Quando Obama era Barry, fumava le canne e si sentiva un bianco

Quando Obama era Barry, fumava le canne e si sentiva un bianco

Com’è noto, quando si tratta della sua immagine, Barack Obama si comporta come un control freak ai limiti del compulsivo. Da sempre si rifiuta di pronunciare discorsi alla cui stesura non ha partecipato attivamente; controlla con zelo ogni notizia che lo riguarda; e nei momenti più delicati impugna carta e penna per trasmettere agli altri come percepisce le cose. Quando poi c’è in ballo la sua storia personale, si fa ancora più guardingo. Non a caso della sua vita esisteva finora una sola versione ufficiale, quella consegnata da lui stesso al mondo nel 1995 nel libro di memorie Dreams from My Father.

Oggi però esce negli Stati Uniti una biografia oltremodo attendibile, Barack Obama: A Story, scritta dal giornalista del Washington Post, nonché premio Pulitzer, David Maraniss, destinata a mutare la prospettiva con cui guardiamo al presidente americano. «Il libro rivela un giovane uomo impegnato a fare i conti, da un punto di vista emozionale e intellettuale, con la propria identità. Non ho voluto né demonizzare né incensare Obama. Il mio unico obiettivo era provare a comprenderlo», spiega Maraniss a Linkiesta. Tratti essenziali di Dreams from My Father erano la questione razziale e la vocazione politica che avrebbero segnato il percorso di Barack: un’adolescenza amara e arrabbiata; una consapevolezza chiarissima della diversità etnico-culturale che lo contraddistingue; e un approdo alla vita pubblica avvenuto quasi per inerzia, come compimento di un cammino scandito dall’idealismo.

In realtà – si legge nel libro di Maraniss – Obama ha vissuto una giovinezza molto convenzionale, per nulla diversa da quella dei suoi coetanei; l’identità afro-americana non è stata al centro della sua formazione – anzi per molto tempo “l’anima black” ha rappresentato un aspetto perfino trascurabile della sua personalità; e Barack avrebbe coltivato a lungo e con freddezza la propria ambizione politica. Il periodo del liceo, ad esempio, sarebbe trascorso all’insegna dell’edonismo e della spensieratezza.

Studente presso la prestigiosa scuola privata Punahou di Honolulu, «Barack è stato un teenager degli anni settanta che amava giocare a basket e fumare marijuana», ci racconta Maraniss. Il futuro presidente faceva parte della cosiddetta Choom gang, espressione dello slang hawaiano con cui si indica un gruppo di persone dedite al consumo di canne. E Barry – come lo chiamavano gli amici – era famoso per aver inventato alcune tecniche utili a massimizzare l’effetto stordente della marijuana e a «non sprecare il fumo». Tra queste: la «total absorption», che puntava all’aspirazione completa di ogni tiro; la «roof hits», sorta di “chiusa” da realizzare in auto alzando i finestrini e inalando fino all’ultima nuvola di marijuana; e «l’intercetto» che, mutuando il concetto dal football americano, permetteva al più veloce di appropriarsi di un spinello, senza incorrere in penalità, mentre questo passava di mano.

I “compagni di canne” erano divenuti così importanti che nell’annuario dell’ultimo anno Barry inserì tra i ringraziamenti anche Ray “the dealer”, lo spacciatore più noto della zona che viveva in una roulotte e che poco dopo sarebbe stato ucciso a martellate dal suo amante gay.

Figura cruciale nella maturazione del giovane Barack diviene in seguito la fidanzata newyorkese: la bianca e australiana Genevieve Cook. Nella prefazione all’autobiografia, Obama spiegava ai lettori d’aver racchiuso molte persone in un unico personaggio, così da nascondere le loro caratteristiche specifiche e preservarne la privacy.

Maraniss però rintraccia nella Cook la donna con cui il presidente ha convissuto nella Grande Mela e che svela all’autore i tormenti di un uomo che proprio non riusciva a considerarsi “nero”. «Una volta mi confessò di sentirsi un impostore, perché lui – diceva – era un bianco. Tanto da credere che nessuna donna di colore si sarebbe sentita a suo agio al suo fianco», riferisce la Cook.

«Genevieve è un personaggio assai interessante e la relazione che ha avuto con Obama è decisamente più avvincente di quanto non appaia in Dreams from My Father», precisa Maraniss. A dimostrazione della rivisitazione in chiave black di una giovinezza piuttosto neutra, il giornalista ha scoperto inoltre che la ragazza – nome fittizio Regina – descritta da Barack nelle sue memorie come «il simbolo stesso della cultura afro-americana», era in realtà tale Caroline Boss, una sua collega – bianca – di università.

Anche l’alba della carriera politica del presidente – Obama si candida al Senato dell’Illinois nell’anno in cui l’autobiografia arriva in libreria – sarebbe segnata dall’esaltazione epica delle sue origini. Al contrario di quanto tramandato dalla vulgata ufficiale, suo nonno materno, Stanley Dunham, non ha mai viaggiato in auto con il presidente Herbert Hoover; suo nonno paterno, Hussein Onyango, non è stato torturato dagli inglesi; e il papà del suo patrigno indonesiano, Soewarno Martodihardjo, non è stato ucciso dagli olandesi mentre si batteva per l’indipendenza del paese, ma è morto in casa cadendo rovinosamente da una sedia.

Consapevole di quanto sia esplosivo il materiale raccolto, Maraniss vorrebbe adesso scongiurare l’inevitabile strumentalizzazione politica del suo lavoro. «La destra sta avendo un approccio duplice nei confronti del libro: da un parte lo bolla come agiografia e dall’altra estrapola ogni elemento che possa mettere Obama in cattiva luce. Ciò che ho scritto invece non dovrebbe servire a giudicare l’attuale presidenza», ci dice.

A leggere il diario personale della Cook, però, si scorgono con chiarezza le caratteristiche che oggi segnano di più l’Obama commander–in-chief: distacco, impenetrabilità, autocontrollo assoluto. «Tu, Barack, […] cerchi di far scoprire le carte agli altri, senza offrire granché in cambio, e mantenendo sempre un’ottima faccia da poker. […] Sento che nella tua mente filtri con attenzione qualsiasi cosa – il che è ammirabile, dico sul serio. Però mi dai l’impressione d’avere un muro, un velo», scrive Genevieve con grande trasporto. Era il 9 marzo 1984. La storia d’amore tra i due sarebbe finita l’autunno successivo, quando la Cook divenne insegnante in una scuola elementare e Obama si trasferì a Chicago, dove sarebbe cominciata la sua irresistibile ascesa politica.  

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