“Guido un ente ricco, eppure non posso pagare i fornitori”

“Guido un ente ricco, eppure non posso pagare i fornitori”

Carlo Rapicavoli è Direttore Generale della Provincia di Treviso, Segretario Generale dell’Upi Veneto, Unione Regionale delle Province del Veneto, è componente, in rappresentanza delle Province Italiane, del Comitato di attuazione costituito presso il Ministero della Pubblica Amministrazione e l’Innovazione per valorizzare la produttività del lavoro pubblico, l’efficienza e la trasparenza delle Province; e del Tavolo Tecnico Permanente per la Valutazione, la Trasparenza e l’Integrità delle Amministrazioni Pubbliche. È autore di numerose pubblicazioni e articoli su diritto amministrativo e degli enti locali e sulla normativa ambientale.

Lei è stato tra i primi a denunciare gli effetti del ritorno alla Tesoreria unica presente nel decreto liberalizzazioni, che va a penalizzare proprio gli enti locali più virtuosi e mette a repentaglio lo stesso spirito del federalismo. Può spiegare?
Nel decreto liberalizzazioni c’è una norma che dovrebbe servire a favorire i pagamenti arretrati dello Stato. Questo è sicuramente un dato positivo. Lo Stato ha un debito di decine di miliardi di euro nei confronti delle imprese e, soprattutto in un periodo di crisi, un’accelerazione dei pagamenti è assolutamente urgente. Il problema è che, nell’ambito di questa norma, all’articolo 35 del decreto liberalizzazioni, viene previsto il ritorno alla cosiddetta Tesoreria unica. Si tratta di una questione abbastanza tecnica (e anche difficile da spiegare) che cerco di sintetizzare nel modo più semplice possibile. Il vecchio regime di Tesoreria unica prevedeva che tutti gli enti, Comuni, Province, Regioni, università, aziende sanitarie, eccetera avessero un conto corrente dedicato presso la Banca d’Italia.
Il regime della Tesoreria mista introdotto nel 1997 (per passare a regime nel 2000) stabiliva invece che gli enti pubblici (mantenendo un conto dedicato presso la Banca d’Italia per i trasferimenti diretti dallo Stato all’ente), per la gestione delle entrate proprie, potessero aprire un proprio conto di tesoreria presso una delle banche individuate attraverso le normali gare per l’affidamento di servizi.
Si tratta di un passaggio importante. In questi anni, infatti, tutti gli enti hanno ottenuto dalle banche tassi di interesse molto significativi, oltre a tutta una serie di servizi (di cui beneficiavano anche i cittadini) molto vantaggiosi e assolutamente impensabili con il vecchio sistema della Tesoreria unica.
Ora, il decreto liberalizzazioni sospende l’applicazione dell’attuale regime di tesoreria, consolidato ormai da oltre un decennio, per tornare al vecchio. Il Governo ha infatti disposto che entro il 29 febbraio gli enti locali dovevano versare il 50% della liquidità disponibile nel conto della Banca d’Italia per poi completare questa operazione entro aprile o giugno a seconda se ci sono degli investimenti in titoli.
Questo provvedimento rappresenta una grossa limitazione per le autonomie degli enti e va sicuramente controcorrente rispetto a tutta la legislazione che è maturata negli ultimi vent’anni, a partire dalla riforma del Titolo V della costituzione del 2001 che appunto riconosce l’autonomia di Comuni, Province e Regioni.
In questo modo viene privata del tutto l’autonomia finanziaria, con delle ripercussioni negative immediate sugli stessi bilanci degli enti, soprattutto quelli con maggiore liquidità, che non potranno più contare sugli interessi attivi dei depositi presso le tesorerie.
Oltre al fatto che le banche -private della liquidità degli enti- metteranno in discussione i contratti di tesoreria che oggi consentono di erogare mutui a tassi agevolati per i cittadini, o servizi aggiuntivi a costi ridotti per particolari categorie svantaggiate. Questo spiega anche le reazioni delle ultime settimane della generalità degli enti, al di là dell’appartenenza politica.

Perché è un provvedimento che pesa più sugli enti del Nord che del Sud?
Perché sono le amministrazioni del Nord ad avere più disponibilità in cassa. Al Sud purtroppo la maggior parte delle amministrazioni basa la propria attività sui trasferimenti dello Stato quindi opera già in gran parte in Tesoreria unica. Invece le amministrazioni del Nord, vivendo con risorse proprie, hanno una gestione finanziaria autonoma.
Nella relazione tecnica al decreto si iscrivono otto miliardi e seicento milioni circa. In realtà sono molti di più: sentendo le dichiarazioni dei vari responsabili delle banche la stima è attorno ai trenta miliardi. Una cifra importante che viene meno. La Provincia di Treviso si trovava con una liquidità intorno ai cinquanta milioni di euro; liquidità che garantiva un’entrata di bilancio per interessi attivi pari a ottocentomila euro all’anno. Questi erano prodotti esclusivamente dal contratto di tesoreria e venivano investiti in servizi.

Nella Tesoreria unica non è previsto un tasso di interesse?
Il conto della Banca d’Italia per i trasferimenti dallo Stato verso gli enti è infruttifero; quello dove gli enti depositano le loro risorse al massimo arriva all’1%. Noi eravamo riusciti ad avere interessi attivi vicino al 4%. C’è una bella differenza! La Regione Veneto complessivamente ha più di un miliardo di liquidità da trasferire. Insomma parliamo di cifre importanti.
Per evitare il danno, la Provincia di Treviso la settimana scorsa ha deciso di investire trenta milioni in titoli di Stato. In questo modo non li trasferiamo; certamente non creiamo un danno allo Stato e ci garantiamo un interesse. Abbiamo cercato di dare un’interpretazione alla norma sperando che si arrivi ad un ripensamento, perché effettivamente è una grossa limitazione per l’autonomia degli enti.
Sono consapevole che negli anni qualche ente ha abusato di tale autonomia, ma allora bisogna intervenire su quei casi, non penalizzare indistintamente tutti gli enti.

Molte di queste scelte sono prese in nome dell’emergenza e della crisi…
Capisco, ma in nome dell’emergenza non si può stravolgere l’assetto costituzionale! L’attuale struttura organizzativa dello Stato riconosce pari dignità agli enti. Vogliamo tornare indietro? Allora bisogna però chiedersi se davvero un ritorno al centralismo sia quello di cui l’Italia ha bisogno. L’attuale crisi è dovuta a tanti fattori, però il nostro debito pubblico -che è la debolezza maggiore dell’Italia- non è stato certo determinato dai Comuni, dalle Province e in generale delle autonomie locali. È un debito che ci trasciniamo dalla gestione centralistica della spesa pubblica. Tornare al modello che ha determinato l’attuale situazione di crisi francamente non mi sembra la soluzione migliore. Occorre sempre stare attenti ai provvedimenti di emergenza…
È chiaro che siamo in una situazione straordinaria, che richiede interventi urgenti. Penso, tuttavia, che un maggiore confronto e collaborazione fra tutti gli enti che costituiscono questo Stato sarebbe stato utile. Da operatore dell’autonomia locale devo dire che questo continua a mancare. Spesso i provvedimenti del governo si leggono solo sul giornale, senza che vengano attivate le procedure di concertazione e confronto (previste tra l’altro dalle leggi attuali) come la conferenza Stato Regioni. La vicenda della riforma delle Province è emblematica.

Lei si è espresso negativamente anche rispetto all’abolizione delle Province. Può raccontare?
L’abolizione delle Province è un altro esempio di come sull’onda dell’emergenza si possano fare degli interventi molto discutibili, perché -di nuovo- non rientrano in una riforma organica dell’assetto costituzionale. Cioè, non si può prendere una parte di una struttura e tagliarla pensando di lasciare inalterato il resto. Che poi non si sta neanche parlando di un effettivo taglio. La proposta è che l’apparato politico venga sostituito con un’elezione di secondo grado, per cui l’attuale Presidente della Provincia e i consiglieri, anziché essere eletti dal popolo, sarebbero eletti direttamente dai consiglieri comunali. È questa la soluzione? Ne dubito! Si rischia veramente di fare dei danni. Io nutro sempre qualche paura quando si assimilano i costi della politica con i costi della democrazia. Sono due cose molto diverse.
Se facciamo passare il principio che per ridurre i costi bisogna tagliare la rappresentanza democratica, allora oggi tagliamo le Province, domani (anzi è già in corso) tagliamo tutti i piccoli Comuni, poi taglieremo le Regioni… Beh, se spingiamo quest’idea all’eccesso -ovviamente parlo per assurdo- allora basterebbe una sola persona!
Tra l’altro, quando si vanno a tagliare il numero dei consiglieri comunali in un piccolo comune non si risparmia praticamente nulla. Un consigliere di un comune di diecimila abitanti costa duecentocinquanta euro all’anno! Un sindaco di un comune della medesima dimensione avrà un costo di 1500 euro lordi al mese e ci dedica tutto il suo tempo. Tra l’altro, il cittadino percepisce la presenza dello Stato attraverso il sindaco, non certo attraverso un parlamentare.
In ogni caso non vorrei cadere in questo dibattito sulla casta e i costi della politica. Ci sono gli sprechi, ci sono cose inaccettabili soprattutto in un momento di crisi, però bisogna stare attenti a fare del populismo di questo genere.
Tornando alle Province, è chiaro che una riforma era necessaria, ma è una riforma che deve partire dall’assetto generale e dalle competenze. Il vero problema del nostro paese è che non viene mai definito esattamente “chi fa cosa”. Per la stessa competenza è presente una miriade di enti. Sfido chiunque a dire quanti enti pubblici intermedi di varia natura (con piccole competenze) insistono a livello regionale, interprovinciale o comunale. Le finanziarie degli ultimi anni hanno tutte proclamato la soppressione di questi fantomatici “enti inutili”, ma non si è riusciti a sopprimerne neanche uno!
Questo comporta che, ad esempio, se noi come amministrazione pubblica costituzionalmente riconosciuta vogliamo realizzare un’opera pubblica, una strada o una scuola, dobbiamo fare una conferenza di servizi e invitare una molteplicità di enti perché se si trova in area protetta, c’è la soprintendenza, poi c’è l’ente parco, il consorzio di bonifica, l’autorità di bacino, l’Ato delle acque e via dicendo. Tutti enti pubblici, ma non soggetti al controllo dei cittadini. I cittadini non sanno neanche che esistono. Ognuno col proprio Consiglio di amministrazione, che nessuno sa bene cosa faccia, né quanto costi in direttore, strutture, sedi. È lì che bisogna intervenire.

Sono bacini di clientelismo…
Allora, però, bisogna essere onesti. Non si può affermare di fare un intervento significativo sui costi della politica, togliendo un ente rappresentativo come la Provincia, senza invece intervenire su questa molteplicità di enti che non rispondono praticamente a nessuno se non al politico di turno. In una fase di emergenza bisogna avere il coraggio di affrontarle -ma davvero- queste questioni.
La riforma delle Province, così come pensata, è inattuabile perché è stata fatta senza prendere in considerazione cosa fanno le Province oggi.
Quali sono le competenze della Provincia?
Partiamo dalle funzioni principali. La viabilità: togliendo le autostrade e la viabilità comunale, la maggior parte della viabilità è provinciale. La Provincia ha la responsabilità per la gestione delle strade, la manutenzione, lo spazzamento della neve, ecc.
A chi può andare questa competenza? Non certo al Comune. Se prendiamo una strada provinciale di collegamento, cosa facciamo? La spezzettiamo e ogni Comune si gestisce un tratto di strada? È impensabile e certamente antieconomico. Oppure la riportiamo alla Regione? Ma la Regione deve essere l’ente che legifera, non fare la gestione. Ci sono le scuole superiori: in ogni provincia i centri maggiori ospitano gli istituti scolastici superiori che evidentemente hanno un bacino sovracomunale. Il liceo classico di Treviso serve un bacino di 20-30 comuni; non può gestirlo un Comune. Vogliamo affidare alla Regione la manutenzione degli edifici scolastici? Non ha senso. Poi ci sono i Centri per l’impiego e tutte le politiche del lavoro. Facciamo un ufficio del lavoro in ogni comune? La formazione professionale (che in un periodo di crisi economica ha un ruolo fondamentale, soprattutto per l’inserimento degli espulsi dal mondo del lavoro e la riconversione) la deve fare ogni singolo comune? Ricordo che parliamo di una realtà in cui la maggior parte dei comuni sono sotto i cinquemila abitanti. Come fanno? È impensabile!
Anche tutta la gestione dell’ambiente, dei rifiuti, dell’urbanistica è a livello provinciale. Oggi la Provincia approva i piani regolatori o di assetto del territorio dei comuni (Pat). Se non c’è più la Provincia o questa diventa ente di secondo grado gestita dai sindaci, i sindaci diventano controllati e controllori; si approvano i loro piani? Non ha senso. Nel caso di una regione di piccole dimensioni, si potrebbe anche ipotizzare di riportare la pianificazione a livello regionale, ma in una regione come il Veneto che va dalle Dolomiti fino alla laguna di Venezia, con realtà e bisogni territoriali completamente diversi, anche questo mi sembra improponibile. Oggi in tre mesi la Provincia approva i piani regolatori di un comune. Prima quei piani rimanevano fermi in Regione per anni. Cosa facciamo? Torniamo indietro? Queste sono le funzioni principali, ma ce ne sono molte altre. Ecco, è su questo che bisognerebbe discutere.

Come si rimedia allora a una situazione in cui innegabilmente ci sono stati degli sprechi?
Bisogna partire dalle competenze. Se stabiliamo che serve un ente intermedio tra la Regione e il Comune, bisogna anche dire quali funzioni deve svolgere, che sono più o meno quelle che ho appena elencato. Alcune, probabilmente, come le competenze in materia di turismo, di sport, possono anche essere trasferite al Comune, magari in cambio di altre.
Sicuramente si può intervenire sul numero delle Province. Negli ultimi vent’anni sono state create delle Province che hanno una popolazione inferiore ai cinquanta-sessantamila abitanti. Si può sicuramente discutere sulla dimensione minima degli enti, si può procedere a degli accorpamenti. Sono ormai vent’anni che si parla di città metropolitane. La mia non è una difesa a oltranza della una situazione esistente. Una dimensione accettabile potrebbe essere trecento-quattrocento mila abitanti. Questo porterebbe le attuali 107 province a circa 70, che potrebbe essere un numero accettabile.
In alcuni casi specifici -in base alle peculiarità territoriali- si potrebbe avere anche un numero di abitanti inferiore. Questo va tenuto presente.
Non occorre inventarsi chissà che cosa. Forse basterebbe prendere le province storiche, quelle che esistono da prima dell’Unità d’Italia, ed eliminare quelle che sono state create dopo, non certo per ragioni storiche, ma politiche. Così forse si arriverebbe a un numero sostenibile, senza stravolgere situazioni consolidate.
Non bisogna infatti dimenticare che tutta la nostra organizzazione è fatta su base provinciale: dalla Prefettura alle Questure, i sindacati, i partiti politici, le associazioni di categoria. Siamo un paese di comuni e di province; è la nostra organizzazione territoriale.

Ma cosa si può fare contro questa moltiplicazione degli enti?
È dal ‘96 (forse anche da prima) che ogni anno nella legge finanziaria c’è una norma che richiede la soppressione degli enti inutili e, come ricordavo, non ne è stato soppresso neanche uno. Hanno trovato tutti i criteri possibili. Ogni volta che usciva l’elenco, qualcuno protestava perché il tal ente non poteva essere soppresso. La finanziaria di due anni fa voleva eliminare gli enti con meno di settanta dipendenti, poi si sono accorti che c’erano degli enti che non potevano essere soppressi e che avevano sessantacinque dipendenti.
Il fatto è che fino adesso -insisto su questo punto- si è ragionato soltanto in termini di soppressione di un ente, senza porsi il problema di cosa fa. Io dico: andiamo a vedere che cosa fanno, perché se non fanno niente di importante, niente di rilevanza pubblica, vanno soppressi e basta.
Io vedo la necessità di unire attorno agli enti fondamentali, che sono Comuni, Province, Regione, Stato, tutto l’esercizio delle funzioni, applicando la costituzione per quello che dice, in base al principio di sussidiarietà, di cui non si parla più.
Il principio di sussidiarietà dice che tutto va fatto il più vicino possibile al cittadino. Quello che non può fare il Comune per la natura delle funzioni, lo fa la Provincia; quello che ha una rilevanza superiore al livello provinciale lo fa la Regione, e così per lo Stato. Non è più accettabile che esista questa miriade di enti strumentali che sfuggono al controllo di tutti. È assurdo che gli organi eletti si vedano le opere pubbliche bloccate per anni perché il tal consorzio non esprime potere favorevole, portando alla paralisi, con costi incontrollabili. Più che della casta, bisognerebbe occuparsi di questi aspetti, difficilissimi da controllare anche per chi fa giornalismo d’inchiesta; è più facile sparare sul politico in questo momento -ci sono anche tante buone ragioni, ma bisogna stare attenti… Togliamo piuttosto al politico la possibilità e il potere di creare aziende partecipate, aziende speciali, consorzi e di nominare migliaia di persone in tutti questi Cda, allora sì che avremo fatto la vera lotta alla casta.

Anche il federalismo fiscale ha subìto una battuta d’arresto…
L’Imu, l’imposta municipale, che doveva essere il primo elemento di attuazione del federalismo fiscale, produrrà un gettito che verrà gestito per metà dallo Stato.
Tra l’altro, lo Stato si è già assicurato il suo reddito, quindi i comuni che, nello stretto margine di differenziazione dell’aliquota, decideranno di applicare delle agevolazioni, perderanno quelle somme per intero. Questo non è federalismo!
Non solo: l’ultimo “milleproroghe” ha spostato in avanti le scadenze relative a una questione fondamentale, quella dei costi e fabbisogni standard, che deve diventare la base per valutare gli eventuali fondi di perequazione e quant’altro. Cioè bisogna passare definitivamente dal criterio della spesa storica a quello del fabbisogno standard. Fino ad oggi chi ha speso di più ha avuto comunque garantita quella capacità di spesa, a prescindere dai risultati. Questo ha determinato una crescente sperequazione che ha portato a delle esasperazioni anche fra il Nord e il Sud. D’altra parte, se una siringa nell’ospedale del Veneto mi costa dieci, perché in un’altra regione mi costa trenta? Se quella che costa dieci funziona ed è efficiente sulla base dei criteri generali standard, tutti si devono allineare a quel costo. Se poi un’altra realtà preferisce spendere venti perché opta per un prodotto più performante spiegherà ai suoi cittadini che pagheranno di più ma a fronte di un servizio migliore.
Ecco, era iniziato un percorso funzione per funzione per individuare i fabbisogni standard sulla base di alcuni parametri, ma adesso è stato tutto prorogato al 2013.

Lei è convinto che il federalismo faccia bene anche al Sud…
Io non sono trevigiano, vengo da Catania, ma sono fortemente convinto che il federalismo farà bene al Sud. Federalismo significa autonomia di gestione, ma anche responsabilità; responsabilità di avere una gestione oculata perché se sfori, rispetto ai costi standard, devi aumentare le tasse locali e questo lo devi spiegare ai tuoi cittadini.
Soltanto puntando sulla responsabilità di chi amministra si può venir fuori da una situazione che non è più sopportabile. Come dicevo, la Provincia di Treviso ha circa sessanta milioni in cassa di entrate proprie e non può spenderli. È un assurdo! Noi potremmo costruire delle scuole, potremmo realizzare delle strade, delle opere necessarie, far ripartire l’economia, dare ossigeno alle aziende in difficoltà. Invece non possiamo farlo perché il Patto di stabilità ce lo impedisce.
La norma sulla Tesoreria unica ha fatto venir fuori qual è il problema: nel bilancio complessivo dello Stato, i sessanta milioni della Provincia di Treviso vanno a colmare un buco di bilancio di qualche altro ente. Questa è una cosa che non può più essere accettata.
Cioè noi qui -pur avendo i soldi in cassa- facciamo sempre più fatica ad assicurare il trasporto scolastico, la mensa e i servizi sociali per gli anziani. Intanto il Comune di Catania, la mia città, ha fatto un buco di bilancio di oltre duecento milioni di euro che il governo ha deciso di ripianare. Con l’ulteriore assurdità che il Comune di Catania, non avendo fatto investimenti, formalmente non ha violato il patto di stabilità, mentre qui -per pagare un’azienda che ha realizzato un’opera- si rischia di subire delle sanzioni. E questo in un territorio dove ormai da anni non riceviamo più un euro di trasferimento dallo Stato. È inaccettabile! È proprio la deresponsabilizzazione degli amministratori che ha portato al disastro al Sud. Occorre che ognuno impari a gestire i servizi direttamente con le proprie entrate, sulla base di costi e fabbisogni standard. Se poi ci sono delle zone in difficoltà bisogna studiare le forme di compensazione, solidarietà, perequazione -chiamiamole come vogliamo- per assicurare a tutti una parità di trattamento.

Come funziona il Patto di stabilità?
Il Patto di stabilità, introdotto nella nostra legislazione con la legge del 1998, deriva dal processo di integrazione economica e monetaria dell’Unione europea e non riguarda soltanto gli Stati nazionali ed i loro equilibri finanziari, ma coinvolge tutto il sistema delle autonomie territoriali, cioè Regioni, Province e Comuni.
Gli obiettivi imposti dalle regole del Patto di stabilità e crescita devono essere condivisi da tutti i soggetti pubblici coinvolti, chiamati a porre in essere comportamenti coerenti al fine del loro raggiungimento di tali obiettivi. Questa condivisione e cooperazione tra Stato, Regioni e autonomie locali comporta la necessità di programmare la propria finanza allo scopo di partecipare alla realizzazione dei complessivi equilibri della finanza pubblica (in armonizzazione con le politiche economiche e monetarie pensate a livello europeo). In sintesi i vincoli impongono il raggiungimento dell’equilibrio di parte corrente e la progressiva riduzione del rapporto tra il debito dell’ente e il prodotto interno lordo nazionale. Il Patto di stabilità prevede insomma il concorso degli enti locali alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica. Per rispettarlo ci sono due modalità: la riduzione delle spese correnti o la riduzione del pagamento degli investimenti.
Ora, cos’è avvenuto? Che soltanto qualche ente virtuoso è riuscito a ridimensionare la spesa corrente riducendo il numero delle assunzioni, bloccando il turn-over, facendo una gestione più oculata. Altri (la gran parte) hanno mantenuto la spesa corrente inalterata o addirittura l’hanno aumentata, assumendo, costituendo società e quindi tutto il peso del patto di stabilità si è tradotto in minori investimenti (cosa che ha contribuito fortemente alla situazione crisi) o nel ritardo nei pagamenti. L’amministrazione paga dopo 3-4 anni e intanto l’azienda fallisce.
La Provincia di Treviso in quattro anni ha ridotto il numero dei dipendenti del 20-25%, bloccando le nuove assunzioni. Consideri che noi siamo una provincia di 900.000 abitanti e abbiamo cinquecento dipendenti; ci sono province di pari numero che hanno tremila dipendenti.

Il federalismo comporta una rivoluzione culturale da parte dei cittadini, che dovrebbero appassionarsi di più alla cosa pubblica, ma anche da parte degli enti pubblici, a cui viene chiesto di cambiare mentalità. Sta cambiando qualcosa?
No, non sta cambiando niente, perché ancora non si vedono gli effetti in concreto.
Il federalismo prevede che i sindaci abbiano maggiore responsabilità, ma anche più capacità di decisione. Tuttavia, le finanziarie degli ultimi tre anni, con la politica dei tagli lineari, hanno tolto ogni autonomia all’ente locale: le decisioni vengono tutte calate dall’alto. Estremizzando -ma neanche troppo- possiamo dire che tutti gli enti locali sono commissariati; il bilancio è talmente vincolato che la capacità di determinare delle scelte è ridotta a zero.
La capacità che hanno gli enti è solo quella di far quadrare i conti. Tutti gli sforzi di fantasia si esauriscono nel cercare di attuare la minima parte di quel che avremmo in mente con le risorse a disposizione. È frustrante. Finché manca una capacità effettiva di poter gestire, non ci può essere l’effetto vero del federalismo, che è quello appunto di avvicinare i cittadini agli amministratori.
Adesso bisognerà spiegare ai cittadini che torneranno a pagare la tassa sulla prima casa e che, però, non vedranno nessun miglioramento a livello di servizi. Anzi, probabilmente, per far quadrare i bilanci -coi vincoli della finanziaria 2012- vedranno aumentare le tariffe, le rette scolastiche, il trasporto degli alunni.
È vero, siamo in una situazione critica. Ma la soluzione non può essere quella di tagliare sui sindaci e sugli gli assessori dei piccoli comuni. Quelle non sono cariche politiche di potere, bensì un mettersi al servizio. Nelle piccole comunità il sindaco e i due assessori sono quelli che -se c’è bisogno- vanno a pulire le strade. Dopodiché non ci si deve stupire se i sondaggi dicono che metà dei cittadini si sentono lontani dalla politica.
Le realtà locali si stanno svuotando ogni giorno di più. Al di là della sorte della Provincia, è proprio l’impostazione generale che mi preoccupa perché se svuotiamo le autonomie perdiamo ogni contatto con i cittadini. Credo che per chiunque, qualunque ruolo abbia all’interno della pubblica amministrazione, questa dovrebbe essere la preoccupazione maggiore. Dal Governo tecnico mi sarei aspettato qualcosa di diverso, una maggiore attenzione verso le realtà locali. Capisco la necessità di dare segnali forti all’Europa, ai mercati, però…
L’unica speranza è che i cittadini sentano il bisogno di riappropriarsi della gestione del proprio territorio, dei propri servizi. Se c’è una coscienza dal basso forse anche i nostri politici si sveglieranno. È l’unico modo per superare questa fase di emergenza. Non certo tagliando indistintamente dal basso. Bisognerebbe anzi andare a sentire di più chi ogni giorno cerca di mantenere in piedi quello che oggi è lo Stato. Perché se oggi chiediamo al cittadino cos’è lo Stato, ci risponderà che per lui lo Stato è quello che vede ogni giorno: la sua azienda sanitaria, gli uffici comunali o provinciali. Chi opera sa quali sono i problemi. Dovrebbero ascoltarci un po’ di più.

da Una Città

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