I geologi? Per le istituzioni italiane non sono necessari

I geologi? Per le istituzioni italiane non sono necessari

Ce li ricordiamo solo dopo le scosse di terremoto, le alluvioni o le frane. Li vediamo in televisione e sulle pagine dei quotidiani, mentre rispondono alle domande dei giornalisti sulle caratteristiche dei terreni e i danni «che potevano essere evitati». Per poi ripiombare nell’oblio generale. Ma i geologi in Italia ci sono eccome: oltre 15 mila, secondo le iscrizioni all’albo professionale nazionale. Eppure, in un Paese ad alto rischio sismico e idrogeologico, i neolaureati faticano a trovare lavoro. Soprattutto nelle istituzioni pubbliche. Tanto che il rapporto tra posti di lavoro e i giovani che escono dalle università (0,51) è ben al di sotto della media europea (0,95), dietro Paesi come la Germania o la Francia, considerati a rischio sismico “basso” o “moderato”.

«In teoria, la richiesta di questo tipo di professionalità in Italia dovrebbe essere molto alta», dice Gianvito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei geologi. La pratica, però, è ben diversa. Il problema, prosegue, «è che ci sono pochi investimenti nella ricerca e poca apertura da parte delle istituzioni pubbliche». E la situazione «è peggiorata negli ultimi anni: con la crisi economica e i limiti di indebitamento del patto di stabilità, i concorsi pubblici di Comuni e Province scarseggiano». Ma, ribadisce Graziano, «la presenza dei geologi nelle istituzioni pubbliche, laddove vengono prese decisioni strategiche per l’edilizia e l’urbanistica, è ormai diventata necessaria». Se al tavolo delle decisioni «per la costruzione di ipermercati o centri commerciali sedesse anche un geologo, tutto andrebbe molto meglio». E precisa: «Non è una difesa della categoria». Eppure, «basta guardare come nel consiglio superiore dei lavori pubblici, su cento persone ci sia solo un geologo o come nell’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ci siano pochi geologi e molti fisici».

I corsi di laurea in Scienze geologiche in Italia sono in tutto 37, con una maggiore concentrazione in Lombardia ed Emilia Romagna. Secondo i dati forniti dal ministero dell’Università e della Ricerca, gli iscritti nell’anno accademico 2010-2011 ai corsi di laurea specialistica sono stati 157, circa trenta in più dell’anno precedente. Mentre le lauree triennali conseguite nel 2011 sono state solo sei. «Negli ultimi anni c’è stata una decrescita generale degli iscritti ai corsi di laurea in geologia», spiega il presidente del Consiglio nazionale, «alcuni dipartimenti, come quello di Bologna, sono a rischio chiusura. Altri invece sono riusciti a sopravvivere al ridimensionamento della riforma Gelmini grazie all’accorpamento con altri corsi di laurea. Come è accaduto a Palermo, dove la facoltà di Geologia si è unita a quella di Biologia».

Le indagini Istat ed Almalaurea, però, evidenziano crescenti difficoltà nella ricerca del lavoro da parte dei giovani neolaureati, soprattutto – come riportato nello studio “Il mercato della geologia in Italia” del Consiglio nazionale dei geologi – a causa della concorrenza da parte di figure professionali come ingegneri, geometri o architetti. A questo va aggiunta la qualità degli studi universitari italiani, ritenuti spesso «non in grado di supportare, in maniera sufficiente, l’ingresso del geologo nel mercato del lavoro». In più, prosegue Graziano, «lavorare negli istituti pubblici di ricerca come l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) o il Consiglio nazione delle ricerche (Cnr) ormai è diventato quasi impossibile».

In base a uno studio del Consiglio nazionale dei geologi, il 43% dei laureati in geologia trova lavoro nel settore delle costruzioni, mentre solo il 2% nel settore geofisico, cioè quello legato alla consulenza nelle indagini sismiche e idrogeologiche. «Nel nostro Paese il lavoro del geologo viene concepito solo come supporto all’ingegneria civile, per la costruzione di nuove abitazioni ed edifici: c’è una cultura ingegneristica tecnologica troppo radicata, a fronte di un’attenzione e un rispetto per l’ambiente molto bassi», prosegue Graziano. I geologi, invece, «dovrebbero lavorare anche nel recupero dei siti contaminati delle aree industriali, nella scelta dei siti e nella costruzione delle discariche o nel caso di sversamenti di idrocarburi. Ma ancora questo comparto è ritenuto di nicchia e si pensa alla consulenza di un geologo solo per la costruzione di nuovi edifici, pubblici o privati».

Nel comparto della sismologia, l’università italiana offre alcune scuole di specializzazione specifiche, legate soprattutto alle caratteristiche del territorio in cui sono sorte. Come la scuola di vulcanologia di Catania, ai piedi dell’Etna. «In questi casi la qualità della didattica offerta è buona», dice il presidente del Consiglio nazionale, «ma è anche vero che l’applicazione di questo tipo di sapere non è semplice». Per gli studi del rischio sismico, poi, accanto all’Ispra e al Cnr esistono anche i servizi geologici di cui alcune regioni sono dotate. «L’Emilia Romagna, interessata dal terremoto di questi giorni», spiega Graziano, «ha un servizio geologico regionale abbastanza avanzato, in grado di produrre cartine del rischio sismico fatte abbastanza bene». A non esser dotata di un servizio di questo tipo è invece la regione Abruzzo. «Nonostante le nostre insistenze», aggiunge Graziano, «non è stato creato neanche dopo il terremoto del 2009. Non è obbligatorio, ma nelle regioni più sismiche è auspicabile avere un servizio continuo del monitoraggio sismico». Ad esempio, dice, «ora in Abruzzo devono essere fatti i lavori di micro zonazione sismica (studi che permettono di prevedere la distribuzione degli effetti di un terremoto in un’area urbana, ndr). Chi eseguirà questi lavori molto delicati? Sono questi gli studi fondamentali per fare le giuste scelte di pianificazione urbanistica».

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