Voci di golpe, a Pechino la guerra per il potere si infiamma

Voci di golpe, a Pechino la guerra per il potere si infiamma

PECHINO – Sarebbe importante distinguere il reale dal falso, le voci dai fatti, quanto accade da quanto starebbe accadendo. Di certo a Pechino sta succedendo qualcosa, all’interno del Partito e fuori, con i media in fibrillazione, voci di golpe, notizie che si rincorrono e che montano, come una valanga: fatti smentiti che rimangono appesi, a macerare e creare nuove dicerie, strategie, forse, scontri per certo.

Si tratta di fatti collegati alla successione del potere in Cina: a ottobre del 2012 ben sette dei nove membri della Commissione Permanente del Politburo cambieranno. Una successione che doveva essere pacifica e che invece si sta rivelando drammatica e dai toni accesi. L’ironia della storia ha voluto che nello stesso anno Cina e Usa debbano affrontare le “presidenziali”. A Pechino, con rigorose “caratteristiche cinesi”, il valzer è cominciato in modo del tutto inaspettato.

Tutto è partito dalla cacciata di Bo Xilai, potente leader di Chongqing, nostalgico maoista, rimosso dalla sua posizione lo scorso 15 marzo. Un terremoto politico perché Bo era candidato a entrare tra i nove potenti del paese. Un evento che per la prima volta ha mostrato pubblicamente una spaccatura all’interno del partito comunista cinese, solitamente abile a nascondere le mille linee che si muovono nei suoi angoli più bui. Da questo evento un diluvio di voci e di rumors ha sconquassato Pechino. Cominciamo dall’ultimo: quello di un colpo di stato in Cina.

Golpe?

Tra martedì 20 e mercoledì 21 marzo è cominciata a girare la voce di un golpe in Cina, un tentativo di colpo di stato, mica bazzecole. Le voci sono state messe in circuito dall’Epoch Times un giornale americano, gestito da adepti del Falun Gong, ipercritico nei confronti di Pechino e non sempre ritenuto affidabile. Ed ecco che, mentre i rumors sul colpo di stato vengono messi da parte e accantonate – smentiti, perché hanno utilizzato foto di auto militari che si sono verificate false e perché è bastato farsi un giro nei luoghi caldi di Pechino per non vedere alcun segnale inquietante – con il passare del tempo, si fa strada però l’ardito complotto all’interno del Partito.

Secondo il Mingjing News, sito web di New York, quindi da prendere con dovute cautele, «Bo, attraverso Wang e in nome del Public Security Bureau di Chongqing, avrebbe acquistato 5mila fucili e 50mila munizioni da una fabbrica locale l’anno scorso al fine di creare un esercito privato». Wang Lijun – il braccio destro di Bo Xilai avrebbe rivelato questo, una volta fuggito nel consolato di Chengdu. Wang Lijun avrebbe rivelato dell’esistenza di un tentativo di colpo di stato di Bo e Zhou Yongkang, contro Xi Jinpging. Hu Jintao e Wen Jiabao non l’avrebbero presa bene. Per niente.

Secondo queste teorie ci sarebbe una guerra interna tra Hu Jintao e Wen Jiabao contro Zhou Yongkang. Hu Jintao e Wen Jiabao, è facile: presidente e primo ministro della Repubblica Popolare Cinese. Ma chi è Zhou Yongkang? E perché starebbe facendo la guerra ai due attuali uomini più potenti del paese?  Zhou Yongkang, intanto, è un duro. In secondo luogo è il numero nove della nomenklatura cinese. Zhou Yongkang è uno che gestisce potere. Zhou Yongkang è il potente capo degli apparati di sicurezza del paese. La polizia è roba sua. Originario di Wuxi, nel Jiangsu, Zhou è un altro ingegnere che ha saputo aspettare il momento buono per salire nella gerarchia politica cinese. A fine degli anni ’90 diventa segretario del Partito nel Sichuan. Si mette in mostra per la durezza nei confronti delle proteste tibetane e quelle del Falun Gong. Diventa un punto di riferimento per tutto quanto concerne la gestione delle patate calde, etniche e indipendentiste in Cina, grazie ad una frase divenuta famosa: bisogna stroncare le forze ostili.

Nel 2009 quando c’è da placare – stroncare – le proteste in Xinjiang, Hu Jintao manda proprio lui. Se è bravo, avrà pensato Hu, risolve il problema. Altrimenti, al massimo, si brucia uno che può diventare un nemico. E infatti: Zhou è alleato di Bo Xilai: sono i nemici di Hu. Zhou è la voce di Bo Xilai tra i nove del Politburo. E a Hu – e Wen – Bo Xilai non è mai piaciuto. Quando Hu Jintao e Wen Jiabao – costretti a gestirsi il potere all’ombra della rete del vecchio leader Jiang Zemin – assestano un colpo alla trama di Bo Xilai con la sua rimozione, Zhou si oppone. È un segnale: la fazione di Bo Xilai non è affatto morta, anzi. Lavora nell’ombra e può contare sugli apparati di sicurezza. Almeno sembra, perché nel rincorrersi di voci l’Epoch Times, ne tira fuori un’altra, oggi 22 marzo: Zhou avrebbe perso e sarebbe agli arresti. Nessuna conferma, ad ora. In questo momento per certo lo scontro è in atto, straordinariamente alla portata degli occhi occidentali. Almeno: è alla portata qualcosa che forse vuole essere mostrato, come ad esempio un nastro messo on line.

Una donna con un cartello che raffigura Bo Xilai

Altra ipotesi: il nastro di Chongqing e il nepotismo di Bo

Al momento tutto ruota intorno alla cacciata di Bo Xilai: perché? Quali forze stanno giocando per contendersi il potere locale? Martedì 20 marzo un nastro viene reso pubblico da siti cinesi, ma su server americani: la registrazione rivelerebbe i veri motivi all’origine della cacciata di Bo Xilai. Il leader del PCC della megalopoli di Chongqing avrebbe tentato di bloccare alcune indagini su componenti della sua famiglia, in particolare la moglie, portando la dirigenza del PCC alla drastica decisione che ha sancito la sua morte politica. Il nastro reso pubblico da boxun.com, postato su youtube e tradotto per primo dal Los Angeles Times, viene considerato autentico. Fonti hanno confermato alla stampa internazionale che la voce del funzionario intento a spiegare le motivazioni dell’allontanamento di Bo Xilai sarebbero vere. Non si tratta di una novità sconvolgente, quanto di un metodo insolito con il quale la Cina rende pubbliche beghe interne solitamente tenute nel riserbo più assoluto.

Il funzionario – la cui registrazione è online – dipinge Bo Xilai come un potente boss, alla stregua di un capo banda, che avrebbe condotto le sue campagne anti criminalità con lo scopo principale di eliminare i suoi avversari politici. Nel momento in cui Bo Xilai viene avvisato di un’indagine su alcuni membri della sua famiglia – il 21 marzo, il Telegraph punterà l’attenzione sulla moglie del leader di Chongqing – si sarebbe irritato, decidendo inoltre di “dimettere” il suo ex braccio destro Wang Lijun.

Da lì sarebbe partito tutto il periplo di eventi che ha sancito la sua disfatta politica. Wang Lijun, infatti, più che dei propri incarichi e della carriera politica, si sarebbe preoccupato seriamente della propria vita, decidendo per il gesto disperato: scappare al consolato americano e chiedere asilo politico. Si tratta della prima ammissione pubblica circa la richiesta di Wang Lijun. Secondo quanto riportato dalla voce registrata, dopo la notizia della fuga di Wang al consolato, «la mattina del 9 febbraio il segretario del partito Hu Jintao ha tenuto una riunione del Comitato permanente del Politburo per lo studio del caso. L’incontro ha concluso che l’incidente di Wang Lijun era il primo caso, dopo la fondazione della Repubblica popolare cinese, in cui un funzionario livello provinciale è entrato in un consolato straniero di propria iniziativa…. Abbiamo bisogno di gestire questo evento correttamente e dare il nostro meglio per limitare i danni che questo incidente ha portato al Partito e al Paese». È in questa riunione a porte chiuse che si decide la fine politica di Bo Xilai, un tassello di una strategia più ampia che vede Wen in prima linea e che porta fino al 1989, a Tian’anmen.

Wen Jiabao che appare alle spalle di Zhao durante la sua ultima apparizione pubblica nel 1989, quando l’ex presidente visitò gli studenti di Tian’anmen per esprimere il suo supporto e avvisarli dell’imminente repressione

La ferita di Tian’anmen

C’è un’altra lettura. Quando il premier cinese Wen Jiabao ha effettuato la propria conferenza stampa di chiusura dell’Assemblea Nazionale, il 14 marzo scorso, tutti abbiamo registrato la critica implicita a Bo, quando Wen ha ricordato la follia della Rivoluzione Culturale. Il Financial Times, però, ha messo in evidenza un altro elemento: «Per chi ha letto tra le righe dell’oratoria deliberatamente dolorosa del Premier, il suo discorso ha significato di più della caduta di Bo, che potrebbe ancora essere accusato di crimini non specificati. Secondo fonti vicine alle discussioni negli alti livelli del partito, Wen avrebbe tentato di muovere un primo passo verso una politica che spazzerebbe via l’attuale ordine in Cina, per dare il via alla riforma di potere che il Premier ha menzionato più volte negli ultimi anni. Tale politica sarebbe la riabilitazione e rivalutazione delle proteste studentesche del 1989 a Tian’anmen e il massacro del 4 giugno, quando alti esponenti del partito diedero l’ordine all’esercito del popolo di aprire il fuoco contro dimostranti non armati. Fino ad oggi, la linea ufficiale di partito è quella di considerare le proteste come una “sommossa contro-rivoluzionaria”, e l’intero episodio è stato scrupolosamente rimosso dalla coscienza collettiva della nazione».

E riecco il 1989. Cosa c’entra con l’attuale scontro? C’entra: «quando le proteste studentesche si diffusero da Tian’anmen al resto del paese, Bo Yibo – il padre di Bo Xilai – fu uno di coloro che fecero ripetutamente pressione su Deng Xiaoping perché adottasse una linea dura e mandasse le truppe a sopprimere la situazione. Molti altri longevi esponenti di partito e i loro eredi si sono macchiati della decisione di uccidere civili non armati, e alcuni, come l’ex presidente Jiang Zemin, sono stati promossi solo come risultato diretto del tumulto del 1989», si legge sul Financial Times. Jiang Zemin divenne capo del Partito di Shanghai proprio quando il suo capo, Zhao Ziyang, fu arrestato per aver rifiutato di dichiarare legge marziale.

Il Financial Times ricorda una famosa foto dove si vede Wen Jiabao che appare alle spalle di Zhao durante la sua ultima apparizione pubblica nel 1989, quando l’ex presidente visitò gli studenti di Tian’anmen per esprimere il suo supporto e avvisarli dell’imminente repressione. «Sebbene sia stato cancellato dalla memoria collettiva – scrive il Financial Times – generalmente con successo, il massacro di Tian’anmen rimane il singolo evento a dividere e alimentare controversie tra gli ufficiali di alto rango».  

E allora riecco le squadre: i funzionari di alto livello del partito comunista cinese possono essere divisi tra chi ottenne benefici politici a seguito della decisione di stroncare gli studenti e chi invece ne rimase fuori, se non addirittura danneggiato. Nel tempo il gruppo di chi ne ebbe favori politici si sta restringendo, e Bo Xilai, figlio di Bo Yibo, era uno di questi. Rimangono altri, tra tutti il vecchio che opera nel silenzio: Jiang Zemin, dato in questo momento più vicino a Hu e Wen. Il vecchio vuole una successione pacifica. Che per ora, pacifica non è.