Teoria shock: l’aborto è possibile anche dopo la nascita

Teoria shock: l’aborto è possibile anche dopo la nascita

Due accademici italiani sono autori di uno studio sul diritto all’ “aborto post-natale” dei neonati nei casi in cui non è stato possibile praticare l’interruzione di gravidanza. In pratica, secondo la loro tesi, l’aborto si può applicare anche al neonato. E per questo Alberto Giubilini della Monash University  in Australia, dottorato all’Università Statale di Milano e Francesca Minerva, dell’Università di Melbourne, in Australia, e dell’Università di Oxford sono stati minacciati di morte. I due hanno infatti firmato uno studio pre-pubblicato sul Journal of Medical Ethics intitolato intitolato: “Aborti post-natali: perché il neonato dovrebbe vivere?”.

Nell’abstract pubblicato sul sito della pubblicazione si legge: «L’aborto è comunemente accettato persino per ragioni che non hanno nulla a che fare con lo stato di salute del feto. Dimostrando che sia i feti che i neonati non hanno lo stesso status morale di persone, che entrambi sono persone potenziali è moralmente irrilevante e che l’adozione non è sempre nel miglior interesse delle persone, gli autori argomentano che quello che viene chiamato “aborto post-nascita” (uccidere un neonato) dovrebbe essere permesso in tutti i casi in cui è permesso praticare l’interruzione di gravidanza, inclusi i casi in cui il neonato non è disabile».

I due studiosi sostengono nel loro studio che neonati e feti sono quindi equivalenti a “persone potenziali”, e che gli interessi delle famiglie in questo caso superano quelli dei nascituri o nati. Minerva ha detto alle forze dell’ordine australiane di temere ora per la propria sicurezza. Secondo quanto riporta la testata The Age, Minerva avrebbe dichiarato che «si trattava di un articolo teoretico ed accademico. Non ho intenzione di cambiare alcuna legge né sono a favore dell’infanticidio. Stavo semplicemente usando argomenti logici». L’accademica italiana ha aggiunto che l’articolo era stato riportato fuori contesto e che il dibattito su questi temi non è nuovo, ma dura da trent’anni.

Il British Medical Journal Group, editore della rivista che ha pubblicato lo studio, ha difeso la sua scelta di diffonderlo: secondo il direttore del Journal of Medical Ethics Julian Savulscu «questo articolo ha causato lettere minatorie agli autori, minacciando le loro vite e sicurezza personale. Il giornale ha ricevuto numerose email per aver deciso di pubblicare questo articolo». 

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