Portineria MilanoNella Basiano di Giovanni Biffi, dove è arrivato un amico di Dell’Utri

Nella Basiano di Giovanni Biffi, dove è arrivato un amico di Dell’Utri

«I capi ci dicevano: ‘attenti a protestare che dietro di noi c’è la mafia’». Mohamed ha cinquant’anni. Viene dall’Egitto e ha un regolare permesso di soggiorno. Ha passato gli ultimi 15 a lavorare per 9 euro all’ora come facchino alla Gratico Srl di Basiano, nell’hinterland milanese, stabilimento dove si appoggiano le cooperative che si occupano di logistica e distribuzione alimentare per le grandi catene di supermercati come Il Gigante, Esselunga e Coop.

Ha due figli, Khaled. Dopo tre giorni di presidio di fronte ai capannoni bianchi di questo distretto industriale della Brianza, non ha perso la voce per denunciare i suoi ex datori di lavoro che lo hanno licenziato in tronco il 5 giugno scorso insieme con altre 90 persone, con una lettera di 10 righe e senza una reale motivazione (vedi foto sotto). Sono qui da venerdì scorso lui come tanti altri. 

«Non ce ne andiamo da qui, i padroni devono darci delle spiegazioni. Ce lo dicevano: attenti che c’è la mafia», spiega guardando una pozza di sangue coagulato rimasta sull’asfalto. «I poliziotti hanno spaccato la testa in due a Ishamm» urla. Questa mattina erano più di 100 fuori dagli stabilimenti nella zona industriale di Basiano. Già nel fine settimana uno di loro, Abouel, si è preso una manganellata in testa, ma arrivato all’ospedale si è visto scrivere sul foglio medico ‘Fatto illecito rissa’ (vedi foto). «Non volevano scrivere picchiato dai carabinieri», ci spiega.

Hanno fatto picchetto per fermare gli altri lavoratori «crumiri» della cooperativa Bergamasca che volevano entrare a lavorare a 4 euro all’ora. Le forze dell’ordine li ha presi a manganellate e ha sparato i lacrimogeni. Hanno reagito, ne è nata una battaglia. Un ragazzo è in coma all’Humanitas di Rozzano, ma fuori pericolo. Mentre gli altri 21 sono in codice giallo e verde. I poliziotti contusi sono 16. Qualcuno accusa la sicurezza logistica dell’azienda dicendo «sono ex poliziotti d’accordo con le forze dell’ordine per questi interventi».

I «padroni» contro cui si scaglia Mohamed, sono quelli della Alma Group Spa, che controllano la cooperativa Sinergy a cui era iscritto. Vedi alla voce Natale Sartori, amministratore unico di questa società consortile per azioni di Peschiera Borromeo, che si occupa tra le altre cose di logistica integrata, trasporti, produzione, stoccaggio, traslochi e movimentazione merce. Sartori è una vecchia conoscenza delle procure di Milano e Palermo.

Fu arrestato nel 1999 in un processo per mafia dove compariva anche il senatore del Popolo della Libertà Marcello Dell’Utri: i due hanno avuto diversi incontri come dimostrano le intercettazioni. Non è indagato, ma il suo nome è tornato alla ribalta nelle ultime inchieste sulla ‘ndrangheta in Lombardia:  nell’inchiesta «Caposaldo» è stato filmato dai carabinieri del Ros insieme al presunto boss Paolo Martino, arrestato il 14 marzo del 2011.

Del resto, Sartori era un amico e socio d’affari di Vittorio Mangano, il famoso stalliere di Arcore, in quella villa San Martino di proprietà dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Storie note. Gianni Barbacetto, giornalista del Fatto Quotidiano, ha definito Sartori come uno degli esponenti di spicco della «seconda generazione dei colletti bianchi di Cosa nostra».

Arrivato a Milano dalla Sicilia negli ’50 e ’60, Sartori, rolex submarine al polso, occhiali da vista Cartier, villa in Sardegna a San Teodoro, è stato titolare fino al 1994 della Cisa group, rete di società e cooperative che già all’epoca offrivano servizi alle imprese, soprattutto pulizie, facchinaggio, trasporti: lavoravano anche per Publitalia. Poi l’azienda ha cessato l’attività, come spiegano i dati della camera di commercio. 

Dopo una condanna a 4 anni e 9 mesi per «corruzione continuata», Sartori è comunque tutt’ora un punto di riferimento per la logistica in Italia. Si è costruito un impero. Nel 2010 a Montopoli, in provincia di Pisa, la Cgil gli ha fatto la guerra quando aveva vinto un appalto della Conad per un magazzino di circa 50 mila metri quadri. I sindacati denunciarono «la tratta di migranti».

Lavoratori stranieri, per di più egiziani e pakistani che arrivavano dalla Lombardia per lavorare in Toscana. «Un segno evidente» spiegarono da Filt e Cisl «del rischio di traffico di lavoratori legati all’intermediazione di manodopera». L’affare con la Conad saltò, tra la soddisfrazione pure del Partito Democratico che da quelle parti è partito di governo: «Ha vinto la legalità, non la mafia».

Sartori è titolare insieme con la figlia Cristina e alla moglie Giargiana Provvidenza di diverse aziende che spaziano dall’alimentare ai bar fino alla ristrutturazione di immobili. Un impero nel servizio di distribuzione di catering, ma pure nell’immobiliare. Tra questa pure la Antichi Sapori Srl, Futura Srl, Immobitalia, Oversize, Eurologistica, Sistema Srl, Elco, F&P Holding.

Il giro d’affari è milionario. Basti pensare che la Italtrans, altra azienda che opera alla Gartico e che si appoggia alla Bergamasca, nel solo 2010 ha fatturato 140 milioni di euro, con una quota del 40% per le attività logistiche. Non solo. Gli affari sono pure all’estero. La signora Provvidenza risulta socia pure di una società di logistica in Romania, la Ge.Ho.Re.Ca distribution.

Il caso di Montopoli può essere solo un esempio del modo in cui opera Alma Group. La storia di Mohamed, infatti, fa scuola in questo spicchio di Brianza che cerca di combattere la crisi economica. Sono centinaia i lavoratori stranieri che ogni giorno cercano di portare a casa uno stipendio dignitoso.

È una «guerra fra poveri», con le società consortili che cercano manodopera sempre più a basso costo. C’è chi denuncia mancanza di norme di sicurezza. Altri che parlano di intimidazioni, giri poco chiari. Casi di «caporalato». A Pioltello, in un magazzino di smistamento l’anno scorso ci hanno trovato 25 chili di cocaina. Chi ci lavorava? Anche qui, tra i consorzi spunta la Alma Group.

Già allora Sartori si difese. E il legale della società, Francesco Marasà, già avvocato di Bernardo Provenzano e di Mangano, tutelò la società nelle sedi opportune. Ma i Cobas continua a fare muro.  «Continueremo a protestare», dice Fabio Zerbini che segue i lavoratori anche con assistenza legale. «Domani saremo qui per trovare una soluzione».