Con la rete le masse emergono e le élite hanno paura

Con la rete le masse emergono e le élite hanno paura

Esiste uno stretto rapporto tra tecnologie della comunicazione e ordine politico. Negli ultimi due anni si è detto a più riprese, e a ragione, che la primavera araba non avrebbe mai visto la luce – in Tunisia e in Egitto, ad esempio – senza l’esplosione dei social network. Entro società che sono maggioritariamente composte da persone sotto i trent’anni e che quindi hanno grande dimestichezza con Facebook, è stata la rete che ha reso possibile l’impossibile: favorendo un coordinamento popolare che ha aiutato a sbriciolare sistemi di potere che si reputavano solidissimi.

Esattamente cinquant’anni fa, in quello che è ormai un classico (Storia e critica dell’opinione pubblica, scritto nel 1962 e uscito in Italia per Laterza), Jürgen Habermas esaminò in che modo nel corso della modernità le società europee abbiano dato vita a luoghi di discussione strettamente connessi alla loro struttura sociale. Anche sulla base di quella riflessione, si può sostenere che un po’ ovunque la situazione attuale ricordi quell’Europa tra Sei e Settecento che vide emergere ogni genere di dibattiti e confronti, e con essa la “sfera pubblica”: una realtà popolata da individui largamente autonomi e soggetti intraprendenti, collocata tra il vertice della piramide (dove si prendono le decisioni) e la base (dove si ubbidisce). Una trama di dialoghi che in qualche circostanza si sforza di limitare i governanti e proteggere le libertà fondamentali.

Nella lettura data dal filosofo francofortese, in Germania l’opinione pubblica si definiva prevalentemente nelle accademie universitarie, mentre in Francia furono i salotti aristocratici a fare lievitare quelle tesi che, a partire dal 1789, faranno di Parigi il fulcro di cambiamenti radicali. È però nella società britannica che con più nettezza prenderà corpo quella rete di relazioni che permetterà lo sviluppo di confronti e dissensi.

Al di là della Manica, i luoghi di discussione delle nuove idee non sono spazi riservati agli studiosi, né si tratta di case private a cui pochi possono accedere e solo su invito. Habermas rileva come il dibattito politico al centro della nuova Inghilterra liberale si imponga nelle coffee houses, in quelle aree del consumo in cui uomini politici e semplici curiosi, nobili e borghesi, studiosi e commercianti si confrontano sui temi più caldi: dalla schiavitù al protezionismo.

Le cose cambieranno presto e in profondità. Non è un caso che, giunto al potere, Napoleone decida immediatamente una rigida censura sulla stampa e che un secolo dopo Benito Mussolini sia prima di ogni altra cosa un giornalista e una manipolatore. Nell’età del trionfo dello Stato, quotidiani e periodici acquisiranno un peso politico crescente ed è difficile comprendere gli ordini totalitari del Novecento senza tenere in considerazione il controllo poliziesco sulla stampa, il cinico sfruttamento del mezzo radiofonico, il monopolio televisivo. Per propria natura la pianificazione sociale implica un’informazione di tipo “broadcasting”: prevede che qualcuno (il Potere) parli a tutti (il popolo), e questo entro una relazione unidirezionale che muove dall’alto verso il basso.

In tal senso, l’esplodere di una comunicazione indipendente legata ai nuovi media e soprattutto a internet (quotidiani on-line come Linkiesta e altri, ma anche blog, gruppi di discussione, forum e via dicendo) fanno sì che una certa gestione centralizzata delle notizie e delle opinioni funzioni solo con quanti hanno più di sessant’anni di età. Il mondo ha preso un’altra strada e difficilmente potrà reggere il mondo dominato dai salotti di Bruno Vespa e dalle prediche di Emilio Fede.

Oggi siamo pure in grado di capire in che modo il tono stentoreo di Guido Notari, che era stato la voce dei cinegiornali dell’età fascista, abbia continuato ad accompagnare la vita degli italiani nei documentari Rai degli anni Cinquanta. Quella persistenza dei ritmi e delle sonorità è sorprendente, certo, ma aiuta anche a comprendere il fil rouge che collega l’Eiar mussoliniana e la Rai “lottizzata” dalle forze politiche del dopoguerra. In quel mondo, cultura politica e struttura informativa impedivano un vero spazio per il confronto, la libera iniziativa, l’interattività. Le cose inizieranno a cambiare solo grazie alle radio libere e alle televisioni private, ma la trasformazione dei nostri anni è assai più radicale, dato che il flusso ininterrotto di giudizi che domina il web ci trasmette in diretta ciò che la gente pensa e vuole.

Nei giorni scorsi sono capitato in un talk-show del tardo pomeriggio di Canale 5: con una presentatrice continuamente imbeccata da un tizio che – fuori inquadratura – agitava una lavagna con suggerimenti vari, con il capo-applausi che azionava il pubblico, con il politico di turno che dominava la scena predisposta per lui. Tutto era costruito e artefatto. Gli unici che mi hanno visto, però, sono alcune vecchie zie e qualche amico avvisato da me, che ha retto solo pochi minuti. La televisione “per tutti” ereditata dall’epoca degli Stati sembra insomma condannata a morte.

Gli ordini politici tradizionali opponevano un’élite organizzata e una massa disorganizzata: e Gaetano Mosca riteneva che l’arcano del potere, che permetteva ai “pochi” di dominare i “tanti”, fosse riconducibile a quell’elemento. Oggi però ognuno può dire la propria, anche mettendosi alla testa di campagne propagandistiche. Non a caso ci sono decisioni governative – quella di acquistare 400 auto blu, ad esempio – che sono state bocciate dallo sdegno della rete e vi è pure chi – come Luigi Curini, Stefano M. Iacus e Giuseppe Porro nel loro “Voices from the Blogs” (voicesfromtheblogs.com) – costantemente monitora le voci che scorrono su Twitter, Facebook e il resto della blogosfera.

Non tutto è positivo in questa inedita situazione, poiché le catene del futuro potrebbero essere forgiate dalle opinioni dominanti: con esiti non meno illiberali. Ma è chiaro che la rivoluzione del sistema comunicativo e, insieme ad essa, la nascita di una nuova “sfera pubblica” sembrano delineare il dissolvimento di un dominio piramidale, del tutto indisponibile a rispondere alle domande della gente comune.

*Carlo Lottieri (Brescia, 1960), ha studiato a Genova, Ginevra e Parigi. Titolare nel biennio 2002-2003 di un incarico per l’insegnamento di Filosofia delle Scienze Sociali all’università di Venezia, dal 2004 insegna materie filosofico-giuridiche all’università di Siena. Dal 2011 è pure docente di Filosofia delle scienze sociali e Filosofia del diritto all’Istituto di filosofia applicata della Facoltà di teologia di Lugano.

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