In Israele sembrava che la data fosse già segnata sul calendario: elezioni anticipate il quattro settembre, a tre anni di distanza dal combattuto voto del 2009, quando Kadima, il partito centrista fondato da Ariel Sharon e guidato allora da Tzipi Livni, ottenne più seggi di tutti alla Knesset, ma fallì nel tentativo di formare un governo. Un’impresa che riuscì al Likud di Benjamin Netanyahu, capace di coagulare attorno a sé forze diverse, dagli scissionisti laburisti di Ehud Barak ai gruppi della destra religiosa, passando per i nazionalisti di Israel Beitenu.
Nella notte tra lunedì e martedì, invece, il blitz del premier, vero e proprio “re della politica israeliana”, come lo definisce Haaretz, il grande quotidiano progressista di Gerusalemme, mai tenero nei confronti dell’attuale amministrazione. L’accordo con quello che avrebbe potuto essere il suo principale rivale, il vincitore delle primarie di Kadima, l’ex ministro della Difesa Shaul Mofaz, gli permette di avere la maggioranza più ampia della storia parlamentare di Gerusalemme, 94 seggi su 120, consentendogli di diventare uno dei pochi primi ministri a rimanere in sella per l’intera durata della legislatura – l’ultimo fu Menachem Begin, tra il 1977 e il 1981 – e di rafforzare la propria posizione riguardo al dossier nucleare iraniano.
Sul perché il Likud volesse andare ad elezioni anticipate gli analisti avevano pochi dubbi. Secondo un recente sondaggio dello stesso Haaretz, Netanyahu avrebbe surclassato la concorrenza, con il 48 per cento dei consensi, davanti alla candidata laburista Shelly Yacimovich, quindici per cento, e al leader di Israel Beitenu, il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman (nove per cento). Mofaz si sarebbe dovuto accontentare del sei per cento. Il partito del premier, con 31 seggi, sarebbe stato di gran lunga la prima forza all’interno della Knesset.
Netanyahu, che può contare anche su dati macroeconomici accettabili, considerato il contesto internazionale, avrebbe dunque capitalizzato la debolezza degli avversari, approfittando delle difficoltà organizzative di Mofaz e, più in generale, dello stallo politico di Kadima. Il partito centrista è minato dagli scandali che hanno chiuso l’era Olmert, dall’appannarsi della stella della Livni, che si è addirittura dimessa da deputato, e soprattutto dall’incapacità di creare un ampio consenso attorno a una piattaforma politica pragmatica, non ideologica. Il premier, però, ha sparigliato le carte, annunciando l’ingresso nella maggioranza di Kadima e nel governo di Mofaz, nuovo vicepremier, titolare di un speciale dicastero per il negoziato coi palestinesi e membro del Consiglio di difesa, un organo ristretto dove vengono prese le decisioni più importanti.
La revisione della Tal Law – un provvedimento in scadenza a luglio, dopo un pronunciamento della Corte Suprema, che esonera dal servizio militare gli studenti delle scuole ebraiche ultra-ortodosse, e diventato oggetto di scontro tra i piccoli partiti religiosi della maggioranza e il laico Lieberman – da pietra tombale della legislatura divento uno dei punti del nuovo programma. Gli altri sono la riforma del sistema elettorale, per assicurare stabilità al governo, la legge finanziaria e, ovviamente, la promozione di un processo di pace “responsabile” con l’Anp.
I negoziati sono fermi da più di tre anni, ossia dalla ripresa degli insediamenti israeliani nella West Bank e a Gerusalemme Est. Netanyahu ha più volte chiesto al presidente palestinese, Abu Mazen, di tornare al tavolo delle trattative “senza precondizioni”. Mofaz, al contrario, ha suggerito in passato di stipulare un accordo provvisorio con la controparte, su sicurezza e confini, attraverso uno scambio di territori, lasciando a una fase successiva le questioni più spinose, dal diritto al ritorno dei profughi al destino di Gerusalemme.
Riguardo alla questione iraniana, il premier ha promesso colloqui “seri e responsabili” con il leader di Kadima. Il capo del Likud equipara retoricamente il nucleare di Teheran all’Olocausto e all’Inquisizione spagnola, considerandolo l’ennesimo tentativo di distruzione del popolo ebraico, a tal punto che l’ex capo dello Shin Bet, Yubal Diskin, ha parlato di posizioni fondate su “sentimenti messianici”. Netanyahu e Barak si sono più volte dichiarati a favore di un attacco preventivo alle installazioni atomiche dell’Iran. Con l’ingresso nella coalizione del leader di Kadima, come osserva Haaretz, si è adesso formato un triumvirato, che detiene le redini della politica israeliana. Anche se molti analisti dubitano che lo strike verrà lanciato prima di novembre, data delle presidenziali americane, questo triumvirato mostra la coesione della leadership di Gerusalemme, capace di prendere decisioni autonome nel caso in cui il Paese si sentisse minacciato nella sua esistenza.
Mofaz, oltre ad avere un passato da ministro della Difesa e capo di Stato maggiore, ha origini iraniane. Il neo vicepremier si è espresso più volte in dissenso con l’ipotesi di un attacco preventivo, ma non è detto che cambi nuovamente posizione, come ha fatto più volte nel corso della sua carriera. Fino a qualche giorno fa lanciava parole di fuoco contro il capo del Likud, “un mentitore”, “il peggior premier della storia d’Israele”, e ripeteva che non avrebbe mai fatto parte di un governo “fallimentare”, destinato a lasciare spazio a un esecutivo guidato da Kadima. Ieri ha dichiarato che la scelta di Tzipi Livni di restare all’opposizione, nel 2009, “è stata un errore”.
Entrando nella stanza dei bottoni, Mofaz evita a Kadima un bagno di sangue elettorale e ottiene il tempo necessario a ristrutturare il partito. Non è da escludere un rientro nell’alveo del Likud, da cui nacque per scissione nel 2005. La grande coalizione, al contrario, spiazza i laburisti, che, scesi nel 2009 al minimo storico, confidavano nelle elezioni anticipate, forti di sondaggi confortanti – 18 seggi, secondo Haaretz – e convinti di sfruttare le proteste sociali degli ultimi mesi, come quella sul caro-affitti. La leader del partito, Shellly Yacimovich, ha commentato senza alcun giro di parole: “Si tratta di un patto di codardi e del più ridicolo zig-zag della storia politica israeliana”. Un altro sconfitto dell’intesa tra Mofaz e Netanyahu è Yair Lapid, l’ex anchorman passato recentemente alla politica, fondatore del movimento Yesh Atid, inviso alla destra ortodossa. Dato in grande ascesa, dovrà aspettare dodici mesi prima di insediarsi alla Knesset.
Il grande vincitore del patto di martedì – un’intesa cinica per Haaretz, che lo paragona addirittura all’accordo Molotov-von Ribbentrop – è il primo ministro in carica. Netanyahu allarga la coalizione, liberandosi del ricatto dei piccoli partiti della destra ortodossa. Offre, tramite Mofaz, una prospettiva di intesa coi palestinesi. Porta Kadima all’interno del Consiglio di Difesa, che deciderà in ultima istanza sul nucleare iraniano. In una sola parola, si comporta da re.