Bella e maledetta, la Grecia d’Italia sta a Catania

Bella e maledetta, la Grecia d’Italia sta a Catania

“Io con Catania ho un rapporto sentimentale preciso: quello che può avere un uomo che si è perdutamente innamorato di una puttana e non può farci niente, sa che è puttana, è volgare, sporca, traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena, menzognera, prepotente e però è anche ridente, allegra, violenta, conosce tutti i trucchi e i vizi dell’amore e glieli fa assaporare, poi scappa subito via con un altro”.

Quali migliori parole se non quelle di Giuseppe Fava, artista universale e giornalista puntuale e pungente ucciso dalla mafia etnea nel 1984, per descrivere in poche righe una città che negli anni ruggenti del dopoguerra e quelli del boom economico si era candidata a diventare una delle metropoli più frizzanti e industrializzate del mezzogiorno d’Italia.

Catania ammalia con il suo basolato lavico, con la sua via Crociferi che custodisce in pochi metri il barocco più bello del mondo, con una via Etnea che é il salotto della città dove mollemente passeggiano i catanesi, con un lungomare lunghissimo e sterminato. Inganna con i suoi mille cantieri aperti e mai finiti, con un palazzo comunale spesso ostaggio dei padroni politici di turno, con il traffico selvaggio e i servizi pubblici che non esistono, con i suoi quartieri ghetto e una percentuale di evasione scolastica spaventosa.

Il catanese, diversamente da molti altri siciliani, ha il mito del denaro, dell’operosità. Per dirla con Verga, della “roba”. Questa sua frenesia nel produrre e nell’investire, descritta mirabilmente in alcuni articoli di Fava, ha portato a uno sviluppo, sregolato e selvaggio ai piedi dell’Etna. A Catania ad oggi si conta una concentrazione di centri commerciali spaventosa, una classe politica che ha conquistato la presidenza della Regione con Raffaele Lombardo e un imprenditore che monopolizza tutta l’informazione dell’isola come Mario Ciancio Sanfilippo. Ma non tutto brilla. L’epopea e il tracollo della città ai piedi dell’Etnea sono sintetizzabili in circa mezzo secolo di storia.

A Catania negli anni sessanta e settanta gli imprenditori ruggentie i costruttori banchettavano con i politici per la spartizione della città e delle aree edificabili, che portarono colate su colate di cemento e la creazione di nuovi quartieri per tutti coloro che dalle province vicine e dai paesini cercavano un’occasione nella metropoli.

L’economia era in mano ai quattro cavalieri del lavoro: Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Francesco Finocchiaro e Mario Rendo. Si spingevano anche ad ottenere appalti, grazie alle dovute coperture mafiose, anche a Palermo. Costruzioni, supermercati, televisioni, hotel, banche: tutto era dei “cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, come li definì in un celebre articolo Pippo Fava. Nonostante per molti anni a Catania si toccheranno picchi di cento morti ammazzati l’anno durante gli anni settanta e ottanta non si parlerà mai di mafia, né dei rapporti tra imprenditoria, criminalità organizzata e politica e i cavalieri del lavoro continueranno ad alimentare il mito della “Milano del Sud”.

Nemmeno ai funerali di Pippo Fava, nel 1984, i vertici istituzionali pronunziarono apertamente la parola “mafia”. Era lontana. Non era una cosa catanese. Era affare dei palermitani. E non poteva essere altrimenti e lo testimoniano due istantanee degli anni ottanta. La prima ritrae, nel 1982, il prefetto Abatelli e il questore Conigliaro all’inaugurazione del salone della Pamcar, la concessionaria della moglie di Nitto Santapaola; la seconda, sempre negli stessi anni, raffigura l’inaugurazione del negozio di abbigliamento del boss Rosario Romeo con il sindaco di allora Salvatore Coco, il presidente della Provincia e altri esponenti politici e imprenditoriali, tra cui i due nipoti del cavaliere del lavoro Carmelo Costanzo.

Fotografie che certificano l’esistenza di una zona grigia tra mafia, imprenditoria e politica che ha dominato per anni la città. Il sistema venne allo scoperto nei primi anni novanta, che rappresentarono una sorta di spartiacque per Catania. Fu scoperta la tangentopoli in salsa catanese nel 1993 che coinvolse il cavaliere Francesco Finocchiaro e buona parte del mondo politico etneo, facilmente sedotto dalle tangenti per la costruzione di un centro fieristico in viale Africa, una delle grandi arterie della città, a pochi passi dal centro e vicino alla stazione, con vista sul mare.

Furono coinvolti nell’indagine tutti i big della politica e il potere dei cavalieri man mano si disgregò. Come sottolinea un’attenta relazione della Commissione parlamentare antimafia «Finocchiaro raggiungeva accordi con i responsabili dell’amministrazione, degli uffici amministrativi dell’ente appaltante, e con i registi esterni dell’attività dell’ente, prima ancora che le opere pubbliche venissero bandite, condizionando così le scelte amministrative miseramente legate alla logica della spartizione delle tangenti».

Il 1993 segnerà per Catania l’inizio di una svolta: con l’elezione di Enzo Bianco a sindaco si parlerà di una nuova stagione per la città, definita la “primavera catanese” per la sua attenzione verso le periferie, verso la crescita, la legalità e la cultura. Finita nel 2000, alla primavera non è seguita l’estate, bensì la sindacatura di Umberto Scapagnini, che ha lasciato un pesante fardello di debiti che continuano a opprimere Palazzo degli Elefanti. Indubbiamente anche nella primavera catanese doveva essere stata provocata qualche crepa in bilancio, divenuta voragine con l’allegra gestione del sindaco di origine campana, nonché medico personale di Silvio Berlusconi.

Per le spese disinvolte e poco oculate i catanesi, che non peccano certo di humor, ribattezzarono il sindaco “Sciampagnino” , il quale ha lasciato in eredità debiti su debiti facendo finire nel 2008 la città al buio a causa dei mancati pagamenti all’Enel da parte del Comune, con i vigili costretti a restare fermi in auto senza benzina, quartieri sommersi dai rifiuti e file di creditori che bussavano quotidianamente alle porte del Comune.

Nel 2007 gli ispettori inviati dal ministero del Tesoro certificarono nel loro rapporto circa 700 milioni di euro di debiti con le banche, 95 milioni di spese correnti non soddisfatte e 41 milioni di debiti fuori bilancio. Le municipalizzate, a partire da quella dei trasporti, avevano un buco di oltre 80 milioni di euro, ma i vigili urbani tutti promossi ispettori (su 540 vi erano 535 ispettori). Qualche burlone aveva messo in vendita su ebay il Liotro, l’elefantino simbolo della città, per ripianare i debiti. 

“Sciampagnino” aveva speso non poco: 24mila euro destinati alla bellissima ventiduenne miss Eritrea per fare da “consulente per lo sviluppo industriale della città”, per non parlare dei rimborsi risalenti al maggio del 2005 quando l’amministrazione comunale decise con due delibere la restituzione dei contributi previdenziali ai dipendenti versati durante l’emergenza cenere lavica dell’Etna, proprio tre giorni prima delle elezioni vinte nuovamente da Scapagnini: circa quattro mila dipendenti del Comune si ritrovarono tra i 300 e i 1.300 euro in più in busta paga.

Nel 2008, attraverso gli stanziamenti del Cipe per le aree sottosviluppate, il premier Berlusconi ha dirottato su Catania 140 milioni di euro, necessari per evitare il tracollo, pagare l’Enel, i dipendenti comunali e riattivare i servizi minimi. Come ha confessato l’attuale sindaco Raffaele Stancanelli, l’elenco delle opere messe in lista per ottenere i 140 milioni era totalmente inventato.

Per questo i soldi non sembrano più bastare e il bilancio del Comune etneo è tornato a tenere banco nelle cronache regionali. Il revisore dei conti Calogero Cittadino, in una recente intervista alla testata LiveSicilia, ha duramente attaccato la gestione della spesa della giunta Stancanelli dicendo che «consulenze e partecipate incidono sulla spesa corrente che aumenta e non consente al Comune di pagare gli stipendi dei dipendenti puntualmente», aggiungendo che mai metterebbe le mani sul fuoco sul bilancio comunale.

I problemi sono di nuovo sotto i riflettori mediatici anche per via dello sciopero dei circa 400 operatori ecologici della ditta che effettuata il servizio di nettezza urbana a causa i mancati pagamenti degli stipendi da parte di Palazzo degli Elefanti. Per la giunta la causa dipende dal ritardo degli stanziamenti statali e si é difesa, tramite l’assessore al Bilancio Bonaccorsi, elencando i tagli alle spese e alle consulenze esterne.

Manfredi Zammataro è un giovane consigliere comunale, che fa parte della commissione Bilancio, e che con il suo gruppo “La Destra – Alleanza Siciliana”, ha chiesto sin dall’insediamento della nuova giunta la formazione di una commissione d’inchiesta per avere i nomi dei responsabili del dissesto del Comune.
«Hanno insabbiato tutto – spiega Zammataro a Linkiesta– e un’amministrazione trasparente avrebbe dovuto individuare le responsabilità politiche di un disastro che ha messo la città sul lastrico». 

E adesso qual è la situazione finanziaria dell’ente? L’allarme del revisore dei conti é concreto o va tutto bene come ha spiegato l’assessore? «L’ultimo bilancio approvato – prosegue il consigliere – è un libro dei sogni: non ha l’equilibrio che l’amministrazione afferma, perché molte voci sono costituite da crediti prescritti, di circa 20 anni fa. Quello in preparazione non è stato ancora depositato, quindi materialmente non possiamo vederlo. Ma a sensazione ci sono molti punti oscuri e pochissima chiarezza: le partecipate incidono pesantemente e l’impossibilità di pagare gli stipendi puntualmente, gli scioperi continui, l’aumento ai massimi delle tasse comunali sono tutti indizi che portano a pensare a un bilancio per nulla sano. Gli aumenti dell’Irpef, della Tarsu, dell’addizionale Enel gravano sulle spalle dei cittadini».

«Perché non si mette tutto on line – si chiede Zammataro – per fare verificare a tutti il bilancio? Perché i revisori non hanno l’elenco completo dei debiti fuori bilancio? Abbiamo più volte richiesto una trasparenza che non c’è mai stata e il bilancio non é niente affatto sano». E i 140 milioni? «Sono stati solo una goccia nell’oceano di debiti del Comune. Occorreva una politica seria che rimettesse in moto gli investimenti, puntare sul piano regolatore, sull’edilizia, ma non é stato fatto. Hanno solo aumentato le tasse per far cassa», ha concluso il consigliere.

E così dopo la primavera a Catania è venuto l’inverno e adesso si vive in una stagione di impasse. Ma le tante questioni aperte dal bilancio in bilico, dallo sventramento di Corso dei Martiri, dal recupero del quartiere ghetto di Librino, al piano regolatore, alla raccolta differenziata, ai trasporti pubblici in difficoltà non tolgono il consueto humor ai catanesi. Tanto chiù scuru di menzanotti nun po’ fari, anche se la “Milano del Sud” rischia di diventare “l’Atene dello Stivale”.