Cantù, i grillini senza Grillo che possono battere la Lega

Cantù, i grillini senza Grillo che possono battere la Lega

Una costosissima piazza centrale in granito dell’Adamello, costruita da un’azienda di Agrigento a suo tempo finita sotto la lente della Direzione distrettuale antimafia. Se la Lega Nord dovesse davvero perdere al ballottaggio la roccaforte di Cantù, sarebbe questa, dopo vent’anni di regno incontrastato, la sua impronta lasciata nella storia della cittadina della Brianza comasca. Trentanovemila abitanti (circa quattromila gli stranieri) e una diffusa fama legata al mobile di design, al pizzo merlettato e alla pallacanestro.
Dopo due mandati di Tiziana Sala (il sindaco che aveva inventato il telefono verde per denunciare gli extracomunitari), la Lega ha candidato il deputato canturino Nicola Molteni, classe 1976.

Dall’altro lato, a tentare di far cadere la Stalingrado del Carroccio, c’è Claudio Bizzozero, del 1965, a capo non del centrosinistra (fuori al primo turno), come si potrebbe ingenuamente pensare, ma di una lista civica chiamata Lavori in Corso. Una lista che ha nel suo pantheon, almeno a livello di aforismi scelti, Gandhi («Se vuoi cambiare il mondo comincia da te stesso e dalla realtà a te più vicina»), Robert Kennedy («Quello che ci manca è di sapere a cosa ci serve questo benessere») e Giorgio La Pira («amministrare una città significa certamente occuparsi delle sue lampadine, ma anche farsi carico del problema della Pace»). E che – sempre sfogliando la presentazione sul web – rimanda a livello ideale «ai valori universali delle carte internazionali dei Diritti Umani, per l’ambito laico, e alle grandi Encicliche Sociali per l’ambito cattolico». E, per fare qualche nome, si richiama «a Dossetti, La Pira e Moro; ai fratelli Rosselli, Gobetti, Gramsci e Spinelli; fino a Capitini, Don Milani, Balducci e Turoldo». Una lista con una forte connotazione antipartitica, tanto che il sito ha per architrave una grande scheda elettorale in cui le x tracciate sui simboli di partito formano la scritta «Basta» (clicca qui per vederla). E che all’occhio di un esterno non esperto di cose canturine potrebbe essere facilmente scambiata per grillina.

Invece no. Guai a dirlo. Qua il Movimento 5 Stelle, forse svuotato proprio dalla presenza di Lavori in corso, di fatto non esiste (c’è un gruppo su Facebook di simpatizzanti, ma non si è presentata nessuna lista) e la lista di Bizzozero non è una novità da recente cronaca politica: partecipa per la terza volta alle comunali, con risultati migliori di volta in volta. Il debutto risale al 2002 e l’esito fu già allora di tutto rispetto: 17,6%. Più della somma di Ds e Rifondazione, per intenderci. Nel 2007, la prima volta al ballotaggio, contro i giganti Lega e Forza Italia ancora alleati, e con l’Ulivo subito fuori dai giochi. Finì 52,97 a 47,03%: 978 voti di scarto (dopo il primo turno erano 3.912) e con 5 consiglieri piazzati in municipio. Stavolta, il margine è più stretto: 255 voti in più per Lega e alleati (non c’è più il Pdl, ma con i lumbard c’è la Destra di Storace). La battaglia sarà dura. Il Pdl non ha voluto dare una mano ai vecchi compagni di lotta e di governo portando in dote un po’ del 14,17% con cui il suo candidato Attilio Marcantonio è arrivato quarto: «L’opinione è quella di non propendere per alcun candidato sindaco», hanno detto i vertici del partito in città. Aggiungendo velenosamente: «Nel contempo avvertiamo la necessità di operare un taglio netto con il passato che stiamo rivisitando in chiave critica. I nostri rappresentanti, eletti in consiglio, in questa ottica saranno aperti a qualsiasi proposta di nuovi modelli di percorsi politici volti a favorire unicamente lo sviluppo della città e le giuste aspettative ed esigenze dei cittadini». Il Pd e l’Udc hanno dato il loro appoggio esterno a Bizzozero, nonostante lui non si fosse risparmiato asprezze nei loro confronti. Due liste civiche si sono apparentate con Molteni, e la Lega ha schierato in campo l’artiglieria pesante. Visite a raffica di Maroni (una volta voleva arringare la piazza, ma Bizzozero l’ha costretto a ripiegare, regolamento comunale alla mano sul ristorante Garibaldi), una comparsa di Tosi e anche qualche passaggio di Bossi, tra cui quello che aveva fatto sghignazzare gli avversari per i manifesti leghisti «Bossi al Capolinea» (si chiama Capolinea la pizzeria dove il Senatùr incontrava i suoi).

I manifesti del candidato leghista Nicola Molteni: «Non è finita»

Claudio Bizzozero e i suoi hanno messo in piedi una complessa architettura di liste: ben sette. Oltre alla principale, Lavori in corso (10,56%), forte in centro, c’erano: Frazioni in corso, che ha raccolto l’1,72% nei sobborghi di Asnago, Fecchio e Mirabello; Vighizzolo insieme (1,40%); il Movimento 22063 (dal cap di Cantù) del transfuga leghista Luca Delfinetti (1,25%), Uniti per Cantù (0,99%), Cantù sostenibile (0,69%) e Cantù Rugiada, una lista di under trenta che ha fatto il boom di voti, ottenendo il 7,03%.

Mister preferenze di Cantù Rugiada è stato Andrea Terraneo, 22 anni, studente di Scienze Politiche alla Statale di Milano e barista all’Irish Pub. «La cosa più positiva di vent’anni di Lega», dice, «è che, per reazione, i leghisti hanno fatto tornare alla gente la voglia di fare politica. Anche a noi giovani. Il nostro modello è la Svizzera. Vogliamo i referendum comunali senza quorum e le assemblee di quartiere. Più partecipazione e più trasparenza. Siamo per la politica del fact checking. Basta gettare benzina sul fuoco! Monti mette l’Imu. Più utile fare il casino che fa la Lega o studiare l’aliquota che pesa meno sui cittadini e che ci consente di far quadrare il bilancio comunale e di offrire servizi adeguati? A spingere molti di noi all’impegno politico è stato questo modo di fare, e la distruzione del nostro territorio. Cantù è satura, ci sono già oltre 1.100 appartamenti sfitti, ma la Lega ha varato un Pgt tutto basato sul cemento. Noi siamo per il consumo di suolo zero; loro per la cementificazione. Una cosa è permettere a un residente da anni di fare la casetta al figlio, altra è realizzare interi complessi di palazzoni. E poi, per le opere pubbliche, vogliamo dei patti di integrità. Degli appalti che, in caso di infiltrazioni malavitose, permettano al Comune di recedere senza pagare penali. A Cantù ci sono quattro immobili sequestrati alle mafie. Nel clima di poca trasparenza instaurato negli ultimi vent’anni si è creato il terreno adatto per gli appetiti della criminalità organizzata».

Terraneo parla a un tavolone del San Rock Café, il bar di Michele Ferri, altro esponente della lista Cantù Rugiada, che è diventato la sede delle riunioni del movimento durante tutta la campagna elettorale. Ci sono due manifesti con la scritta «Ghe semm!» («Ci siamo!»). «Li abbiamo voluti così», spiega Ferri, 28 anni da compiere, una figlia di tre anni e un bar di proprietà (con un socio) da cinque, «perché siamo stufi dell’espropriazione del dialetto operata dalla Lega. Lo trattano come fosse cosa loro. Invece noi tutti, in casa, coi nostri genitori e ancor più coi nonni, parliamo in dialetto». I manifesti li hanno disegnati tutti a mano, uno diverso dall’altro. E poi hanno fatto felpe e T-shirt. È stata una buona palestra di creatività. E sempre con la fantasia hanno risposto al clima di paura instaurato dalla Lega in vista del ballottaggio: se vincono loro apriranno una moschea gigante, se vincono loro faranno venire qui migliaia di rom… Per tutta risposta hanno aperto una pagina web di superbufale di fantasia, un po’ come fecero a Milano i sostenitori di Pisapia dopo l’uscita della Moratti sul furto di auto.

Ferri aveva già avuto la tentazione di candidarsi con Lavori in corso cinque anni fa ma non ne aveva fatto niente. Stavolta è stato più deciso. «Perché mi giravano i coglioni», spiega. «Avevamo fatto una mostra interattiva alla cascina di Santa Naga. Si chiamava “La caprata”. Funzionava un po’ nello stile del book crossing, ma con opere d’arte fatte dai giovani. Se ne portavi una in mostra, potevi portarne a casa un’altra. Non avevamo chiesto tutte le autorizzazione per la manifestazione, l’avevamo fatta un po’ abusiva. Così il Comune ci ha mandato i carabinieri e ci ha fatto chiudere il tutto. In città non c’è mai spazio. Le mostre le fanno per i soliti artisti dai 50 anni in su. Noi non siamo giovanilisti e non pensiamo che essere giovani sia un valore in sé, ma siamo anche stufi di una politica che dei giovani se ne frega perché siamo pochi e a loro conviene puntare sui vecchi, in questo Paese. Loro parlano una lingua che mi è sconosciuta. Non abbiamo mai nessuno che ci spieghi le cose. Se senti i loro discorsi sul Pgt mica capisci niente. È bastato che venisse un giovane competente e ho capito subito che vogliono costruire tante palazzine da fare quattro volte lo stadio di San Siro. Dobbiamo tornare a parlare e a spiegarci. Ora ognuno vive per i fatti suoi. Noi vogliamo imparare a vivere nella nostra città».

Le somiglianze con Beppe Grillo e le 5 Stelle programmatiche del suo Movimento non sembrano poche ma Andrea Terraneo spiega le differenze: «Una sera hanno fatto una presentazione a Cantù. Io sono andato, ed eravamo in dieci, di cui cinque di Lavori in corso. A noi di loro non piace il limite dei due mandati elettorali. Se un politico è un buon politico ed è onesto non capiamo perché debba smettere. Non possiamo tollerare certe sparate di Grillo. Per fare un solo esempio quando ha detto che la mafia strozzina meno dello Stato. Non condividiamo la sua linea tenera contro gli evasori, quando dice che se tutti pagassero le tasse la Casta avrebbe più soldi da mangiare. Né quando auspica un tribunale di Norimberga per i politici. La legge c’è già. Non scherziamo su tribunali politici o tribunali speciali. Insomma anche lui fa troppo il politico, nel senso che fa spot e getta benzina sul fuoco, con tutto quell’odio per la Casta. C’è troppo odio, a nostro parere, alla base del suo Movimento 5 Stelle. Noi abbiamo un po’ di aggressività, dovuta anche al fatto che siamo giovani, ma ci sentiamo moderati. Per me essere moderati significa entrare nel merito delle cose, numeri alla mano. Sedicenti moderati come Schifani o Alfano sono più agitatori di noi».
Il movimento di Bizzozero ha una doppia anima. Inizialmente era una costola della sinistra (lui è stato un dirigente della Fgci, i giovani comunisti, di Como), man mano ha inglobato sempre più elettori moderati e del movimentismo solidale cattolico: mondo scout, oratori, associazioni di volontariato e pacifiste (è stato a capo del Coordinamento comasco per la pace). A livello di politica nazionale, anche se in campagna elettorale ha tenuto la cosa abbastanza in sordina, fa riferimento a Verso Nord (è il responsabile lombardo), il movimento fondato da Massimo Cacciari, dal direttore della Cgia di Mestre (e candidato Pd alle regionali venete sconfitto da Zaia) Giuseppe Bortolussi, dal direttore di Eutekne.info Enrico Zanetti e da altri (vedi lista completa) intellettuali veneti.

Se Pd e Udc hanno dato l’appoggio esterno per il ballottaggio, un accordo non è stato possibile con Sel che chiedeva di mettere nel programma i registri per le coppie non sposate etero e gay e per il testamento biologico. Temi troppo divisivi per un movimento che ha una forte componente cattolica.
«Per noi quei temi non erano un’urgenza», spiega Francesco Pavesi, professore di storia dell’arte di 34 anni, consigliere comunale uscente e rieletto, e braccio destro di Bizzozero. «Siamo favorevoli a una sensibilizzazione e a un’aperta discussione su quei temi, ma non a farne una priorità adesso. Il nostro obiettivo è cambiare la città dopo vent’anni di strapotere leghista. E per farlo abbiamo bisogno dei voti di centrosinistra e di centrodestra. L’ago della bilancia saranno gli elettori del Pdl, il vero sconfitto di questo voto anche a Cantù, ben più di una Lega che ha retto più di quanto ci si potesse immaginare, visto quanti erano i mugugni in città. Ci sta stretto l’aggettivo di antipolitica. Mi fa ridere. Siamo in comune dal 2002. Vogliamo più politica, non meno: le assemblee di quartiere deliberative, i referendum, far uscire la gente dalle case… Siamo antipartitici, questo sì. O meglio. Siamo contro i partiti di oggi. Il clima di questi mesi, nella sua tristezza, ci dà ragione nella nostra lettura, ormai decennale, della degenerazione dei partiti nazionali. Ma da Udc e Pd c’è stato un atto di responsabilità. Senza chiederci poltrone, hanno riconosciuto in noi l’unica possibilità di cambiamento».

Lo conferma Antonio Pagani, 61 anni, una vita in banca da responsabile dell’amministrazione del personale di Intesa Sanpaolo, iscritto al Pd da un paio d’anni e candidato del Partito democratico a queste elezioni (si è fermato al 18,96%; il Pd all’11,71): «È stata una decisione meditata perché Lavori in corso non è una forza poi così contigua a noi. Fanno dell’antipartitismo il loro riferimento principale e Claudio Bizzozero non si è risparmiato nessun attacco nei nostri confronti. Ma abbiamo pensato che dovesse prevalere la necessità di cambiare la guida della città. Un anno fa avevamo cercato un accordo con loro, per candidarci assieme al primo turno. Ma avevano rifiutato. Secondo noi gli apparentamenti al ballottaggio sono solo un pasticcio e quindi il nostro è un appoggio esterno. Abbiamo chiesto loro di sottoscrivere quattro temi da noi particolarmente sentiti e lo hanno fatto senza problemi. Anch’io vengo dal mondo dell’associazionismo. Sono stato capo scout Agesci e ho fondato l’Aspem, un servizio di volontariato internazionale. Credo che sia in questa forza di partecipazione la speranza di cambiare il nostro futuro. Nell’unire all’individualismo che ha fatto grande la Cantù artigiana, fiorente di piccole e medie imprese, la nostra grande capacità associativa e solidale che ha sempre contraddistinto questa terra lombarda.»

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