Il Senato Usa indaga sulla quotazione di Facebook

Il Senato Usa indaga sulla quotazione di Facebook

Ora che si cercano i colpevoli, è partito l’immancabile scaricabarile. È di pochi istanti fa la notizia, rimbalzata sulla Cnbc, che il comitato banche del Senato Usa avvierà una serie di incontri con la società, i regolatori e gli altri stakeholder per esaminare la quotazione di Facebook. Nella serata di ieri è stato un dirigente del Nasdaq, il listino tecnologico americano, a puntare il dito contro Facebook. Se avesse immaginato i problemi tecnici derivanti dalla quotazione del social network, ha detto il top manager ad alcuni clienti – stando alla ricostruzione del Wall Street Journal – l’avrebbe impedita. 

È una delle tante posizioni polemiche, nemmeno l’ultima in ordine di tempo, dopo la debacle borsistica del social network. Alle 17.00 di oggi il titolo guadagna l’1,13% a 31,13 dollari, ma nei giorni scorsi ha lasciato sul terreno quasi il 20 per cento. Sebbene la Sec, la Consob americana, non abbia ancora deciso di aprire alcun procedimento ufficiale, alcune fonti interne all’authority di Wall Street avrebbero confidato all’agenzia Reuters che il percorso che ha portato all’Ipo dovrebbe essere analizzato con estrema attenzione. Considerazioni che aggravano la posizione di Morgan Stanley, la banca che guida il consorzio di collocamento, composto anche da Goldman Sachs, JP Morgan, Bank of America Merrill Lynch: il dream team delle banche d’affari a stelle e strisce. L’attenzione degli investitori di tutto il mondo è focalizzata soprattutto su un punto: come mai lo scorso 9 maggio, a pochi giorni dal via, Morgan Stanley ha abbassato le stime sui ricavi 2012 di Facebook da 5 a 4,85 miliardi di dollari? E come mai il direttore finanziario della società creata da Zuckerberg, David Ebersman, ha deciso di aumentare del 25% le azioni in circolazione a tre giorni dalla quotazione? 

La prima domanda se l’è posta anche la Financial Industry Regulatory Authority (Finra), autorità che protegge gli azionisti delle quotate Usa, che ha deciso di avviare degli accertamenti per capire se tutti i sottoscrittori abbiano ricevuto il report negativo di Morgan Stanley, o soltanto gli istituzionali. «Si tratta di questioni di regolamentazione che coinvolgono noi e la Sec» ha dichiarato Richard Ketchum, presidente e amministratore delegato della Finra. Com’è ovvio, Morgan Stanley ha risposto ai rilievi affermando la correttezza del proprio operato. Intanto, il segretario di Stato del Massachussett, William Galvin, ha emesso un mandato di comparizione nei confronti della banca per chiarire il medesimo aspetto, cioè se ci siano effettivamente state delle corsie preferenziali. E alcuni azionisti hanno contattato lo storico studio Robbins Geller, lo stesso del maxi risarcimento da 7 miliardi di dollari per il fallimento di Enron, per avviare una class action. 

«È chiaro che sono stati commessi degli errori nella quotazione di Facebook, ma vogliamo sottolineare che si tratta della più grande Ipo nella storia, e venerdì scorso sui nostri sistemi sono passate più di 570 milioni di azioni», ha detto ieri Bob Greifield, amministratore delegato del Nasdaq, a margine dell’assemblea degli azionisti del listino statunitense. Nel corso della conference call il responsabile del servizio transazioni, Eric Noll, ha ammesso di aver sottostimato il peso delle cancellazioni degli ordini nel determinare il successivo prezzo di apertura, arrivato dopo un’ora circa dall’apertura delle contrattazioni. In pratica, dice Noll, il flusso delle cancellazioni è stato così poderoso da aver interferito con quello degli ordini, e così i sistemi informatici hanno accumulato un ulteriore ritardo di una ventina di minuti nel mettere insieme gli ordini di acquisto e vendita. Risultato, i trader e i broker sono riusciti a visualizzare l’andamento delle prime contrattazioni soltanto due ore dopo l’avvio dei mercati americani. 

«Ritengo che la colpa principale sia di Zuckerberg, per aver dato la responsabilità al suo direttore finanziario di vendere troppe azioni (421 milioni) a un prezzo troppo alto», spiega a Linkiesta Eric Jackson, presidente e fondatore di Ironfire Capital, un hedge fund specializzato in titoli tecnologici, che ammette: «Per noi sarà un’opportunità interessante quando raggiungerà 20 dollari per azione». 

Nel frattempo, al quartier generale di Menlo Park (CA), a 3mila miglia da New York, i dipendenti di Facebook diventati improvvisamente miliardari hanno il mandato di non rispondere alle domande dei giornalisti, anche perché sarebbero stati istruiti per tempo da Ebersman a non farsi influenzare dall’andamento del titolo nelle prime settimane. Sta di fatto che in poche sedute la capitalizzazione è scesa di 20 miliardi di dollari, anche se oggi il titolo è ritornato a quota 32 euro. Insomma, si vedrà nel lungo periodo. Sta di fatto che un titolo sui 31 dollari implica un utile per azione di 60 volte, ben al di sopra delle 13,3 volte di Google. Tradotto, la società sarebbe ancora fortemente sopravvalutata, esattamente il quadruplo del motore di ricerca di Brin & Page. 

L’altro aspetto che preoccupa non poco gli investitori è legato al modello di business: Wall Street valorizza ogni profilo Facebook 100 dollari, ma la società, nel 2011, ne ha guadagnati soltanto 7. A dire: la popolarità non basta, servono i numeri. E Zuckerberg sarà costretto a produrli o gli azionisti lo abbandoneranno. Dice ancora Jackson: «Per loro il problema più grande sarà riuscire a guadagnare dalla fruizione sui dispositivi mobili, e credo che avranno una crescente pressione per aumentare i ricavi i fretta e non credo sarà facile per loro farlo in breve tempo». Quando il fondatore del social network più popolare del mondo sarà tornato dalla luna di miele sarà chiamato a presentare un business plan che funzioni per le decine di milioni di risparmiatori che gli hanno creduto. E non soltanto i propri dipendenti, ora milionari

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