Non solo Tolosa, 30 anni fa l’attacco alla sinagoga di Roma

Non solo Tolosa, 30 anni fa l’attacco alla sinagoga di Roma

Si chiamava Stefano Gay Taché, aveva due anni. Era un bimbetto biondo, con la maglietta a righe e i pantaloncini blu. Chissà, durante la cerimonia religiosa avrà pure costretto i suoi genitori a zittirlo: i bambini con quelle cose lì si annoiano mortalmente. Erano le 11.56 del 9 ottobre 1982 e stava uscendo dalla sinagoga di Roma. Un’ora più tardi moriva nella sala di rianimazione del vicino ospedale Fatebenefratelli.

Il piccolo Stefano rimane vittima dell’attentato al tempio ebraico di Roma (e i morti avrebbero potuto essere molti di più, visto che i terroristi hanno lanciato quattro granate a mano e sparato raffiche di mitra tra la folla). Si contano 37 feriti, almeno otto in condizioni molto gravi. Tra questi ultimi c’è pure Gadiel, quattro anni, fratello maggiore di Stefano, una scheggia gli ha trapassato l’occhio destro. Un elicottero lo trasporta al San Camillo, dove sarà strappato alla morte. «Fui sottoposto a trenta interventi chirurgici nel corso di un anno e mezzo, alla testa, all’occhio, all’arteria femorale che doveva essere riallacciata, dappertutto. Poi, mica è finita, un’altra ventina di interventi negli anni successivi. Non sono mai guarito. Ancora adesso mi fa male sempre qualcosa», ha dichiarato in ottobre, in occasione del ventinovesimo anniversario dell’attentato. Oggi, dopo essersi laureato in lettere, fa il broker assicurativo.

La madre, Daniela Gay, è pure lei ferita gravemente, mentre subisce solo alcune fratture il padre, Josef Taché, che non gli impediscono di spaccare una vetrata dell’ospedale con un pugno subito dopo aver appreso della morte del figlio. Al di fuori della famiglia Taché, il ferito più grave è Emanuele Pacifici, padre dell’attuale presidente della Comunità ebraica romana, Riccardo. «Ha avuto il ventre, la milza e il torace spappolati», spiegavano alla direzione sanitaria del Fatebenefratelli e dovranno passare alcuni giorni prima che sia dichiarato fuori pericolo.

Ecco come Giuseppe Zaccaria, nella Stampa del giorno dopo, descrive l’episodio. «Per cinque, terribili minuti dinanzi al tempio israelita la gente ieri mattina ha urlato, si è gettata per terra, si è calpestata. Pochi minuti prima di mezzogiorno, in una mattinata di sole, il rabbino Elio Toaff aveva appena finito di celebrare, col rito del sabato, anche l’ingresso di alcune decine di tredicenni nella comunità religiosa. Era la cerimonia del Miganin Bat Mitzvah: un po’ quella che per i cattolici è la cresima. Nella sinagoga, dunque, più di cinquanta bambini; poi padri, madri, parenti. Fino all’altra sera dinanzi alla sinagoga stazionava di continuo un blindato della polizia con a bordo dieci agenti. Ma la tensione (almeno secondo i responsabili dell’ordine pubblico a Roma) da qualche tempo si era allentata. Ieri a mezzogiorno di agenti davanti alla sinagoga non ce n’erano. E i cinque, sei terroristi che hanno organizzato l’agguato hanno potuto agire senza alcun intralcio».

L’azione ricalca, pari pari, quella dell’attentato alla sinagoga di Vienna (29 agosto 1981, due morti e 19 feriti). «All’uscita dei fedeli nel cortile», scrive ancora Zaccaria, «proprio mentre i primi stavano varcando la cancellata che dà sulla strada, uno dei terroristi ha lanciato le bombe a mano, lasciando sul selciato le linguette di sicurezza, subito dopo altri due hanno cominciato a sparare con i mitra. Molti colpi hanno attraversato il cortile, forando vetri e lamiere di auto parcheggiare a cinquanta metri di distanza. Altri hanno ridotto in brandelli le vetture parcheggiate dinanzi all’uscita di via Catalana. Tutti i feriti – è riuscita a comunicare in tarda sera la polizia – sono stati raggiunti da schegge, segno che gli attentatori hanno usato i mitra soprattutto per coprirsi la fuga».

A terra rimangono quattro linguette di granate a mano di fabbricazione sovietica e una trentina di bossoli calibro nove (ovvero di armi da guerra) di un colore rossiccio, tipico dei proiettili per kalashnikov usati in Medio Oriente. Gli attentatori utilizzano per arrivare e andarsene una Golf amaranto targata Salerno.

L’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, esprimerà la volontà di partecipare ai funerali del piccolo Stefano Taché, ma Elio Toaff, il rabbino capo di Roma, lo inviterà a lasciar perdere, perché non potrebbe garantire la sua incolumità. La rabbia nella comunità ebraica romana è enorme: in quell’aver ritirato la sorveglianza delle forze dell’ordine si scorge una sorta di abbandono da parte dello Stato e si contestano apertamente il presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, e i partiti di governo, primo fra tutti il Psi, per una politica considerata eccessivamente filo-araba.

Quello dei terroristi è un capitolo particolarmente oscuro. Non si sa neanche esattamente quanti fossero, cinque-sei, come scrivono i giornali all’indomani dell’attentato, o addirittura una decina. Fuggono e non vengono mai nemmeno identificati, salvo uno: Osama Abdel al Zomar, che viene pure condannato all’ergastolo in contumacia, nel 1988. Qualche tempo dopo si consegna alla polizia di Atene, forse per sfuggire alle armi del Mossad che stava per fare giustizia a modo suo. Ma la Grecia, molto attenta a non inimicarsi i palestinesi, non estrada il condannato in Italia, bensì in Libia dove lo stesso al Zomar aveva chiesto di andare. Inutile dire che il regime di Gheddafi si guarda bene dal sbatterlo in galera. Roma protesta con Atene, ma molto blandamente: avere quell’uomo in carcere in Italia avrebbe potuto provocare attentati da parte dei palestinesi.

Il nome di al Zomar torna in primo piano nel 2009, in occasione della visita in Libia del presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi. Riccardo Pacifici chiede che l’uomo, su cui continua a pendere una condanna all’ergastolo, sia consegnato alle autorità italiane. Ma Franco Frattini, allora ministro degli Esteri italiano, annuncia che non se ne farà nulla. «La Libia ci ha fatto sapere che questa persona non sarà estradata», dichiara ai microfoni di SkyTg24. Naturalmente il fatto non intacca per nulla la trionfale parata berlusconiana nel regno gheddafiano, con tanto di esibizione delle Frecce Tricolori, mentre un anno prima era stata restituita la statua della venere di Cirene (leggi: La donna nuda che Berlusconi restituì a Gheddafi). Osama Abdel al Zomar, a quanto risulta, si trova ancora in Libia e il ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Santagata, potrebbe testare l’amicizia delle nuove autorità di Tripoli chiedendo finalmente la consegna del terrorista che ammazzò Stefano Taché. 

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