Il male non si guarisce con l’esclusione

Il male non si guarisce con l’esclusione

Chi fa le spese dei mali e delle ingiustizie sono i giusti, non gli ingiusti. Il mondo è pieno di uomini, che noi nemmeno consideriamo tali, che sono pagano per il male fatto da altri: sono gli esclusi.

Nell’antichità il lebbroso era l’escluso per eccellenza: uno a cui è stata tolta ogni dignità di uomo, un non-uomo. Il lebbroso è percepito come un cadavere ambulante, che lentamente si deforma e chi lo tocca è facilmente contaminato: rappresenta il male in assoluto, la morte visibile. La legge del lebbroso è l’esclusione: è un morto civile non ancora morto fisicamente ma tagliato fuori da ogni relazione, anche dalla famiglia. Egli rappresenta anche quella morte fondamentale che è la solitudine e poi quella morte reale, la malattia, che è la causa dell’esclusione.

Il lebbroso è un’immagine molto potente per mostrare che l’uomo vive tutta l’esistenza con la paura della morte e che, andando avanti, invecchia, e se va bene perde solo qualche pezzo. Per certi aspetti, dunque, la vita è un decadimento: per il disfarsi della carne e poi soprattutto, per quella lebbra profonda che è la solitudine e l’esclusione.

Marco 1, 40-44
E viene a lui un lebbroso, invocandolo e cadendo in ginocchio e dicendogli: Se vuoi puoi mondarmi!
E, adiratosi, tendendo la mano lo toccò e gli dice: Voglio! Sii mondato!
E subito se ne andò da lui la lebbra e fu mondato.
E sbuffando con lui, lo mandò subito via, e gli dice: Guarda di non dir nulla a nessuno, ma va’ mostrati al sacerdote e offri per la tua purificazione ciò che Mosè prescrisse in testimonianza per loro. 

Siamo di fronte a svariate trasgressioni. La prima è che il lebbroso va da Gesù: i lebbrosi non potevano avvicinarsi a nessuno. La seconda è che Gesù lo tocca: non si può toccare il lebbroso, se no diventi immondo anche tu. La terza è che Gesù dice “non dire nulla a nessuno” e poi lo manda a mostrarsi al sacerdote nel tempio… ma scusa non devo dire nulla a nessuno o devo parlare? La quarta è che il lebbroso, anziché andare a Gerusalemme, va ad annunciare la buona notizia. La quinta è che Gesù da quel momento se ne sta fuori in luoghi deserti, esattamente come il lebbroso che deve stare fuori in luoghi deserti, lontano dalla comunità degli umani.

E viene a lui un lebbroso, invocandolo e cadendo in ginocchio e dicendogli: Se vuoi puoi mondarmi!

Abbiamo il diritto di andare da Dio non perché siamo buoni belli e religiosi. Tutto ciò che ci esclude dalla vita è il titolo che abbiamo per andare da Dio: come chi va dal medico perché sta male. C’è molta gente che dice “io non sono degno”: no, invece, questo è l’unico titolo che hai. Il lebbroso è dunque ogni uomo con le sue lebbre, le sue esclusioni, le sue solitudini, i suoi sensi di colpa.

Il lebbroso invoca, in ginocchio. L’uomo per sé è in vocazione e preghiera. Cadendo in ginocchio, lascia cadere anche il pudore: abbiamo sempre pudore a chiedere e a riconoscere che il nostro limite è il bisogno dell’altro. Questa persona vuole finalmente, prega per una vita bella e buona, integrata e fisicamente e socialmente e religiosamente e con tutte le persone. La parola preghiera ha la stessa radice di precario: vuol dire che puoi vivere di ciò che l’altro ti dà e poi te lo può togliere, però te lo dà. Tutti noi in fondo viviamo di ciò che l’altro ci dà, la nostra esistenza è la relazione che gli altri ci concedono. Se ci tagliano fuori, siamo finiti.

Quindi, ogni relazione è oggetto di preghiera: non la puoi rubare la relazione se no non è relazione. La preghiera è lo statuto fondamentale dell’uomo, a differenza dell’animale che prende se  è più forte, l’uomo chiede. Ciò che sazia non è ciò che rubi o prendi è ciò che ti viene donato per amore o grazia, per bontà. È questo il senso della preghiera che c’è in tutte le relazioni. Tutti siamo precari nel senso che è costitutivo di noi che siamo coscienza del limite, del bisogno che abbiamo degli altri e quindi la richiesta, la preghiera. Anche in tutte le relazioni non possiamo esigere nulla dall’altro perché l’altro se no non ce lo dà: è un dono.

E, adiratosi, tendendo la mano lo toccò e gli dice: Voglio!
Sii mondato!

Nelle traduzioni di questo passo, si legge di solito “commosso”. Però molti codici dicono adirato, arrabbiato, e suona male, ma se una cosa suona male, generalmente è più genuina. Gesù si arrabbia davanti al male, mentre noi ci rassegniamo. Si arrabbierà anche davanti ai farisei, al male morale. L’ira è salvifica se non è contro le persone ma contro il male. Anche questa lettura, “arrabbiato”, è bella: quando Dio si arrabbia è sempre buon segno, vuol dire “sono stufo, ho perso la pazienza, bisogna cambiare la situazione”. Va sottolineato che questo sentimento di ripulsa è rispetto alla malattia, rispetto a qualcosa che rende prigioniero, contro l’atteggiamento che quasi si impadronisce della persona, e non contro la persona.

Il risultato di quest’ira o commozione è Gesù che tende la mano. La mano è potere: con la mano Dio fa uscire Israele dall’Egitto, con la mano l’uomo agisce. Usare la mano e non più il morso è il principio di umanizzazione. Il senso del toccare, è l’unica azione reciproca che esiste: posso guardare ma non essere visto, ascoltare e non essere ascoltato, ma se tu tocchi io sono toccato.

La violazione della legge. La legge serve per non diffondere il male. Nel caso della lebbra, la prima legge è che il lebbroso non possa avvicinarsi, la seconda è che non si può toccarlo; e se uno non si rispetta queste regole, si diffonde la lebbra e tutto è finito. Indubbiamente, c’è una razionalità. La legge giudica la persona e la condanna, ma non salva: condanna non tanto il male quanto il malfattore come deterrente del male. Gesù invece non condanna il malfattore ma libera dal male, quindi non è più la legge. La polemica di Gesù con la legge non è perché la legge sia sbagliata, la legge indica ciò che è giusto e chi sbaglia e chi sta male, ma se uno è malato cosa fa il medico? lo elimina? No, lo cura.

E subito se ne andò da lui la lebbra e fu mondato.
E sbuffando con lui, lo mandò subito via:

Sorprende che Gesù si metta a sbuffare, che vuol dire fremere rumorosamente, e lo mandi via. Perché? C’è sotto qualcosa di molto profondo: non è che lui guarisce una persona per avere qualcosa in cambio o per creare un dipendente suo. Nel momento in cui lo riscatta dall’isolamento, lo rimanda nel tessuto delle relazioni, e lo riconsegna alla sua libertà di persona.

Guarda di non dir nulla a nessuno, ma va’ mostrati al sacerdote e offri per la tua purificazione ciò che Mosè prescrisse in testimonianza per loro. 

Gesù non voleva propaganda né che la gente venisse da lui per farsi fare il miracolo: a lui interessava che la gente vivesse da figlia di Dio, come fratelli. Accanto a questo “non dire nulla a nessuno”, c’è subito dopo il contrario: la legge prescriveva, infatti, l’esclusione del lebbroso e che l’eventuale guarigione fosse accertata dal sacerdote. Viene qui alla luce quella polemica contro la legge che sarà una costante dei brani successivi: c’è uno che ha trasgredito la legge dell’esclusione perché ha toccato il lebbroso, il lebbroso ha toccato lui, eppure guarisce dalla lebbra. Questo a testimoniare che c’è qualcosa d’altro rispetto alla legge: è il vangelo, la buona notizia. La buona notizia è che finalmente l’uomo può essere libero e può ristabilire le sue relazioni.

*scrittore e biblista gesuita

Il testo è la sintesi redazionale della lectio divina tenuta nella Chiesa di San Fedele in Milano. L’audio originale può essere ascoltato qui.

Nella foto, Davide Disca, «Benedizione», acquarello su carta fatta a mano, cm 34 x 34, 2011 – per gentile concessione di Galleria Blanchaert

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