Io laziale vi racconto chi era “Giorgio Chinaglia grido di battaglia”

Io laziale vi racconto chi era “Giorgio Chinaglia grido di battaglia”

Giorgio Chinaglia durante un derby con la Roma

Si può promuovere un artista, sostenerlo, al limite anche difenderlo. Ma non si fa il tifo per lui. Inoltre difficilmente il gusto e la sensibilità per un artista si tramandano di padre in figlio. Per un calciatore è diverso. Giorgio Chinaglia ha fatto esultare mio nonno e mio padre da giocatore, e da presidente ha accompagnato il mio esordio da abbonato allo stadio nel 1984. Per un laziale il concetto di tempo non è mai stato così chiaro come oggi.

Chinaglia è stato un simbolo, centravanti e leader assoluto del primo scudetto biancoceleste nella stagione 1973/1974, con ventiquattro gol. La vittoria della Lazio allenata da Tommaso Maestrelli rappresentava una eccezione per quegli anni, come il Cagliari di Gigi Riva: spezzavano entrambe il monopolio dei campionati vinti tra Torino e Milano.

I numeri della sua carriera? 209 presenze e 98 reti, e questo vale per gli almanacchi. Ma le immagini raccontano meglio la sua leggenda. Chinaglia è il termometro della Roma biancoceleste degli anni Settanta. Numero nove sulla maglia, un metro e ottantasei d’altezza, capelli lunghi e basettoni, fisico imponente, incedere curvo, a testa bassa ma per nulla timido. Della Lazio è stato il trascinatore irrequieto e rissoso, anche dentro lo spogliatoio diviso in clan, e per questo detestato negli stadi di mezza Italia: al San Paolo fece le corna verso il pubblico napoletano, noncurante davanti ai fotografi; dopo uno dei cinque gol segnati complessivamente alla Roma nei derby esultò sotto la curva Sud, un gesto di sfida immortalato da una foto diventata parte dell’iconografia laziale, un’immagine che avrebbe poi ossessionato un ragazzino della Primavera anni Ottanta come Paolo Di Canio. I tifosi avversari lo aspettarono invano sotto casa.

Giorgio Chinaglia è il leader che a San Siro prendeva a calci nel sedere un giovane Vincenzo D’Amico colpevole di non marcare a dovere Mazzola, e che si faceva fotografare mentre leggeva indifferente il giornale sotto la scritta “Laziali bastardi”. È l’egocentrico sbruffone che viene adottato dal mite allenatore Maestrelli. In nazionale Chinaglia entra nella storia a modo suo. Nel 1973 a Wembley, dopo aver fatto ballare la difesa, crossa per Capello il pallone che vale la prima storica vittoria degli azzurri in terra inglese, per la gioia dei “Trentamila camerieri” italiani presenti allo stadio, come aveva titolato sprezzante il Sun. L’anno dopo ai mondiali in Germania manda a quel paese in diretta il ct Valcareggi per una sostituzione contro Haiti.
 

Chinaglia dopo la sostituzione di Valcareggi ai mondiali del 1974

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Così “Long John”, come veniva chiamato per il suo passato gallese, ha retto da solo per anni l’immaginario laziale, anche dopo essere partito nel 1976 per l’avventura esotica e milionaria con i Cosmos di New York per giocare insieme a Pelé, quella che Rino Gaetano commentò cantando «mio fratello è figlio unico perché è convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone». Anche dopo aver lasciato la Lazio nel 1985 da presidente, dopo due anni di promesse e ombrelli branditi in campo contro gli arbitri, e con un bilancio fallimentare sancito dalla discesa in serie B alla fine del campionato 1984/85 con una squadra che poteva schierare campioni come D’Amico, Giordano, Manfredonia e Laudrup. Era arrivato con la Lazio allo sbando in serie B e schiacciata dal confronto con la nuova Roma di Falcao e Liedholm freschi di scudetto. Chinaglia riportò la speranza nell’ambiente, “Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia”. Arrivò a luglio del 1983, tre mesi dopo diede l’addio al calcio con il Chinaglia day contro i suoi Cosmos, in realtà celebrava solo il ritorno del numero nove. Fu un evento strano, 40mila spettatori per un’amichevole. Aveva convinto anche i disillusi e gli scettici. Giorgione ce la poteva fare. Invece ci rimise tutti i suoi soldi, certamente meno di quanto avesse promesso di racimolare con i soci americani.

Come presidente Chinaglia è tornato di recente a far tremare i tifosi della Lazio. Nel 2005 ha provato ancora una volta a riprendersi la sua Lazio, approfittando dei forti contrasti del tifo organizzato con l’attuale presidente biancoceleste Claudio Lotito. Tentando la scalata alla società ha però rimediato nel 2006 un’ordinanza di custodia cautelare per estorsione e aggiotaggio. Nel 2008 la notizia shock: il mandato di arresto per riciclaggio, con l’accusa di nel tentativo di comprare la Lazio la cui fonte sarebbe stata il clan camorristico dei Casalesi. Nel frattempo però Chinaglia si era rifugiato nella sua America. Ecco perché è morto da latitante. Eppure si è solo piegata ma non spezzata l’immagine di Long John. E la sua scomparsa improvvisa, a soli 65 anni per infarto, racconta ancora una volta una vertigine del tempo legata allo scudetto del 1974.

Nella testa del tifoso la sua morte precoce trova immediatamente posto accanto ad altri lutti che molti anni prima, a ridosso del primo scudetto conquistato, hanno colpito la banda di “pistole e palloni” (come si intitola il libro di Guy Chiappaventi dedicato alla squadra del primo scudetto). Il sogno della Lazio del 1974, che soltanto due anni prima era in serie B, era crollato con il tumore dell’allenatore Maestrelli e la morte sciagurata di Luciano Re Cecconi. Perdite che hanno condizionato la tifoseria negli anni a seguire, tormentata anche dal calcio scommesse – in cui furono coinvolti i giovani talenti Giordano e Manfredonia – e dalla discesa in B nel 1980. Il ritorno dagli States di Chinaglia nel 1983 dà l’illusione di rimettere insieme i cocci dell’incanto spezzato nove anni prima. Ma è un fuoco di paglia pagato a caro prezzo.

Alla fine del 1987, con gli spareggi per non finire in serie C, i tifosi che avevano visto Chinaglia vincere lo scudetto si ritrovarono a tifare per degli sconosciuti in due partite all’ultima spiaggia. Per molti dei nostri padri non bastava la memoria salda degli almanacchi. Dentro l’esito di quegli spareggi c’era anche un sogno che non doveva svanire: quello del primo scudetto approdato nella capitale dal dopoguerra. Tredici anni dopo la Lazio ha vinto il suo secondo titolo tricolore. Altre storie, altri protagonisti. Con la morte di Chinaglia se n’è andato invece un personaggio con cui fare sempre i conti, un capopopolo nel bene e nel male.