La rivoluzione arancione continua, i comitati sono con Pisapia

La rivoluzione arancione continua, i comitati sono con Pisapia

Immagini per un poster: piazza Duomo gremita e vestita d’arancio si scopre fiduciosa, festante e, come una signora âgé che riceve in dono un girasole, anche più giovane. E accoglie il nuovo sindaco con un grido corale e letteralmente catartico: «Oh Giuliano, Libera Milano!». Dieci mesi dopo è già tempo di bilanci? Alessandro Da Rold per Linkiesta si spinge oltre e ipotizza che sia stagione per un «c’eravamo tanto amati» o che, quantomeno, serpeggi una certa disillusione tra i protagonisti della primavera di Milano.

La provocazione è intelligente e argomentata, ma destinata a rimanere tale. Se infatti è possibile, e in una certa misura persino fisiologico, che un movimento dirompente, una volta sedimentato e incanalato nei rapporti con l’amministrazione della metropoli -che hanno altri tempi e altre suggestioni rispetto alla campagna elettorale-, sia costretto a delle trasformazioni, non sembra auspicabile caricare questo passaggio di sinistri presagi. Anzi, se gli arancioni non avessero avviato un lento, ma costante, processo di mutazione probabilmente, sarebbero rimasti confinati nel tempo e nello spazio politico della vittoria di Maggio.

Invece hanno preferito non relegarsi nei fotogrammi di quella piazza Duomo in festa e unanime, per tornare a fare politica, a occuparsi delle istanze, nei quartieri e nelle zone. E la politica, molto prima di porsi il problema della sintesi, si trova di fronte alla critica e al dissenso. Critica e dissenso che possono portare a scontri, fratture, a divergenze insanabili. E Da Rold compila un meticoloso e argomentato elenco delle ragioni dei dissapori: dalla diffidenza verso il palazzo alla sfiducia verso un assessore o due, dai malumori dei residenti in centro per Area C all’operazione Sea, da alcune nomine fino all’annosa questione di una piscina storica. Tutti argomenti seri, guai a sottovalutarli, sui quali vale la pena di discutere. Seri e contingenti. Proprio per questo per il movimento arancione non rappresentano un rompete le righe, semmai un’occasione.

Infatti la sinistra arancione interpreta e rilancia una necessità non perimetrabile nel contingente, quella della partecipazione, destinata a restituire al cittadino e al territorio gli spazi della politica, attraverso un percorso di condivisione di idee e di energie. In tempi di anti-politica manifesta (la politica, tutta, riscuote in percentuale consensi prossimi a quelli dei trotskisti statunitensi in epoca maccartista), l’esperienza milanese rappresenta una domanda che può spingersi molto oltre la dimensione politica locale. Perché la vittoria di Doria a Genova non è un’emanazione o una conseguenza organizzativa del lavoro portato avanti a Milano, ma senz’altro risponde per larga misura alle medesime esigenze, ponendosi così in continuità culturale.

Le divergenze di questi giorni non sono la spia dell’inevitabilità di un tagliando alla macchina arancione, anzi possono trasformarsi in un volano se si articoleranno in momenti di discussione volti ad aumentare la partecipazione. E non è detto che, a fronte di qualche defezione, non possano scoprirsi arancioni molti più cittadini. Sotto la Madonnina e oltre. Per una volta vale la pena di mettere da parte la tentazione di affogare le potenzialità in un bicchier d’acqua, fosse anche largo e profondo come la piscina Caimi, oggi oggetto di dissapori. Anche per evitare di tornare alla vecchia politica che non emoziona nessuno. E forse anche tornare a perdere. Aspetterei a scrivere epitaffi, si rischia di scambiare l’alba con il tramonto. Che poi il fascino di parlare di un movimento è quello di poter lasciare aperto il discorso alle eventualità, di sapere che, comunque vada, ce n’est qu’un début.

Tomaso Greco è coautore del libro «La sinistra arancione – Da Milano all’Italia?»

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