Addio Rina Verbano, madre senza giustizia negli anni di piombo

Addio Rina Verbano, madre senza giustizia negli anni di piombo

È morta pochi giorni fa Carla Rina Verbano, aveva 88 anni e se l’è portata via un tumore. Se n’è andata senza che siano mai state squarciate le tenebre sull’assassinio del figlio Valerio, avvenuto 32 anni fa, a Roma.

In Italia pretendere la verità sugli episodi più oscuri degli anni di piombo e della strategia della tensione è spesso velleitario. Ma in genere un qualche barlume si scorge. Invece questo rimane uno dei delitti più misteriosi, inspiegabili e insoluti di quegli anni. Non da ultimo per le modalità con cui è avvenuto: un fredda esecuzione, con gli assassini che hanno atteso per 50 minuti il rientro a casa da scuola di Valerio Verbano e lo hanno ammazzato con un solo colpo di pistola che gli è entrato da dietro l’orecchio trapassandogli il cranio.

La rivendicazione dei Nar, Nuclei armati rivoluzionari, organizzazione di estrema destra, è apparsa attendibile. Poi più nulla. Nemmeno un recente tentativo di riapertura del “caso freddo” con relativa analisi del dna, come ora va tanto di moda, ha portato a niente di concreto (e poi non è detto che scienza e verità giudiziaria necessariamente si sposino, come dimostra l’inquietante riapertura del caso di Simonetta Cesaroni).

Valerio Verbano aveva 19 anni, faceva parte dell’area dell’Autonomia operaia, aveva scontato sette mesi di carcere perché era stato arrestato in flagranza mentre si allenava a confezionare e a far esplodere bombe di tritolo. Frequentava il liceo scientifico Archimede ed è stato ammazzato all’ora di pranzo di venerdì 22 febbraio 1980. Sono giorni densi di avvenimenti, quelli. Il Corriere della Sera del 23 febbraio 1980 ce li restituisce: nella Kabul occupata dai sovietici scoppia la rivolta, gli afghani insorgono contro i russi nel nome di Allah. In Svizzera muore a 93 anni il pittore Oskar Kokoschka, in Jugoslavia il maresciallo Tito è gravemente malato (morirà il 4 maggio), alle Olimpiadi invernali di Lake Placid, negli Usa, lo svedese Ingmar Stenmark vince un altro oro nello slalom. A Roma viene arrestato un estremista di destra dal nome illustre: Alessandro Alibrandi, figlio di Antonio, notissimo giudice istruttore, con l’accusa di aver ucciso un poliziotto. Sarà rilasciato perché dimostrerà di esser stato altrove al momento del fatto.

«Ucciso in casa a Roma davanti ai genitori un liceale “autonomo”», titola in prima pagina su tre colonne il medesimo quotidiano. Scrive Mario Cianca: «Gli assassini erano tre. Uno solo ha sparato con un revolver di grosso calibro, cromato. Un colpo alla nuca ha stroncato la vita di Valerio» (l’autopsia confermerà: sarà estratta dal corpo l’ogiva di un proiettile calibro 38). Il padre, Sardo Verbano, 59 anni, impiegato del ministero dell’Interno (morirà pochi anni dopo), ricostruisce il delitto con il giornalista del Corriere: «Erano le 12.50. Rina, mia moglie, e io abbiamo sentito suonare il campanello. Rina è andata ad aprire. C’era un giovane con uno zucchetto di lana in testa che ha chiesto di Valerio. Non le ha dato il tempo di rispondere e le è saltato addosso: intanto sono entrati altri due giovani. Avevano il passamontagna. Io ero in cucina. Ho sentito un urlo e dei rumori. D’istinto ho afferrato una sedia, ma mi hanno subito immobilizzato; uno mi ha dato un calcio ai testicoli e sono caduto. Ci hanno trascinato nella camera da letto e ci hanno legato mani e piedi col nastro adesivo».

Ora comincia l’atroce attesa. Uno del terzetto è alto e atletico, gli altri due sono di statura media. Quello a volto semiscoperto rimane a guardia dei coniugi, uno si mette a guardia della porta con il revolver in mano, l’ultimo, quello più corpulento, comincia a frugare nella camera di Valerio. Ruba un paio di occhiali da sole Ray Ban, alcuni teleobiettivi (Valerio era appassionato di fotografia), libri e soprattutto i blocchi di appunti del giovane autonomo. Scrive Stefano Bocconetti in prima pagina su L’Unità: «La madre, vincendo la paura, trova la forza di chiedere, malgrado il bavaglio, più volte cosa sono venuti a fare. Con cinismo e freddezza, il capo del commando risponde che “non c’è da preoccuparsi” che vogliono solo solo chiarire una vicenda con il ragazzo». 

Alle 13.40 il giovane apre la porta di casa. Capisce quel che sta accadendo e si scaglia contro i tre killer, ne nasce una collutazione. Parte il colpo che lo ammazza: «Lo raggiunge alla tempia, vicino all’orecchio sinistro. Il ragazzo si accascia a terra. Con un filo di voce dice: “Aiutatemi”. Poi cade in coma». Morirà dopo un paio d’ore, in ospedale. I tre fuggono con la borsa riempita delle cose di Valerio e lasciano una pistola, non quella che ha sparato, bensì una calibro 7,65. Sarà grazie a questo particolare che la telefonata dei Nar verrà ritenuta veritiera.

Da questo momento è buio fitto. Alle 19.45 arriva una chiamata all’Ansa. «Qui gruppo proletario organizzato armato. Il ragazzo ucciso è stato un errore: volevamo solo gambizzarlo perché è un delatore e un servo della polizia». Non credibile. Alle 21 una nuova telefonata, sempre all’Ansa: sono i Nar. «Alle 13.40 abbiamo giustiziato Valerio Verbano, il mandante dell’assassinio del camerata Stefano Cecchetti. Abbiamo lasciato nell’appartamento una pistola 7,5». Credibile. Anche se i telegiornali avevano già fornito i particolari dell’omicidio. La Digos, invece, smentirà qualsiasi coinvolgimenti di Verbano nell’assassinio di Cecchetti.

Quindi, perché? Perché un commando aspetta per quasi un’ora un diciannovenne a casa sua per poi ucciderlo? Omicidi ce n’erano parecchi, purtroppo, in quei tempi, ma in genere avvenivano per la strada, o fuori di casa, e avevano le caratteristiche dell’imboscata, non dell’esecuzione. L’unica pista, labile, è che Valerio Verbano faceva antifascismo militante, ovvero osservava i movimenti dei fascisti del suo quartiere e li annotava. Forse aveva visto qualcosa di troppo, forse volevano semplicemente sottrargli gli appunti. Non si saprà mai.

Valerio era stato un autonomo arrabbiato, sempre in prima fila nelle manifestazioni a fotografare. Nella sua stanza, dopo l’arresto, nell’aprile 1979, i poliziotti ritroveranno le foto delle manifestazioni con i visi degli agenti cerchiati in rosso. Lo prendono in un casolare poco distante da casa. Scrive L’Unità: «Qui assieme a quattro ragazzi (il più piccolo aveva 14 anni), si stava esercitando a far esplodere una bomba al tritolo. Qualcuno sentì l’esplosione, avvertì la polizia e tutti e cinque furono arrestati. In casa Verbano gli agenti trovarono anche una pistola con il numero di matricola limato e una piantina di Roma con segnate sopra, in rosso, le centraline della Sip. Il ragazzo venne condannato a due anni e sei mesi, poi, in seconda istanza, la pena li fu ridotta» (erano anni di processi per direttissima nei reati di terrorismo, quelli). 

Scontati sette mesi, il giovane torna a scuola. Deve ripetere l’anno, ma sembra molto cambiato. Le testimonianze sono unanimi: si è dato una calmata. Il padre dice che, pur rimanendo delle sue idee, non si occupa più attivamente di politica. I professori confermano: si è messo a studiare, è calmo, non si fa notare per intemperanze politiche. Insomma, sembra trattarsi di uno di quei rari casi in cui il carcere ha avuto un effetto benefico. E allora perché lo hanno ammazzato? 

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