Portineria MilanoMatteo Salvini diventa segretario lombardo e nella Lega volano “botte da orbi”

Matteo Salvini diventa segretario lombardo e nella Lega volano “botte da orbi”

La Lega Nord riparte da Matteo Salvini segretario nazionale della Lombardia, al posto dell’economista stimato dagli americani Giancarlo Giorgetti. Alla fine Salvini prende 403 voti contro i 128 di Cesarino Monti su un totale di 544: 80 a 20. Nove le schede nulle. Ma la «traversata nel deserto» (copyright Maroni dopo le amministrative) non è finita. Anzi è appena iniziata. Dopo le «mazzate» che in platea si sono tirate le «frange» dello sfidante Cesarino Monti e quelle degli eretici pro Salvini, durante l’ottavo congresso della Lega Lombarda al Palacreberg di Bergamo, c’è poco da stare tranquilli in vista del congresso federale del prossimo 30 giugno. «Vediamo cosa succede in Veneto, speriamo vinca Flavio Tosi, ma in ogni caso lunedì inizia la guerra dei lunghi coltelli», commenta un barbaro sognante di ferro che segue l’avanzata del leader in pectore Roberto Maroni. 

Finisce così la festa della Repubblica del 2 giugno in casa del Carroccio,  in quel di Bergamo «sempre più capitale della Lega» insiste Roberto Calderoli, tra salamelle bruciacchiate, quattro birre e un paio di schiaffoni. Sono quelli che i varesini duri e puri hanno iniziato a tirare quando il prode Cesarino ha iniziato a inveire contro tutto e tutti. Prima contro Salvini («Io non ci vado in tv, sto sul territorio a lavorare»). Dopo contro Maroni («Avete sostituito il fazzoletto verde dal taschino con gli occhiali rossi»). Quindi contro Gianluca Pini dell’Emilia («C’è gente con avvisi di garanzia che gira con la scopa in mano»).

E ancora contro Calderoli e il suo ex doppio ruolo da ministro e da coordinatore delle segreterie («Chi decide di fare il dirigente della Lega deve fare il funzionario e stare lontano dalle cariche elettive»). Ma pure contro lo stesso Giorgetti, vero deus ex machina, fino adesso, dell’apparato economico leghista e nuovo presidente della Lega lombarda («Che cazzo ci facciamo nei consigli di amministrazione? Il potere ci ha rovinato»). In sostanza, dopo il premier Mario, c’è un nuovo Monti che inizia a stare sulle «palle» dei leghisti: si chiama Cesarino.

Inevitabile che la folla lo ricoprisse di fischi e insulti sin dai primi minuti. Spintoni. Qualcuno allontanato. Grida. Urla «Dice che serve unità nel movimento e poi attacca tutti», chiosa un eretico varesino con tatuaggi insubri, che si beccò pure gli insulti di Umberto Bossi durante il congresso provinciale che nominò il poi depennato Maurilio Canton. Ma più che degli schiaffoni è sempre l’incertezza sul futuro che domina nel Carroccio. Anche ieri il Senatùr ha tenuto botta. «Non vado in pensione, resto qui a lavorare», ha detto, lanciando occhiate di sfida ai molti maroniani che da un po’ di tempo sperano che si faccia da parte.

A Maroni sembra bastare. L’ex capo del Viminale non ha voluto affrontare le questioni stringenti, tra cui l’idea di non candidarsi alle politiche del 2013 («Ne parleremo al federale»). Piuttosto ha lanciato un paio di bordate agli ex alleati del Pdl («Non facciamoci scippare la battaglia contro l’Imu da quelli lì che hanno la faccia come il cu…») e soprattutto a Beppe Grillo («Si tenga i suoi boy scout incompetenti, noi abbiamo i nostri sindaci guerrieri»).

Sullo sfondo dello scontro tra Monti e Salvini, c’è spazio pure per un paio di affondi contro il presidente di regione Lombardia Roberto Formigoni e le vancanze pagate dal faccendiere Piero Daccò. «Non so per quanto tempo staremo al governo della Lombardia», dice il neo segretario nazionale lombardo. «In ogni caso faccio un appello a Formigoni: fai le vacanze a Como e non ai Caraibi così fai più bella figura». E poi più duro: «Molla l’Expo 2015». Che ci sia un certo malumore intorno al grattacielo Pirelli lo conferma pure Maroni che rispetto alla mozione di sfiducia della prossima settimana dice di volerne parlare «con il capogruppo, poi valuteremo».

D’altra parte, terminata la fase congressuale, il Carroccio dovrà indicare ai suoi militanti la strada da seguire. «Ci lavoreremo nei prossimi mesi», spiega Igor Iezzi, segretario provinciale della Lega a Milano e nuovo consigliere comunale al posto di Salvini nonchè fedelissimo di Maroni. Il leghista con l’orecchino, milanista, un tempo titolare del gruppo Comunisti Leghisti, ha deciso di abbandonare palazzo Marino e di mantenere solo la carica di europarlamentare. In questo modo potrà sostituire al meglio Giorgetti, uno, per dirla come i leghisti, che si è fatto «un mazzo quadrato in tutti questi anni». Ma che, avvertono altri, «non si è mai sbilanciato contro il cerchio magico, contro Rosi Mauro e la moglie di Bossi Manuela Marrone».

Anche per questo motivo, c’è chi teme nelle stanze di Gemonio, quartier generale del cerchio, delle mosse di Salvini, uno che la Mauro provò a ostacolare quando si parlava di lui per un ruolo da vicesindaco a Milano. Non solo. L’europarlamentare, a quanto pare, avrebbe già in cassetto qualche espulsione eccellente. Si parla diffusamente del caso di Renzo Bossi, il Trota, citato da Salvini nel suo intervento: «Se un figlio sbaglia deve pagare», ha risposto il neo segretario a Cesarino che invece aveva difeso il pargolo di casa Bossi. «Solo noi padri sappiamo cosa vuol dire avere un figlio»: il suo è capogruppo nel comune di Lazzate, dove Monti è sindaco. Al contempo, ieri giravano voci su un documento di sfiducia contro Calderoli, poi smentito. Le scope e le purghe ripartiranno? Non a caso, il governatore Luca Zaia, dal Veneto, calma le acque dicendo che dopo i congressi «tutti dovranno fare un passo indietro». 

I cerchisti c’erano al congresso nella bergamasca. Hanno fatto capannello per tutta la giornata, facce scure e sempre insieme. Marco Reguzzoni è stato sempre al fianco del genero Roberto Speroni. Giuseppe Leoni si è stretto più volte insieme con Marco Desiderati e Flavio Tremolada. Quest’ultimo, noto per il suo taglio di capelli, è arrivato al Palacreberg con una maglietta diversa dalle camice verdi «Csi, Quarto Oggiaro». Qualcuno glielo dice sottovoce: «È bene che ti trovi un lavoro».

In tutti i casi la Lega Nord c’è, secondo gli organizzatori. Ha votato il 94% dei delegati. Su 577 se ne sono presentati 543. «I 34 li andremo a cercare», spiega un bergamasco, fedelissimo di Calderoli. Da quel che si sa uno di questo, delegato della Valcamonica, credeva che il congresso fosse domenica: ha sbagliato il giorno. Eletti pure i 16 del consiglio lombardo, il parlamentino e i 77 delegati che andranno a votare il congresso federale, quando Roberto Maroni dovrebbe essere il candidato unico alla segreteria.

Il condizionale è d’obbligo. Leoni, titolare del simbolo insieme con Bossi, ha annunciato una settimana fa al Fatto Quotidiano che il Senatùr presenterà la sua candidatura «all’ultimo minuto, a pochi giorni dal congresso». Maroni gli ha detto che esiste già un accordo. Ma lo statista di Gemonio non sembra voler mollare. «Io non vado in pensione, resto qui a lavorare». In sostanza, di schiaffoni ce ne saranno ancora molti.  

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