Ungheria, sempre più nazionalista e spaventata dalla Grecia

Ungheria, sempre più nazionalista e spaventata dalla Grecia

La prima volta che l’ho vista, l’Ungheria era coperta di neve. Ce n’era molta e alta più che adesso. Il paese sembrava tenuto insieme dalla neve. Oggi la neve è molta meno. Non nevica quasi più, non nevica più come una volta dicono gli ungheresi. Sarà per questo che oggi l’Ungheria sembra un paese diviso. A mezza strada tra un passato che non passa, e la possibilità di una piena integrazione europea cui molti guardano con cuore diviso. Il desiderio di essere pienamente riconosciuti nella comunità politica e sociale europea è forte. Ma si guarda a quella stessa comunità col sospetto di essere trasformati in una colonia economica.

Molte prese di posizione dell’attuale primo ministro, Viktor Orban, vanno in questa direzione. La speculazione economica internazionale ed europea mira ad appropriarsi delle preziose risorse del paese: acqua e terra innanzitutto. L’economia ungherese è messa in pericolo da un’avidità internazionale senza scrupoli, da cui se necessario è doveroso difendersi. La valutazione delle scelte economiche del governo è molte volte iniqua. I giudizi della Chiesa ungherese spesso non sono dissimili, – pur riconoscendo i limiti di alcuni interventi legislativi. Si attacca l’Ungheria perché difende valori cristiani; si attacca il governo ungherese perché la morale cristiana è vista con fastidio ed osteggiata da molti, dentro e fuori l’Ungheria.

Poiché il mercato non si è comportato qui in modo diverso che altrove, e una parte importante dell’economia ungherese dipende da capitali o da aziende straniere, le notizie che arrivano dalla Grecia di certo non aiutano a guardare con fiducia all’Europa. In generale si stanno troppo sottovalutando gli effetti politici che l’esperienza greca potrebbe avere sull’Europa dell’Est in termini di fiducia nella promessa di stabilità e benessere che l’Unione Europea ha rappresentato. In un paese dove lo stipendio medio degli impiegati pubblici non supera i 4-500€, la ricetta greca sarebbe devastante per il tenore di vita della popolazione – forse ancora di più che in Grecia. Dall’inizio della crisi il fiorino ungherese si è svalutato del 25% nei confronti dell’euro e l’inflazione segue da presso. In questo humus cresce anche la forza del partito di estrema destra Jobbik; ad oggi la seconda forza politica del paese i cui toni ufficiali sfiorano spesso il razzismo e l’antisemitesmo.

Gli ungheresi vedono certamente gli effetti liberticidi di alcune politiche dell’attuale governo, ma temono anche gli effetti pauperizzanti delle ricette economiche che le istituzioni internazionali impongono ai paesi più poveri. Non è un caso che nel Parlamento Europeo il governo ungherese riceva sostegno non tanto dal Partito Popolare di cui pure Fidesz fa parte, ma da partiti come la Lega Nord italiana. La resistenza dell’Ungheria contro i poteri forti della finanza, sostiene Borghezio, l’ha resa “antipatica”. E lo stesso pensano molti ungheresi. Ancora vicini all’attuale governo.

Il partito socialista ungherese (MSZP) che ha governato il paese per quasi otto anni, dal 2002 al 2010, non ha perseguito fino in fondo l’integrazione economica del paese nell’Unione Europea e nella sfera dell’euro. Ha inoltre pagato per la responsabilità, vera o presunta tale, di una notevole corruzione amministrativa e di politiche di crescita troppo timide o inefficaci. Una crescita che anche in tempi buoni è “sgocciolata” troppo debolmente verso le fasce più deboli. In questo clima politico ha finito per rafforzarsi il vecchio sogno nazionalista ungherese, mai completamente assopito, ed oggi di grande attrazione soprattutto tra i giovani. Chi visita l’Ungheria rimane stupito da quanto gli accordi di pace di Versailles che alla fine della Grande Guerra divisero l’Impero Austro-ungarico in stati “etnico-nazionali”, siano qui percepiti con una attualità che lascia interdetti.

Una più forte integrazione dell’Ungheria nella comunità europea non avrebbe impedito la crisi economica ma avrebbe limitato gli effetti “nazionalistici” che la crisi porta con se: la fuga in avanti in un passato ideologizzato e mitizzato, il bisogno di un rifugio ritenuto sicuro. Fidesz ha vinto le elezioni del 2010 promettendo di rappresentare la vecchia sobrietà magiara contro la corruzione dei socialisti. Promettendo un rifugio sicuro contro gli effetti depressivi della crisi economica e della globalizzazione. Viktor Orban non poteva dirlo in modo più chiaro. “Noi non crediamo nell’Europa, crediamo nell’Ungheria!”.

Proprio la politica economica del governo Fidesz, però, sconta le maggiori difficoltà e suscita perplessità, anche tra i suoi sostenitori. Per quanto il governo si sforzi di limitarne la portata e di difendere le proprie scelte: la compagnia di bandiera Malev è fallita dopo che il governo vi aveva investito soldi e consenso per rinazionalizzarla. L’azienda dei trasporti pubblici di Budapest, BKV, potrebbe interrompere il servizio a fine febbraio, – l’amministratore delegato si è da poco dimesso. L’Iva al 27% (“Afa” in ungherese) è la più alta d’Europa. Il sistema fiscale è stato ridotto ad un’unica aliquota del 16%, con ulteriori consistenti riduzioni per le famiglie numerose. L’aliquota attuale corrisponde alla più bassa del precedente regime fiscale e premia la parte più ricca e prolifica della popolazione, mentre la maggior parte dei servizi che prima erano finanziati dallo stato vengono trasformati in servizi a contribuzione diretta, come l’università, oppure vengono fortemente ridimensionati, come la sanità. L’emigrazione riprende, soprattutto giovanile. Per il Fmi le previsioni di crescita del Pil nel 2012 segnano un misero +0,3%.

Nell’ultimo rapporto di Reporter Senza Frontiere sulla libertà d’informazione, l’Ungheria è passata dal 23° al 40° posto. Principalmente a causa della nuova, contestata legge “che concede il controllo diretto sui media al partito che governa”. Proprio contro questa legge sono state organizzate una lunga serie di manifestazioni, in un paese che raramente manifesta. Ed ora anche contro la nuova costituzione: la “Legge Fondamentale”. Non è una questione di parole. La Costituzione fonda la res-publica, istituisce la Nazione. La “Legge Fondamentale”, come esplicitamente affermato nel preambolo, presuppone “il paese degli ungheresi”, presuppone l’Ungheria quale entità storico-spirituale, da cui la “legge fondamentale” deriva la sua legittimità. Ma a causa della lunga “dominazione comunista” il paese ha bisogno di ritrovare la sua vera anima, il suo essere ungherese.

Per questo il governo ha provveduto a riformare, insieme alla costituzione, sia il sistema culturale che quello educativo, senza dimenticare l’alimentazione. Saranno tassati i cosiddetti “cibi spazzatura”, ma è stata pienamente liberalizzata la produzione domestica di grappa, l’ottima palinka ungherese. I programmi scolastici saranno fortemente centralizzati e uniformati a partire dal 2013 e chi si reca alla Galleria Nazionale del Castello di Buda in questi mesi può visitare la mostra “Santi, Sovrani, Eroi” d’Ungheria. Incidentalmente, con una ulteriore modifica alla costituzione, il partito socialista è stato considerato perseguibile per i crimini commessi durante il comunismo in quanto erede diretto del precedente regime. Mentre l’Ungheria non è responsabile per gli eventuali crimini di stato commessi sul suolo ungherese tra il 1918 e il 1989.

Le minoranze del paese sono ora definite “nazionalità” dalla nuova costituzione: “nazionalità che vivono con noi”. Le minoranze – inutile dirlo, in particolare quella rom – devono essere aiutate ad adattarsi ai valori e allo stile di vita ungherese, o almeno a quei valori e a quello stile di vita che Fidesz considera tali: lavoro (che nella costituzione è considerato un dovere piuttosto che un diritto), famiglia (eterosessuale e vincolata dal matrimonio), patria, cristianesimo, onestà, sicurezza. Valori che il governo considera pienamente “occidentali”, liberali e democratici. Da cui la sua difficoltà a comprendere le critiche che arrivano dall’Unione Europea. Si tratta di meri problemi tecnici, formalità, questioni procedurali, continua a sostenere il governo ungherese. L’Europa si ostina a guardare alla forma delle riforme ungheresi e non alla loro sostanza, allo spirito di questo riforme.

Quello ungherese, almeno per ora, è più un localismo declinato in senso nazionale, che un vero e proprio oscuro nazionalismo. Un pezzo collaterale del grande gioco tra “globale” e locale. Ma le ombre ci sono e possono accrescersi.  

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