
Tanto il Governo Monti è stato in questi primi mesi proattivo sul fronte dell’emanazione di norme, a colpi di decreti legge, volte a introdurre nuove imposte, contrastare l’evasione fiscale e incidere su settori dell’economia privata, altrettanto è stato riflessivo e parco nel varare disposizioni finalizzate a ridurre le spese, contrastare la corruzione e incidere sui costi della macchina statale.
Uno dei pochi provvedimenti in controtendenza è stato quello che fissa il tetto massimo delle remunerazioni degli alti dirigenti delle pubbliche amministrazioni, delle varie authority e delle società pubbliche in corrispondenza del trattamento economico spettante al primo presidente della Corte di cassazione: 305mila euro. Come tetto, a prima vista, non pare particolarmente draconiano.
Eppure, a quanto pare, i grand commis che si ritroverebbero compensi e busta paga tagliati, a causa di questo tetto, non sono pochi. E, sempre a quel che si sente e si legge, si starebbero organizzando per trasformare le eccezioni in regole, oppure, meglio ancora, per far cadere nell’oblio la norma, differendo all’infinito l’adozione delle relative disposizioni attuative. Considerato quanto accaduto in passato con iniziative legislative analoghe, sono in molti a scommettere su un epilogo di questo tipo.
Rispetto al passato, tuttavia, i sacrifici richiesti ad ampie frange del Paese sono tali e tanti da renderlo ancora meno digeribile per la pubblica opinione. Che le resistenze siano e saranno fortissime, lo si capisce comunque dalle parole del Premier Monti. Il quale, pur confermando che la norma c’è ed il suo governo è intenzionato a fare in modo che abbia concreta applicazione, ha anche aggiunto che la norma implicherà purtroppo l’impossibilità di avere e trattenere, nei ruoli chiave dello Stato e del parastato, le professionalità migliori.
È indubbio che professionalità elevata e responsabilità rilevanti possano giustificare, anche nella galassia del settore pubblico, livelli remunerativi di molto superiori a 305mila euro. Così come è indubbio che, chi può lucrare ben più elevate remunerazioni nel settore privato, grazie alle proprie qualità e al proprio curriculum, preferirà non accettare incarichi pubblici che, dal suo punto di vista, risulterebbero sottopagati.
Queste condivisibili considerazioni non devono però portare ad una retromarcia o alla previsione di deroghe non basate su parametri oggettivi che, in quanto tali, si tradurrebbero in deroghe ad personam. Semmai, potrebbe essere interessante stabilire che il tetto di 305mila euro possa essere superato solo nel caso in cui l’incarico venga affidato a un soggetto che sia in grado di dimostrare di aver guadagnato, per almeno un triennio, somme superiori, svolgendo un’attività imprenditoriale o professionale autonoma, oppure in qualità di dipendente, dirigente o amministratore di aziende o altri enti privati. In questo caso, si potrebbe pure consentire allo Stato di rilanciare fino al 10% in più di quel maggiore reddito, proprio per poter essere competitivo nell’acquisizione e fidelizzazione delle professionalità migliori sul mercato. Per coloro che hanno passato tutta la loro intera esistenza nel pubblico impiego, 305mila euro di tetto massimo vanno invece benissimo. Se non vanno bene, sarà un piacere ri-accoglierli nei ruoli apicali della pubblica amministrazione e del parastato, con stipendi sensibilmente superiori, dopo una parentesi in cui il mercato avrà comprovato, corrispondendoglieli per almeno un triennio, che quelli sono i più elevati livelli remunerativi che si addicono loro.
Da un uomo che crede nel mercato come Monti, ci attendiamo proposte del genere. Non marce indietro per il timore di fughe dalla pubblica amministrazione di chi certe somme sul mercato non se le è mai guadagnate e, se si lamenta, non si rende nemmeno conto di quanto sia difficile raggiungerle e ancor più mantenerle negli anni.