessi ed i loro insider, ossia quelli che, per una ragione o per l’altra, sono riusciti a rimanere interni al circuito economico-politico ufficiale dove le decisioni vengono prese. Al circuito, per dire, che mentre fa la “carità” ai Ligresti si manifesta incapace di far credito alle molte imprese che potrebbero crescere se le banche italiane fossero capaci di assumersi qualche rischio. O che non concede alla Singapore Airlines il diritto di volare da Malpensa all’aeroporto Jfk di New York. O che, nel nome di una mitica eliminazione contrattuale della precarietà, si rifiuta di agire per ridurre la dualità del mercato del lavoro. Eccetera, eccetera.

La realtà dei fatti suggerisce, però, che il futuro dell’economia italiana sta sempre di più fuori del circuito “sindacale”. Ci sta spesso nella forma della marginalità economica ed a volte in quella dello sforzo imprenditoriale: dalle imprese che, come Fiat o Amplifon, da Confindustria (o dall’Italia) se ne vanno, alle centinaia di migliaia di “professionisti precari” che né i sindacati del lavoro dipendente né le associazioni del lavoro autonomo rappresentano, fino ai milioni di disoccupati, specialmente giovani che tutti ignorano. Questi “produttori politicamente invisibili” definiscono una componente chiave del futuro del sistema economico italiano. Renderli politicamente visibili è necessario per forzare nel sistema quella concorrenza che, sola, può dare ad essi una prospettiva di crescita duratura. Come non lo so, ma so che il problema va posto con forza. Poiché non credo alle palingenesi non m’immagino né le Pmi che prendono il potere in Confindustria né i giovani professionisti che fanno altrettanto in Cgil. Ma in qualche maniera, mentre cerca di salvarsi, l’Italia ha assoluto bisogno di riformare i propri “sindacati” perché cessino di essere i gestori dei circuiti di privilegiati che sono purtroppo diventati. 

*Department of Economics – Washington University in Saint Louis

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