Saviano & Co. La sinistra scopre gli immobilisti

Saviano & Co. La sinistra scopre gli immobilisti

La “fiaccola dell’anarchia” contro un treno “anch’esso un mito di progresso“ sono i protagonisti della “Locomotiva” di Guccini che racconta il gesto eroico e disperato di un contestatore solitario della moderna ingiustizia di classe in un mondo in rapida evoluzione. Anarchia e mito del progresso tornano in forme diverse a popolare l’universo immaginario della contestazione anche in questi nostri confusi tempi. Se è difficile definire che cos’ è oggi l’anarchia, parola che racchiude entro di sé sia più comportamenti fuori dalle regole che l’idea di un movimento politico (anche se anarco-insurrezionalisti si autodefiniscono gli eredi attuali del terrorismo rosso che insanguinò l’Italia), quello che è stato completamente stravolto è il mito del progresso.

Siamo infatti passati dal mito al tabù. Intere generazioni hanno vissuto nella convinzione di essere protagonisti, spesso passivi, di un ininterrotto svolgimento della storia umana fondata sul cambiamento e sull’innovazione. La spinta divenne trascinante in Occidente dopo la seconda guerra mondiale quando la produzione di massa suscitò il consumismo di massa e milioni di uomini e donne scoprirono che si poteva vivere meglio, che si poteva guarire da terribili malattie, che si poteva morire più tardi. Oggi questa sensazione probabilmente si sta diffondendo nei paesi di nuovo sviluppo, non solo i Brics, mentre in Occidente, o almeno in una sua parte, il mito del progresso sta diventando una dannazione da esorcizzare.

Emerge così una massa di cittadini che rifiuta categorie come destra o sinistra, rifiuta spesso la politica tout court ma si unisce attorno ad una visione immobilista (il termine mi è stato suggerito da Massimiliano Gallo) della società. Mi è venuta in mente questa categoria che probabilmente racchiude i sentimenti di tanta parte della popolazione anche giovanile guardando anche come attorno ad essa si stiano sviluppando i principali dibattiti politico-culturali del paese. Dalla No Tav al rifiuto di altre opere pubbliche al favore che ha accompagnato la rinuncia alle Olimpiadi di Roma, è tutto un ribollire di una corrente che considera che sia meglio far nulla. Perché il fare provoca angoscia, evoca pericoli, solleva la pietra che tiene nascosto il verminaio.

Talvolta l’opera pubblica non va fatta per ragioni ecologico-conservative, altre volte, lo dice Roberto Saviano, perché attirerebbe come carta moschicida le cosche, altre volte perché costa troppo e non possiamo rischiare nulla dei pochi quattrini che abbiamo a disposizione. Gli “immobilisti” sono gli interpreti più conservatori di una corrente ecologista che ormai considera immutabile ogni intervento sull’ambiente. Si potrebbe dire che se avesse prevalso questa corrente di opinione e non la voglia di fare e di cambiare degli anni del miracolo economico, l’Italia non sarebbe mai diventata un paese moderno.

Ieri David Bidussa ha scritto cose serie e colte su Latouche e i suoi seguaci. Io, volando molto più basso, voglio solo sottolineare come in una parte della sinistra italiana stia prevalendo una cultura del non fare, ma soprattutto del non fare nel cortile di casa, che rompe con le ambizioni che avevano avuto le generazioni precedenti. Anche l’argomento usato da Saviano, la grande opera richiama la mafia, inscrive il mito del progresso dentro la sollecitazione del male. Ha avuto buona ragione Giancarlo Caselli a contrapporre alla tesi di Saviano l’ineccepibile ragionamento che uno Stato non può rinunciare a fare per il timore che prevalga l’antistato. Quel che resta di questo dibattito è il farsi avanti di chi vuol portarci indietro. Il divorzio fra progresso e aree della sinistra è una delle novità della fine del Novecento e dell’inizio di secolo. Forse la vecchia sinistra è stata troppo positivista, forse si è esaltata con le umane scienze, ma il diffondersi di un’idea che il progresso sia un male in sé da combattere, che sia meglio stare immobili. perché l’umanità deve fermarsi fa veramente paura.