Ecco perché “Indignarsi” è giusto e fa bene

Ecco perché “Indignarsi” è giusto e fa bene

La rivista americana “Time” è solita dedicare l’ultima copertina di dicembre a una personalità che si è particolarmente distinta durante l’anno. Il 26 dicembre 2011 essa ha messo in prima pagina, come personaggio dell’anno, un protagonista senza nome con il volto semicoperto da un fazzoletto: il dimostrante. Nel sottotitolo, a spiegazione della scelta inconsueta, ha aggiunto: “Dalla primavera araba ad Atene, da Occupy Wall Street a Mosca”. Questa copertina del “Time” è una sintesi effi cace di un anno segnato nel mondo intero dal ritorno nelle piazze di milioni e milioni di donne e di uomini.

Tutto è cominciato nei primi giorni del 2011, quando nelle strade di Tunisi si è accesa la scintilla della protesta contro i regimi dispotici e dittatoriali del Medio Oriente. Nelle settimane successive la rivolta è dilagata in altri paesi arabi. Alla fi ne dell’anno, dopo dodici mesi di mobilitazioni straordinarie, dopo eventi drammatici e il crollo di regimi che duravano da decine di anni, il mondo arabo non era ancora acquietato: l’epicentro della mobilitazione popolare si era spostato in Siria. In contemporanea, negli ultimi giorni del 2011, si sono messe in movimento anche le piazze delle città russe, in segno di protesta contro gli arbìtri e l’autoritarismo del regime politico instaurato da Putin.
Nel lontano Cile per mesi interi una folla immensa di giovani ha invaso le piazze delle principali città: attorno a essi si è stretta l’opinione pubblica di un paese che ha cominciato a ribellarsi alle abnormi disuguaglianze. Nel cuore dell’Europa la miccia della protesta è stata accesa all’inizio dell’anno da un anziano militante della Resistenza francese, Stéfane Hessel, con un opuscolo di poche decine di pagine, “Indignatevi”, un pamphlet di denuncia contro il rischio di liquidazione di tutto un patrimonio di conquiste sociali.

Nelle librerie appaiono spesso dei pamphlet e non provocano particolari emozioni: questa volta, a sorpresa, questo piccolo libro è andato a ruba, con un milione di copie vendute in pochi giorni.
Da quel momento la parola “indignazione” ha cominciato a correre in tutta Europa: essa è stata raccolta prima dai giovani portoghesi e poi dagli Indignados spagnoli. Da lì essa è rimbalzata nelle piazze già incandescenti di Atene e poi si è propagata anche oltre oceano, fi no negli Stati Uniti dove si è innescato il movimento di protesta contro Wall Street.

Le ragioni dell’indignazione
Ognuna delle vicende sopra ricordate ha proprie motivazioni. Il quadro d’insieme, però, è impressionante: esso dà l’idea che siamo entrati in una stagione di grandi tensioni e cambiamenti. Tutto nasce dalla grande crisi che si sta facendo sentire nel mondo intero e che sta gettando milioni e milioni di persone in una situazione di grave incertezza. I movimenti che hanno scosso tanti paesi hanno lanciato molte parole d’ordine. La più originale, quella che sembra riassumere tutto un clima e un’intera stagione, è stata “indignazione”. Poche volte nella storia le mobilitazioni sociali avevano evocato l’indignazione: il ricorso a questa parola d’ordine è un segno della novità e della radicalità di quanto accaduto nel 2011. Essa ci offre anche la chiave per ragionare sullo sbocco, ancora tutto da esplorare, di questi movimenti.

Indignazione è una parola nella quale si riassume uno stato d’animo e una scelta morale. Il vocabolario italiano ci spiega che essa esprime “un vivo sentimento per ciò che si ritiene indegno, riprovevole, ingiusto”. Essa segnala con particolare efficacia che c’è qualcosa che assolutamente non si vuole, ma non precisa che cosa diversamente si vorrebbe. Il motivo per cui un intero movimento ha fatto ricorso a questa parola sta proprio in questa sua ambiguità: essa ha permesso di esprimere l’umore di milioni di manifestanti che sanno perfettamente che cosa ritengono indegno e ingiusto, ma che non trovano le parole per indicare che cosa vorrebbero fare. Si tratta di una contraddizione drammatica che i manifestanti percepiscono ed espimono, ma non riescono a superare.

Nella parola d’ordine “indignazione” vi è l’inquietudine e la rabbia di milioni di giovani e meno giovani per una crisi economica che dura ormai da quattro anni, ma vi è anche lo sconcerto per il fatto che il gioco economico è ancora saldamente nelle mani di chi ha provocato la crisi stessa. Soprattutto “indignazione” esprime la diffi coltà a trovare interlocutori politici credibili. Proprio come è successo in Spagna: gli Indignados protestavano sdegnati contro le misure che stava adottando il governo del socialista Zapatero, ma erano consapevoli che la sua ormai probabile sconfi tta elettorale avrebbe aperto le porte a un governo peggiore, guidato dalla destra.

“Indignazione” è una parola d’ordine che esprime con effi cacia la differenza tra quanto sta accadendo oggi e quanto accadde nel dopo 1929, in occasione dell’ultima grande crisi economica generale. Allora, dopo due, tre anni il mondo imboccò strade nuove: in America, anche allora epicentro della crisi, si affermò una visione nuova del governo dell’economia e della società. La cultura e gli uomini del liberismo oltranzista furono costretti a cedere il passo a una nuova politica democratica ispirata dalle idee di un grande economista come
John Maynard Keynes e gestita da un leader politico come il nuovo presidente americano Franklin Delano Roosvelt. Questa volta, invece, non si sentono idee e programmi nuovi: per fronteggiare la crisi, si dice, bisogna ridurre la spesa pubblica, ridimensionare il sistema di protezione sociale, dare più slancio alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni. In poche parole, bisogna applicare con ancora più decisione le stesse ricette che hanno portato alla crisi.
È dentro questa morsa drammatica che si è formato il sentimento dell’indignazione: esso, più che una protesta e una denuncia, è un vero e proprio grido di allarme.

“Trent’anni ingloriosi” alle spalle Questo saggio si propone di andare alle radici di questa “indignazione” e di mettere a fuoco le ragioni che ne hanno motivato l’esplosione nelle piazze europee e americane. In altre parole esso cerca di spiegare perchè siamo entrati in una crisi così grave e perchè, mentre avvertiamo l’urgenza di costruire idee e proposte alternative, percepiamo la gravosità e la problematicità di un simile impegno. Per rispondere seriamente a queste domande dovremo scavare nel nostro passato: la grande crisi nasce dai trent’anni che abbiamo alle nostre spalle, quelli della globalizzazione liberista. Essi appaiono a noi come trent’anni ingloriosi e assumono questa coloritura proprio quando vengono paragonati ai trent’anni che li avevano preceduti, quelli immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale e che da qualche tempo, sulla scia delle definizione proposta dallo storico Eric Hobsbawm, vengono comunemente definiti i “trent’anni d’oro”.

In effetti il dopoguerra, se si riflette attentamente, può essere suddiviso in due periodi dalla durata pressochè uguale, ma tra loro profondamente diversi: i “trent’anni d’oro” che vanno dalla fi ne della guerra fi no all’incirca al 1979 – 80 e i “trent’anni ingloriosi” che vanno dal 1980 fi no al 2008.

Per ragionare sulla differenza tra i due periodi facciamo ricorso alla categoria dei “paradigmi storici”, intendendo con questa espressione gli elementi distintivi dell’organizzazione economica e sociale e del modo di vivere e di pensare delle persone che danno il segno a una fase storica.

Questi “paradigmi” si formano, si affermano e poi vengono superati nel corso di un lungo periodo. Utilizzando questa categoria interpretativa possiamo evidenziare che la stagione inaugurata dalla fi ne della seconda guerra mondiale era caratterizzata dal paradigma dell’inclusione sociale: esso si è esaurito proprio a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. È allora che si è aperta una fase del tutto nuova, quella della globalizzazione liberista, caratterizzata da altri processi economici e sociali e da un’altra tavola dei valori. I tratti distintivi, paradigmatici, di quest’ultimo trentennio sono il fondamentalismo di mercato e l’individualismo radicale. Dobbiamo allora cercare di capire come e perché hanno cominciato a delinearsi i paradigmi tipici della globalizzazione liberista e per quali ragioni a un certo punto sono prevalsi e si sono imposti.

Nella prima parte di questo saggio cercheremo di ricostruire il passaggio dai “trent’anni d’oro” dell’inclusione sociale ai trent’anni ingloriosi della globalizzazione liberista, di scoprire le ragioni per cui a un certo punto il fondamentalismo di mercato sia apparso come una soluzione generale ai problemi del mondo e di evidenziare i cambiamenti che tutto ciò ha prodotto nella vita delle persone.
Nel 2007 – 2008 i paradigmi liberisti hanno subito una scossa talmente brusca da configurare un’altra rottura storica: essa è stata provocata dalla grande crisi fi nanziaria e dallo sconquasso che ne sta conseguendo. Sotto l’urto della crisi economica hanno cominciato a cambiare l’agenda della vita pubblica e l’orientamento ideale e culturale delle persone. La seconda parte di questo saggio è dedicata alla ricostruzione dello shock provocato dalla crisi e all’analisi della situazione nuova che si è delineata.

Nella terza e ultima parte del saggio cercheremo infi ne di scoprire se si intravedono vie d’uscita dal paradigma liberista. Al momento la coazione a ripetere sembra dominare lo scenario economico e politico: l’establishment e i populismi spingono in questa direzione. Si può però mettere a fuoco anche un altro punto di vista basato sul pensiero critico e su una bussola neoumanistica.

Uno sguardo attento agli avvenimenti del 2011 lascia intravedere anche alcune interessanti tracce di nuove risposte. In molti paesi occidentali, dopo l’incidente di Fukushima, si è deciso di superare il nucleare. In Italia, nei mesi di aprile e maggio, alcune importanti città hanno votato per il rinnovo dell’ammministrazione comunale e si sono svolti due referendum, sul nucleare e per l’acqua pubblica: andamento e risultati di queste campagne elettorali meritano di essere attentamente riflettuti.

Questi avvenimenti hanno avuto luogo proprio mentre in Europa stava montando il movimento degli indignados. Essi hanno fatto intravedere le potenzialità politiche di una situazione nella quale aleggia il clima dell’indignazione, un sentimento prezioso che può trasformarsi in qualcosa di più e di diverso dalla semplice denuncia e testimonianza

Oltre gli specialismi
Il libro cerca di offrire una lettura complessiva di quanto accaduto negli ultimi trent’anni. I rischi cui può andare incontro questa esposizione non sono pochi: gli argomenti affrontati toccano questioni che ineriscono molti e diversi campi scientifi ci. Abbiamo compiuto però una scelta consapevole che vorrebbe anche essere un invito ad avere coraggio e a rimettere in discussione l’asfi ssiante tendenza accademica all’iperspecializzazione. Gli specialismi facilitano lo scavo scientifi co e la comprensione approfondita dei particolari, ma impoveriscono il discorso pubblico. Lo scavo nei dettagli affonda lo sguardo, ma non aiuta a dare un’interpretazione complessiva e rende impossibile costruirsi una bussola.

Quando ci si trova immersi in una crisi di questa portata è urgente ricostruire un quadro generale dei problemi, trovarne le cause, ipotizzare qualche via d’uscita. Le competenze specialistiche dovrebbero allora essere usate come pezzi di un puzzle attraverso i quali si compone un’interpretazione generale. La crisi della fi nanza e il rischio di una seconda recessione globale nell’arco di quattro anni non sono problemi che riguardano solo gli economisti. Anzi, non possono neppure venire compresi mantenendo la riflessione solo nei campi della fi nanza e dell’economia. È un momento in cui è indispensabile intrecciare rifl essioni economiche, sociali, politiche, culturali. Abbiamo bisogno di un’interpretazione generale dei fatti. Proprio come seppero fare i neoliberali: essi costruirono una potente narrazione complessiva e proprio grazie a questa visione del mondo in questi ultimi trent’anni hanno potuto fare il bello e il cattivo tempo.
Il confronto e la discussione interdisciplinari sono difficili e in controtendenza, ma non sono impossibili.

Quando premono questioni che toccano l’interesse e la vita dei cittadini, non solo è doveroso ma è possibile impostare in modo fruttuoso il confronto serrato e rigoroso fra diverse competenze scientifiche. Lo verifichiamo giorno per giorno in Casa della Cultura a Milano. La vitalità del centro culturale milanese dipende anche dal fatto che si è costruita una comunità nella quale interagiscono studiosi dalle competenze più diverse: filosofi, sociologi, storici, politologi, economisti, architetti, scienziati, psicologi e psicanalisti, antropologi, letterati e artisti. Anche la neonata “Scuola di cultura politica” promossa dalla Casa della Cultura ha fatto toccare con mano la fecondità dell’interazione tra diverse discipline scientifiche.

Per la discussione pubblica
Un’interpretazione e un discorso generale sono essenziali anche per innervare il dibattito pubblico. La democrazia ha bisogno della discussione pubblica: la conoscenza dei problemi e la possibilità da parte dei cittadini di valutare le diverse opzioni in campo sono uno snodo essenziale della vita democratica. Oggi la discussione pubblica è povera, confusa, spinge alla passivizzazione dei cittadini. Per quanto a prima vista possa sembrare paradossale la discussione pubblica è penalizzata e resa problematica anche dalla moltiplicazione dei mezzi di comunicazione. La sovrabbondanza mediatica sembra essersi trasformata in una maledizione6: le mille fonti di informazione, in concorrenza l’una con l’altra, si sovrappongono provocando di fatto la cacofonia e la dispersione. La logica della spettacolarizzazione provocata dalla concorrenza mediatica ha assorbito in una spirale perversa anche le migliori iniziative culturali con il risultato di un’agenda pubblica disordinata, schiacciata sulla contingenza.

La discussione pubblica per animarsi e trasmettere linfa alla vita democratica ha bisogno di luoghi dove venga promosso un dibattito svincolato dalle contingenze e di tempi che favoriscano l’approfondimento e la rielaborazione.

La Rete si è rivelata uno strumento potente per permettere ad ognuno di esprimere la propia voce. Nelle crisi politiche più recenti, ad iniziare dalle rivoluzioni arabe, Internet ha impresso una accelerazione alla circolazione e allo scambio di informazioni. Ciò che serve alla discussione pubblica è però soprattutto il confronto tra ipotesi e idee forti, fra discorsi diversi, fra più narrazioni.

Nei trent’anni che abbiamo alle spalle la democrazia ha sofferto la presenza e la legittimità di una sola idea forte, il neoliberalismo ovvero il fondamentalismo di mercato. Il postmoderno ha giocato solo una partita di rincalzo: esso non ha problematizzato nessun presupposto del liberismo; tutt’al più ha tentato di ingentilire il gioco o di indorare la pillola.

La crisi costringe a rivedere in profondità la lettura dei fatti e a ipotizzare altri punti di approdo. Ritorna prepotente l’esigenza di scenari complessivi e di interpretazioni generali: cominciano a emergere tracce di altre narrazioni che problematizzano l’egemonia liberista. Questo lavoro, che ha tentato un’interpretazione generale dei trent’anni alle nostre spalle e che tenta di suggerire alcune nuove proposte, vuole essere un contributo ad animare la discussione pubblica e a introdurvi passione e tensione ideale, quella stessa che è stata reclamata e proposta dalle mille e mille voci che durante il 2011 hanno invaso le piazze di tanti paesi del mondo. 

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