Territorio devastato e boom finito: così si risvegliò il Veneto

Territorio devastato e boom finito: così si risvegliò il Veneto

A Portobuffolè, uno dei borghi più belli d’Italia, in pieno centro, a pochi metri dalla torre medievale e dalla casa di Gaia da Camino, vi è un edificio industriale di rara bruttezza, oggi abbandonato. Per anni, vedendolo, non ho smesso di manifestare il mio disgusto e la mia indignazione per il fatto che un simile obbrobrio avesse potuto essere stato non solo concepito ma anche autorizzato. Ho continuato così fino a quando un vecchio sindaco mi disse che, purché qualcuno avesse portato lavoro, la fabbrica gliela avrebbero lasciata costruire dove meglio credeva. Fino a tutti gli anni Sessanta dall’Opitergino si emigrava e fino agli anni Ottanta quell’area era considerata ai fini tributari “Zona depressa”. dopo avere capito che tra il lavoro e l’estetica si decise di preferire il lavoro, non mi sono più indignato. L’emigrazione priva una comunità della sua identità più ancora di quanto avviene attraverso la modifica dei luoghi in cui essa vive e quindi quella triste gerarchia di valori, imposta dal bisogno, aveva una logica ferrea.

In trent’anni la situazione è mutata radicalmente e quello che oggi è il distretto del Mobile Livenza vede una delle maggiori percentuali del veneto di lavoratori immigrati. Alla disperata ricerca di chiunque avviasse un’iniziativa economica, si è sostituita una programmazione urbanistica sempre più occhiuta ed invasiva. Se prima era il bisogno a legittimare la devastazione, adesso è la programmazione urbanistica a guidarla. non basterebbe tuttavia quest’ultima per spiegare la devastazione che il veneto ha subito negli ultimi vent’anni, con una edificazione sovrabbondante ed incontenibile che ha tolto al territorio la sua identità quanto e forse più di quel che ha potuto fare l’emigrazione di massa del dopoguerra.

Si potrebbe discutere di una programmazione regionale ferma agli anni Ottanta, ma si tratterebbe di una questione ovvia nel momento in cui si censura il modo in cui un territorio si è sviluppato. Si potrebbe anche pensare che lo sviluppo ha avuto quale conseguenza inevitabile la modifica del territorio. Sono i soldi, invece, la chiave di lettura. La simonia confusa con la programmazione del territorio: da almeno dieci anni i comuni utilizzano gli oneri di urbanizzazione per finanziare qualsiasi cosa e sempre meno le cose per cui gli oneri di urbanizzazione sono stati concepiti. Il punto fondamentale è che gli oneri si pagano prima di costruire, nel mentre il carico che le nuove edificazioni portano al territorio si manifesta solo dopo che esse cominciano ad essere utilizzate.

Il legislatore nazionale è intervenuto ad assecondare il fenomeno, allargando sempre più il possibile utilizzo degli oneri di urbanizzazione fin quasi a ricomprendervi la spesa corrente. Ovvio che comuni disponibili a prostituire il territorio dovevano essere agevolati: in questo modo è stata resa possibile la riduzione dei trasferimenti ai comuni, senza renderne immediatamente manifesti gli effetti. L’urbanistica negoziata, evoluta a commercio legale di poteri pubblici, ha fatto il resto. veri e propri falsi in bilancio, debiti fuori bilancio legittimati da una disciplina che ha consentito un uso sem- pre più scriteriato dei contributi di urbanizzazione.

Le amministrazione comunali, pressate da esigenze sempre più vaste verso cittadini poco disposti a pagare per quel che chiedono e da trasferimenti statali progressivamente condizionati dalle penose condizioni della finanza statale, sono divenute promotrici della devastazione del territorio anziché regolatrici dell’ordinato sviluppo. Le conseguenze sono già visibili, ma si manifesteranno negli anni in forme meno immediatamente evidenti ma più perniciose, con i disastri ambientali piccoli e grandi e i connessi oneri gestionali. Il quadro non sarebbe completo se non si ricordassero quei provvedimenti che sono rimasti nell’immaginario popolare come Leggi Tremonti. Una corsa ansiosa a spendere prima che l’agevolazione terminasse ha riempito il Veneto di edifici inutili ed orribili dettati non dalla logica economica, ma dal risparmio fiscale e dal contemporaneo interesse alla devastazione territoriale che è stato ingenerato nei comuni.

Una dissipazione di territorio e di ricchezza fiscalmente agevolata che ha trattato gli investimenti in tecnologia allo stesso modo dei precompressi buttati su alla rinfusa. Naturalmente, una generazione di amministratori irresponsabile non sarebbe stata sufficiente se non si fosse accompagnata all’avidità senza limiti di una coeva generazione di speculatori i quali, a dispetto dell’etimologia della parola, non hanno mai guardato più in là del loro naso. L’espansione edilizia del Veneto ha avuto negli anni tre potenti motori: la crescita economica – con l’urbanizzazione cui si è accompagnata -, la crescita demografica, generata soprattutto dall’immigrazione e il “nero”. Sono tre elementi che potrebbero mancare ancora a lungo: crescita economica ed immigrazione vanno ormai di pari passo e si condizionano l’un l’altra nel mentre il “nero” è merce sempre più rara anche in quei settori dove per molti anni è stato endemico.

Alcune banche sono state un ulteriore elemento decisivo: un finanziamento generoso di qualsiasi iniziativa immobiliare con leve un tempo inimmaginabili. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: in moltissimi comuni del veneto vi è un appartamento nuovo in vendita ogni dieci o poco più abitanti e quindi solo uno sviluppo demografico di proporzioni bibliche potrebbe ridare un senso a quegli investimenti; diversamente ci si dovrà rendere conto che si sono perduti per sempre i denari. La quantità di immobili industriali inutilizzati è sempre maggiore. Le banche continuano a cullarsi nell’idea che i crediti ipotecari siano sempre recuperabili, ma la realtà è che per molti immobili non vi è mercato e l’effetto è che la liquidità delle banche viene ad essere assorbita da incagli e sofferenze quando si ha il coraggio di classificarli per tali. Quel che rimane di questi anni è un territorio devastato, molti oneri che inevitabilmente diverranno concreti e tanta ricchezza dissipata per un’edilizia che non servirà a nessuno.

Tratto dal 3° capitolo “Diventare poveri facendo grandi affari: edilizia, aeroporti, reti, autostrade, banche e fondazioni bancarie” di Mala gestio: perché i veneti stanno tornando poveri di Massimo Malvestio edito da Nordest Europa editore e Marsilio