E il mondo si indignò contro gli zombie della politica

E il mondo si indignò contro gli zombie della politica

La ragazza ha il volto conturbante, non indossa più quel cappello bianco con bandana gialla che, ritoccati con Photoshop, la facevano sembrare un’egiziana di piazza Tahrir, gli occhi però lampeggiano lo stesso, belli, scuri. È un’americana di Los Angeles, venticinque anni, lavora in una galleria d’arte. A dicembre è finita sulla copertina di «Time», personaggio dell’anno, l’anonimo The Protester. È bella, molto bella. Dice per mail di non sapere nulla del movimento italiano degli indignati, ma di conoscere Berlusconi «E già questo basterebbe», spiega. «Violento il movimento? Non so, ma che significa violenza, significa lottare? Noi lottiamo, e se ci sgomberano resistiamo in piedi perché non abbiamo fatto nulla di male». La parola stessa, in lingua inglese neutra, evoca in Italia un passato da anni Settanta, gruppettaro ed extraparlamentare, ma esclude un luogo comune un po’ precipitoso: non è vero che solo in Italia la contestazione, la protesta contro la classe politica, il sistema della finanza, gli establishment ottusi e blindati, abbia assunto connotazioni violente. In potenza può accadere dovunque. Racconta Sarah: «Io ho passato molte notti alla base del movimento Occupy LA», e prima di essere arrestata – sì, anche la ragazza simbolo della protesta indignata è stata arrestata – aveva immerso la sua bandana nell’aceto, «nel caso in cui la polizia volesse spruzzarci addosso del gas urticante o lacrimogeno». Non è successo, ma avrebbe potuto.Il numero di fine dicembre di Time che ha eletto The protester, a personaggio dell’anno

A Sarah Mason è capitato un destino assai più luminoso, a suo modo, eppure mediatico anche quello: il 17 novembre, durante una manifestazione non proprio del tutto pacifica della costola di Los Angeles del movimento Occupy Wall Street, è stata arrestata e fotografata da Ted Soqui, un fotografo abbastanza noto, con un blog molto seguito, anche dal mondo delle riviste indipendenti. La foto è finita poi nelle mani di Shephard Fairey, l’autore del poster «Hope» di Obama, e di lì sulla copertina di «Time». «Mentre la fotografavo – ha raccontato Soqui – era tesa, nervosa, io cercavo di calmarla, le ho detto che sarebbe stata un’immagine simbolo». Cosa che forse l’ha agitata ancora di più. Il corpo che irrompe nella politica e nella sfera della rappresentazione come simbolo, e quasi offertorio, della lotta contro un potere, della vita contro la morte; e oltretutto il corpo di una giovane donna, due volte iconico nella società di un sistema ossificato, geriatrico e maschile. Il corpo di una donna che agisce e si guarda, offrendosi nel contempo allo sguardo, esempio e dono quasi votivo alle folle che protestano. Dal punto di vista della bellezza dell’immagine è come nel film Shame: il regista, Steve McQueen, ritrae Carey Mulligan, la sorella del protagonista, in bagno con l’avambraccio funestato da decine di tagli autoinflitti, grondante di sangue dappertutto, su uno sfondo bianco di mattonelle e con i rumori di fondo otturati e come ovattati. È una testimonianza dello stato di sospensione emotiva (non solo dello choc e del dolore, ma dell’impossibilità di aderirci pienamente e fino in fondo, l’impossibilità di sentire) del protagonista, Michael Fassbender.

La foto originaria di Ted Soqui, prima del fotoritocco di Shephard Fairey (l’autore del poster «Hope» di Obama) per Time

Oppure viene in mente un’altra immagine del film iconico della nostra generazione, Drive, quando il regista Nicolas Winding-Refn piazza Ryan Gosling nei sotterranei di un’imprecisata metropoli americana, illuminata solo dalle luci della notte, alla guida di un’auto con la quale sta fuggendo dalla polizia per una rapina non sua, gelido, implacabile, la camera che scorre lentissima sul polso, i movimenti sul volante incorniciati dal ticchettio di un orologio lineare, nessun sentimento possibile; l’uomo che agisce, e nello stesso tempo si guarda agire: guidare. Sono, in definitiva, immagini estetizzanti, frutto di una stilizzazione estrema e di una società dello sguardo, dove ogni azione rischia di congelarsi, immota, e ogni decisione è come sospesa, nel limbo delle possibilità e nel mare delle rappresentazioni possibili che di essa possono esser date. L’immagine dell’anno 2011, The Protester, l’anno della contestazione e della rivolta dei cittadini, risente della medesima ambiguità, è un’immagine «posata». Una messa in posa. Non vuol dire che rappresenti una messa in scena.

«Sono qui perché sento l’obbligo morale di lottare contro l’ingiustizia», racconterà Sarah Mason alla radio Npr. «Ne abbiamo abbastanza» dice, con slogan che sarà ripreso sull’«Economist», «We have had enough». «Vogliamo cambiare questo Paese» argomenta, non il mondo, non siamo a Berkeley nel ’64, non c’è Joan Baez e nemmeno Allen Ginsberg, nessuno canta Times they’re a-changing; né a Columbia University nel ’68; e neanche nella Primavera di Praga, per fortuna qui no carrarmati e no Urss; o nel rutilante maggio parigino, enoteche, dibattiti e belle ragazze stile The Dreamers. Non si nutrono speranze universali ma obiettivi borghesi e tutto sommato alla portata. Si grida in piazza che un re – la finanza, la politica senza partecipazione – è nudo, e forse può essere colpito, sferzato, cambiato, ma senza offrire grandi ricette, magari guardando anche un po’ al passato. Solo a Roma e ad Atene il passato ritorna nella forma di uno spettro.

La foto integrale da cui è tratto il particolare di Sarah Mason, la ragazza diventata simbolo di copertina

Il 15 ottobre un grande corteo sta sfilando nella città eterna – eternamente immota – da piazza della Repubblica, attraverso via Cavour, diretto in piazza San Giovanni. Vi convivono ingredienti assai diversi, tantissimi cittadini normali, non politicizzati, casalinghe, ragazzi delle università, un mucchio di donne, trentenni precari, artisti – in definitiva una generazione esclusa dalla politica, in sofferenza per la crisi dell’economia, senza certezze nel lavoro e spesso costretta a inventarsi un futuro – accanto a figuri nerovestiti, o agli eterni antichi arnesi della protesta, professionisti da corteo che non hanno smesso di vivacchiare dal ’77, ammaccati, ma ancora vanitosi. Altrove, prima differenza da cogliere, la composizione sociale di chi scende in piazza è assai più omogenea, quand’anche non sia originalissima. In Spagna, a Puerta del Sol a Madrid, dove il 15 maggio viene fissato per convenzione un inizio del movimento internazionale di Los indignados, lo scenario è discretamente coeso: abbiamo davanti cittadini spesso estranei ai due partiti dominanti, apolitici, non mediati da organizzazioni o associazioni tradizionali (neanche della sinistra), con tantissimi giovani, per lo più studenti universitari, senza leader, senza neanche portavoce, come pure i no-global dei primi anni duemila avevano. Il nome, Los indignados, non è neanche un nome davvero scelto, circola su qualche striscione, soprattutto è il titolo di un fortunatissimo pamphlet di Stéphane Hessel – ottuagenario partigiano franco-tedesco (poi diplomatico chic in odore di gauche caviar) – Indignez-vous!, tradotto come Indignatevi!, uscito a Parigi, che tra l’ottobre del 2010 e la primavera del 2011 sfonda il tetto del milione di copie vendute – in Italia un grande vecchio della sinistra del Novecento, Pietro Ingrao, scriverà Indignarsi non basta, e occorrerebbe ascoltare anche lui. Gli indignati spagnoli protestano a maggio soprattutto contro il governo Zapatero, ritenuto complice, assieme alle istituzioni monetarie internazionali e al sistema delle banche e della finanza, di aver causato la crisi economica in cui la Spagna si dibatte (Zapatero, tra parentesi, tramonterà, ma per far spazio a una destra tradizionalissima, diciamo poco innovativa e in odore di post-franchismo, con dirigenti come Manuel Fraga).

Volete vedere Sarah Mason in faccia? La ragazza simbolo è la prima da sinistra

Negli Stati Uniti il volto di The Protester conquista visibilità e riflettori mondiali il 17 e il 18 settembre con il movimento di Occupy Wall Street, quando comincia la prima occupazione di Liberty Plaza, nel quartiere finanziario di Lower Manhattan. La rivista «Adbusters», che convoca i manifestanti, cita espressamente il modello di Madrid, che era stato tecnicamente un «accampamento», e infatti la contestazione avviene con tende e sacchi a pelo, ma ordinatissima, quasi militare, sui larghi marciapiedi in marmo di Zuccotti Park. Nonostante anche qui, attenzione, ci siano fermi e arresti (ma non devastazioni e saccheggi), la protesta si allarga a ottantotto città americane: Boston, San Francisco, la Los Angeles di Sarah Mason, Chicago, Seattle, Portland, una delle più accaldate. Guardandoli da New York si osserva che l’accampamento registra ospiti assai variegati, ma che restano sotto controllo: i picchetti del sindacato con l’elmetto giallo Longshoreman, gli scaricatori edili, band musicali a torso nudo, buddisti che meditano in trance, i banchetti di «The Nation», eterna bibbia della sinistra radical, hippie, qualche vagabondo, vecchi poeti beat, ma anche nerds supersecchioni delle facoltà della West Coast, capaci con il loro portatile (meglio se Linux, Android più che iPhone) di aprire mondi: gli stessi che vedi nel film The Social Network di David Fincher.

Gli slogan politici sono elementari, ma è anche ingeneroso giudicarli da quello. Come «L’1 per cento della popolazione mondiale non può impoverire il 99» che spiega Jeff Smith, uno dei «volontari per i media», come si chiamano questi militanti di un movimento che non ha leader o portavoce. Mezza America, anzi di più – il 60 per cento – li loda e li imbroda, lo stesso establishment sotto tiro li vezzeggia, della serie “Siete la futura classe dirigente e presto saremo noi ad assorbire voi”, non il contrario. Ben Bernanke, capo della Federal Reserve, si spinge a dichiarare «Se la prendono con la finanza e la politica economica, come dargli torto?». Il ministro del Tesoro di Obama, Timothy Geithner, va dicendo nei salotti «simpatizzo con i dimostranti», lo stesso Obama che invece viene super-sfottuto negli striscioni newyorchesi («Obama grazie di tutto e vaffanculo»). Il sindaco Bloomberg intima «Nessuno gli torca un capello». E sul «New York Times» Paul Krugman arriva a ricordare a tutti che, se si fosse ascoltato un po’ più The Protester e un po’ meno qualche consigliere di Lehman Brothers, «Il mondo starebbe messo meno peggio». Alla timida domanda di David Brooks, «Fate simpatia a tutti, ma cosa proponete?», c’è tempo per rispondere.

Perché in Italia il volto di The Protester è invece così sfaccettato e contraddittorio? Innanzitutto perché siamo un Paese bloccato, europeo a parole ma levantino nelle pratiche, e in fondo nordafricano quanto a inamovibilità delle élite. In Italia una rivoluzione pacifica – la racconteremo presto – può anche sfrattare la destra a Milano con un movimento di rivolta dal basso, che usa satira lieve (non botte e sprangate alle camionette della polizia) per scacciare la Moratti e mandare Berlusconi a scadenza. Può far perdere Cosentino a Napoli. Ma non potrà ottenere che si torni a votare un nuovo Parlamento, come accade per esempio in Spagna, e sta per accadere negli Usa, perché con la sinistra che abbiamo il rischio di far rivincere lo stallo sarebbe enorme; dunque il tramonto del Cavaliere coincide con l’amara stagione del governo Monti, e dei referendum dichiarati inammissibili al chiuso delle stanze dei giureconsulti: una stagione amara non per le medicine, necessarie e anzi tardive, del rigore e dei tagli, non perché il premier sia un bocconiano – non certo sgradito agli ambienti finanziari europei – ma perché anche nel nuovo esecutivo resiste l’Italia gretta e lasca dei Malinconico – il sottosegretario che si faceva pagare le vacanze di lusso dalla Cricca – e dei Patroni Griffi, il ministro con la ristrutturazione opaca al Colosseo, l’Italia dei favori ai furbi e delle bande, dei conflitti d’interesse e dei controllati che fanno anche i controllori, o dei moralisti con il sorcio in bocca, in definitiva l’Italia che predica sacrifici, ma sulla pelle sempre degli altri, e invoca austerità e moralità, senza averne però tutte le carte in regola. Possono credere al pianto di Elsa Fornero i giovani che ingrossano le file della protesta italiana, dopo aver scorto il baffo Malinconico?

Bisogna chiederselo; ed è ovviamente una domanda retorica, che tuttavia non scusa quello che avviene in piazza, un autunno che sembra distruggere qualunque primavera. Tra gli indignati italiani però c’è di tutto: precari, giovani intellettuali e artisti, classe media senza più sicurezze, ma anche vecchi ceffi, oppure giovani militanti di centri sociali arrabbiati, ma messi bene in famiglia, come la figlia del neogovernatore di Bankitalia Visco, frequentatrice dell’Orso, a Roma, o come la giovane figlia di esimi magistrati, una assidua militante di Askatasuna – il tosto centro sociale autonomo dalla facciata rosso pietra, in corso Regina a Torino – che si rese famosa per il lancio del petardo che a momenti becca in faccia Raffaele Bonanni della Cisl. È questo mix, in parte ereditato da altre ere, uno dei suoi punti di debolezza, che oltretutto lo rende permeabile alla violenza. Sarah Mason in America viene arrestata perché si rifiuta di sgomberare un suolo pubblico, da noi arrestano gente che dà fuoco alle vetrine e terrorizza migliaia di manifestanti civili.
Le cronache, anche di diversi orientamenti, «Il Corriere» e «Il Fatto», lo testimoniano: gli scontri del 15 ottobre a Roma cominciano già nel primo pomeriggio, alle 14.30. Lungo via Cavour viene assaltato un negozio, Super Élite, colpevole d’essersi scelto il nome sbagliato. Poi gli alimentari, le due banche sulla strada, i distributori di benzina in fondo. Ma questi non sono indignati, semmai incappucciati, «incazzati», e la differenza occorrerebbe coglierla. Come dirà il giorno dopo a «la Repubblica» una di loro, una trentenne romana precaria: «Non siamo certo venuti a Roma a fare una passeggiatina. Con i cartelli, a ballare e cantare. A fare gli indignati con la puzza sotto al naso. Sono una cittadina incazzata. Io sono una ragazza madre, non riesco ad arrivare a fine mese, non trovo un lavoro e le istituzioni mi hanno abbandonata. Non mi rappresentano e sono corrotte». Al Pigneto, popolare quartiere romano in via di rivalutazione per universitari e aspiranti artisti, davanti al bar Necci, dove qualche volta passava Pier Paolo Pasolini tra una ripresa e l’altra di Accattone, compare in effetti una scritta programmatica «non siamo indignati/e, siamo incazzati/e». Gli incazzati vengono per lo più da alcuni precisi centri sociali, un’area assai conosciuta ma in grado di calamitare molte simpatie in questa stagione (il perché bisognerebbe, però, chiederselo). E cosa fanno? Spaccano tutto.

Anche gli incappucciati si mobilitano con twitter, alla grande: il problema quindi non è intonare peana acritici a un mezzo, questo lasciamolo fare ai media morenti. Twitter ormai è usatissimo da anni, fa circolare informazioni, anche politiche, notizie, anche giornalistiche, esiste, insomma, da una vita. I social forum lo sono anche da prima, parlare di facebook è fare archeologia, al punto in cui siamo. L’evento del 2011 è stato semmai l’emersione, attraverso social forum di ultima generazione e piattaforme di microblog, di nuovi soggetti politici che hanno mille volti diversi, irriducibili. Non è un soggetto sociale compatto (come lo era, mettiamo, la classe operaia nel ’68, o gli studenti del ’77), è anzi multiplo, sfrangiato, anche contraddittorio; non conosce metodi per tener lontani da sé gli esaltati. Eppure nella sua parte migliore ha dimostrato possibile non un altro mondo, semplicemente: un altro modo di fare politica. Gutiérrez Rubi, che ha scritto il saggio più intelligente sugli indignati spagnoli (15M: movimento storico in costruzione, in J. Botey, R. Diàz-Salazar, O. Mateos, J. Sanz, «Indignados»), osserva appunto che il movimento di Puerta del Sol questo ha provato, al di là di tutto: che si può «fare politica senza partiti», cambiando nei fatti l’idea che abbiamo di Potere.

Secondo Jack Dorsey, il presidente di twitter, al primo posto tra i dieci tweet più importanti del 2011 c’è «Bentornato Egitto #Jan25», lanciato da Wael Ghonim, responsabile marketing di Google in Egitto e attivista per i diritti umani nel suo Paese, dove fu tra i protagonisti dell’organizzazione delle prime manifestazioni della protesta, poi sfociata in piazza Tahrir e nella caduta di Mubarak. Arrestato e tenuto in prigione per undici giorni dal tiranno, il giorno in cui fu rilasciato scrisse appunto: bentornato Egitto. Cambiando per sempre la politica.
Qualcosa di analogo era avvenuto in Italia, ma nella primavera, non nell’autunno. Nuovi protagonisti, armati di idee che circolavano sul web e nella società, non di mazze (e neanche dei forconi di Palermo), hanno cambiato anche l’Italia più di quanto possiamo vedere. Naturalmente, per avere una chance, chi protesta deve chiarire bene la sua distanza, anche umana, dagli sfasciavetrine in nero. Il 15 ottobre a Roma gli “incazzati” per un po’ se ne stanno in abiti civili, più o meno, dietro il secondo spezzone del corteo, quello che compare dietro al camion che inaugurava la fetta di corteo intitolata San Precario. Poi a un certo punto indossano la divisa da combattimento, che s’erano portati da casa. Provano a fermarli ma è impossibile, scassano, rompono i cartelli di divieto di sosta, li gettano sulle vetrine. Urlano «vogliamo conflitto, non protesta», «piantiamo grane, non tende». Nessuno garantisce qui per nessuno. 

Maurizio Landini, segretario della Fiom, che s’è prudentemente portato il proprio servizio d’ordine in piazza (saggezza antica), s’affretta a comunicare a destra e a manca «noi garantiamo solo per noi», segno che tira una brutta aria. Piero Bernocchi dei Cobas si prodiga, prova a spegnere gli ardori ma si direbbe che ormai nessuno se lo fili. Anche tra i centri sociali ognuno va per sé: i padovani, per esempio, se ne stanno cheti, a differenza dei romani dell’Orso, o dei torinesi di Askatasuna, decisissimi a puntare a destra, all’incrocio tra via Cavour e i Fori Imperiali, dritti verso i palazzi del Sistema, l’inerte Montecitorio, i fortini della casta. Il gruppo di una cinquantina di ragazzi viene fischiato, osteggiato, da molti, quasi tutti; ma nessuno riesce a bloccarli. Anzi. Una donna che ci prova viene spinta a terra in malo modo. Un ragazzo che li accusa viene centrato in testa da un bullone; non s’è fatto niente ma è già un miracolo. Gli incazzati entrano nel negozio, le commesse terrorizzate sotto i banconi, rubano pacchi di pasta, filetto, salmone, vino, e all’esterno provano a distribuirli alla folla. Lo chiamano esproprio ma la gente non li prende; non vuole roba rubata. Qualcuno grida anzi agli autori del blitz: «Siete come Previti». Altri gli danno dei «fascisti». L’assalto al Cantunzèin, lo storico ristorante bolognese, con annesso lancio in strada del carrello del bollito, l’11 marzo del’77, quando la città viene messa a ferro e fuoco dopo che un carabiniere ha sparato e ucciso lo studente di Lotta continua Francesco Lorusso, fu accolto diversamente: anche certe vecchine dai balconi applaudirono i militanti della sinistra extraparlamentare che distribuivano prosciutti.

Finisce con l’immagine che fa il giro del mondo, anche questa: dopo che nessuno è riuscito a fermare questi incazzati, dopo che il vecchio Pannella è stato insultato e aggredito a parole durante tutto il corteo, reo di aver avuto la sciagurata idea di partecipare («Fascista, stai con Berlusconi, vergognati!»), dopo che le file dei più arrabbiati si sono ingrossate fino ad arrivare almeno a un centinaio di volti neri, incappucciati e armati di mazze e bulloni, viene assaltata e bloccata, quindi data al fuoco, una camionetta dei carabinieri. Dalla Cnn fa il giro del mondo non l’immagine di un festoso accampamento, ma dell’autista della camionetta che scappa via, terrorizzato, anche se per fortuna o per caso – il confine come sempre è un millimetro – stavolta nessuno spara, come in piazza Alimonda, e non resta un Carlo Giuliani sul selciato di San Giovanni. Resta la fotografia di un ragazzo che a torso nudo imbraccia un estintore e lo scaglia contro i “nemici” in divisa. Diventa il simbolo dell’autunno e della brutta fine che fa da noi, nell’immaginario e nei simboli, The Protester: un giovane sovrappeso, dai capelli rossi, che si scoprirà studente svogliato e in fondo figlio di mamma, che prova a emulare, in modi tragico-patetici, gli antenati del ’77. Quant’è diverso tutto questo da Sarah Mason, sofisticata e chic. Anche lei “lottava”, però. E indossava una bandana immersa nell’aceto.

Che poi non è che Fabrizio Filippi detto “er Pelliccia” – nato a Bassano Romano, vicino a Viterbo, figlio di impiegati in banca, iscritto per via telematica a un’università privata di Roma, facoltà di psicologia – sembrasse proprio il prototipo dell’estremista, o del militante politico infervorato senza se e senza ma. Su facebook è uno che scrive di cercare «relazioni passionali» con le ragazze, si fa ritrarre mentre gioca a tennis, non è figlio di papà ma neanche un disagiato, classico esponente di una classe media che in Italia si sta impoverendo, prima che di idee, di denari. Non legge Foucault e Guattari, come nel ’68, non sa chi sia Naomi Klein, autrice del libro più citato dalla generazione no global del 2001, o l’economista Joseph Stieglitz e figurarsi Paul Krugman. Cita invece come suo libro di riferimento Quattro anni all’inferno, nel quale l’autore, nascosto dietro lo pseudonimo di Lukas, professa come ideologia il seguente motto: «Il male sostituisce il bene, l’odio prende il posto dell’amore». E così vive quattro anni. A quindici anni un compagno di scuola fa entrare il protagonista del libro in una delle più pericolose sette sataniche europee, nella quale finisce intrappolato prima per paura, poi per orgoglio di far parte di un gruppo di eletti. Tipi che nel romanzo passano le giornate tra alcol, droghe, prove di coraggio, violenza, orge e anche sacrifici umani; scapperà, infine, ma i cattivi lo inseguiranno… Ecco, è questa fascinazione un po’ pulp per il male che sta dietro le macchiette più visibili – e grottesche – dell’autunno italiano, a celare il vuoto pneumatico delle idee. Schegge più o meno sbandate conquistano i riflettori vogliosi dei media, sempre inclini alla caricatura. Ma accanto militano anche attivisti a modo loro sinceri, che hanno reiterato i comportamenti di sempre: sfogarsi pensando di salvare qualcosa – forse se stessi – ostentandosi più radicali di tutti gli altri. Lele Rizzo, uno dei militanti più in vista di Askatasuna, il centro sociale più arrabbiato e imprevedibile anche nella battagia No Tav, spiegherà sul «Corriere» che «la manifestazione di San Giovanni dimostra che aree vicine sono incapaci di comunicare». Ed è impossibile negarlo, nel corteo sono arrivati agli schiaffi, proprio sotto al Colosseo, tra quelli che volevano andare dritti alla distruzione e quelli – tanti ma disorganizzati – che tentavano inutilmente di bloccarli. «Noi decidiamo da soli, con poche altre realtà» sussurra lui, «e forse il vero problema è in una rabbia giovanile non rappresentata da nessuno. Siamo autonomi come nel ’77, nei metodi e negli obiettivi», riferimento funesto ma dichiarato a un annus horribilis che nessuno rimpiange.

Naturalmente, non tornerà. L’autunno italiano offusca una Primavera che aveva coltivato altre speranze, ma non appiattisce nella sola rabbia le motivazioni della variegata, variopinta generazione dei contestatori. Restano numeri più forti delle immagini “posate” e dei simboli, come delle violenze. Secondo il saggista George Packer, non un militante indignato, le élite sono davvero fallite, e lo dicono numeri come questi: tra il 1979 e il 2006 il ceto medio americano ha visto il suo reddito, al netto di tasse e inflazione, salire del 21 per cento, i poveri solo dell’11, mentre l’un per cento di ricchi ha aumentato il reddito del 256 per cento, triplicato la sua quota di contributo al reddito nazionale arrivando al 23, soglia che non si toccava dal 1928… un anno prima della Grande depressione. Una dinamica per una volta parallela a quella europea. È qui, più che nella propaganda, la forza di The Protester. Non è, quella italiana, una generazione così giovane come la potente folla di ragazzi egiziani di piazza Tahrir che mandano a casa Mubarak, il 60 per cento dei quali è sotto la soglia dei venticinque anni. Non ha il placido incedere di Occupy Wall Street, non esattamente innovativa quanto a idee – tasse, welfare, ecologia, pacifismo, propaganda contro la casta e la finanza – ma solida, serena, puoi star certo che non deragli; hanno però, i contestatori italiani, la motivazione (e l’alibi) più grande che c’è: una classe dirigente politica ed economica che ha condotto l’Italia nella sua più grave crisi dal dopoguerra, una democrazia, ci mancherebbe, ma di privilegi, caste o cricchette, corporazioni e assenza di merito. Una democrazia in cui anche solo cacciare un gruppo di politici e affaristi al potere sembra impresa titanica. Specie se condotta da truppe armate solo… di un social network.
© Aliberti editore

*Giornalista de La Stampa. Questo articolo è il primo capitolo del suo nuovo libro Contro l’Italia degli zombie. Web politik e nuova politica, 16 euro, Aliberti editore 

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