Crediti dubbi e partecipate, Napoli verso il dissesto

Crediti dubbi e partecipate, Napoli verso il dissesto

Aggiornamento 4 settembre 2012 ore 15.30

«Ci aspettiamo un’attenzione forte del governo sui debiti e ci aspettiamo un’iniezione importante dal punto di vista dello sviluppo, della crescita dei cantieri. Noi abbiamo ereditato una zavorra dalle amministrazioni precedenti, soprattutto degli ultimi 15 anni, di circa 2 miliardi di euro. Quella è una zavorra sulla quale dovrebbe intervenire il Governo perché altrimenti noi governiamo sempre come se avessimo le palle di ferro al piede. Noi invece chiediamo che ci sia una gestione separata tra il debito pregresso gestito in un certo modo e il futuro, soprattutto da parte di quelle amministrazioni che hanno completamente cambiato pagina rispetto alle amministrazioni del passato». Con queste parole pronunciate alla telecamere del sito web Il Ghirlandaio, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris chiede di fatto una gestione commissariale per affrontare il debito del capoluogo partenopeo. Ecco la nostra inchiesta sui conti della città.

L’ossigeno sta per finire. Più che creatività finanziaria, il neoassessore al Bilancio Salvatore Palma, ex presidente del collegio dei revisori della città, dovrà dimostrare notevole determinazione per riscuotere i crediti che vanta il Comune di Napoli e soprattutto per razionalizzare le innumerevoli partecipate. Oggi è arrivato il declassamento da parte dell’agenzia di rating Fitch, da BBB+ a BBB. «La riduzione del rating», si legge nel comunicato, «considera le pressioni sulla liquidità comunale originate dalla crescita dei residui attivi su tasse e tariffe e dalla riduzione dei trasferimenti erariali, in un contesto di accumulo di debiti commerciali».

La salute contabile del capoluogo campano è infatti appesa a un filo: quindici giorni fa l’ex assessore Riccardo Realfonzo, economista e docente all’Università del Sannio, alcuni dicono su pressione dei revisori contabili del Comune e dei rilievi della Corte dei Conti, ha firmato una delibera per bloccare gli impegni di spesa non indispensabili, limitando le uscite ai soli servizi essenziali, principalmente stipendi, fino a quando l’amministrazione De Magistris non chiarirà se i 402 milioni di euro di crediti di dubbia esigibilità (evidenziati lo scorso maggio da una nota del servizio registrazioni contabili) si potranno recuperare o meno. C’è tempo fino al 30 settembre, termine ultimo per l’approvazione del previsionale 2012 e per le eventuali manovre correttive, conditito sine qua non per ricevere i trasferimenti statali.

Se quei crediti saranno svalutati la continuità dell’ente sarebbe fortemente in dubbio. Il che significa commissariamento. Anche perché la spending review impone la svalutazione del 25% dei “residui attivi”, cioè i crediti iscritti a bilancio ma non ancora entrati in cassa. Una bella gatta da pelare per l’ex magistrato in quota Idv, che si aggiunge al blocco della spesa derivante dall’annunciato sforamento del Patto di Stabilità.

Intanto due giorni fa in fretta e furia l’amministrazione partenopea ha presentato un ambizioso piano di riorganizzazione che taglierà 82 uffici comunali, oltre a ridurre il personale delle partecipate (il totale è 8.518), tramite incentivi e prepensionamenti. A questo si aggiungono gli accorpamenti già previsti tra le società di trasporto Anm, Metronapoli e Napolipark e un piano di rilancio di Bagnolifutura e Terme di Agnano attraverso una patnership tra pubblico e privato, queste ultime misure già previste nel previsionale 2011. «Le proposte sulla fusione delle società dei trasporti le ho avanzate io e stavano procedendo, per il resto si tratta di un piano tardivo», dice a Linkiesta Realfonzo, allontanato di recente da De Magistris perché, a detta del sindaco, «poco collegiale» nelle scelte, e perché «non ha rispettato gli obiettivi prefissati». Il professore rivendica: «A febbraio feci un documento sulla riorganizzazione della macchina comunale, vidi che c’era una totale assenza di lavoro su questo settore da parte della direzione generale del Comune».

Nominato dalla giunta Iervolino per una breve parentesi nel 2008 e poi dimessosi tra le polemiche appena un anno dopo, Realfonzo è l’uomo “on the news” di queste settimane. Sul capitolo residui attivi, secondo lui la vera causa di rottura con il sindaco De Magistris, specifica: «La magistratura contabile aveva già scritto alla precedente giunta sottolineando le proprie perplessità nella gestione dei crediti, e io già nella mia precedente esperienza con il sindaco Iervolino feci cancellare dal consuntivo 2008 200 milioni di crediti». «Il 29 agosto 2011 – continua l’economista di scuola keynesiana – feci fare una due diligence firmata da cinque dirigenti del Comune (Esposito, Rossi, Sabadin, Miele e D’ambrosio, ndr) su questo aspetto. La parte finale del documento di 24 pagine si chiama “dissesto”». «Ovviamente l’alternativa al dissesto era l’adozione di misure incisive, ma scomode, sulle quali sono stato sistematicamente bloccato», rivendica il professore. La due diligence, però, non forniva alcuna cifra sull’ammontare dei crediti inesigibili in questione, ma sottolineava la pericolosa relazione tra la loro scarsa qualità, le difficoltà nella riscossione e i problemi di cassa del Comune. 

Nel 2010, stando all’ultima ricognizione approfondita del Collegio dei revisori sul rendiconto di bilancio, l’amministrazione cittadina ne vantava 2,7 miliardi, saliti a 3,3 miliardi se si guarda al previsionale 2011. Sempre i revisori, nel parere preventivo al bilancio previsionale 2012, evidenziavano altri 340 milioni di euro di crediti «della gestione di competenza» formatisi nel corso del 2010, relativi ai titoli I e III (entrate tributarie e trasferimenti dallo Stato e dalla Regione, ndr) del bilancio». Il dramma è che riscuoterli è difficilissimo: soltanto il 24% rientra a Palazzo San Giacomo.

La questione sta proprio qui: sulla base delle stime sui residui attivi l’amministrazione ha iscritto nel previsionale 2012 un avanzo di 84,5 milioni di euro, riferito al 2010. Una mossa finita sotto la lente della Corte dei Conti campana, che senza mezzi termini ha ammonito: inserire i residui attivi a bilancio equivale a commettere un falso. Un ammonimento che ha dato i suoi frutti: la giunta si è precipitata a deliberare una ricognizione quantitativa e qualitativa – attualmente ancora in corso – dei crediti in questione, nel frattempo saliti a 1,4 miliardi. Il fondo di svalutazione crediti, denunciano ancora i revisori comunali, con una dotazione di soli 137 milioni di euro è insufficiente ad annullare i rischi di un’evenutale svalutazione massiccia.

Fortunatamente a dare un po’ di respiro c’è l’Imu, che contribuirà per 260 degli 1,2 miliardi di entrate correnti stimate per l’anno in corso mentre le uscite correnti saliranno a 1,9 miliardi, di cui 650 milioni circa per pagare il personale. Il Comune, oltretutto, è un pessimo cliente per le imprese che lavorano per lui: i tempi di pagamento sono di 25 mesi, e i residui passivi, cioè «debiti dell’azienda statale nei confronti di terze economie» al 2010 sono di 3,4 miliardi di euro. 

C’è poi il capitolo dismissioni immobiliari, iscritte a bilancio per 78 milioni di euro, dei quali il capoluogo campano vedrà ben pochi euro. Chiunque vada in città in questi giorni non potrà non notare i manifesti che celebrano i “50 milioni” che (in teoria) entreranno in cassa grazie al piano. Lo scorso aprile, per appianare un contenzioso da 45 milioni di euro con l’imprenditore Alfredo Romeo, titolare della Romeo Gestioni – che dal 1990 amministra gli immobili pubblici – De Magistris gli affida il piano di dismissioni. «L’errore è lo stesso della giunta Iervolino, cioè affidare la vendita nelle stesse mani di colui che gestisce gli affitti. Per questo la gran parte dei proventi andranno a Romeo e non al Comune», racconta a Linkiesta l’ex assessore al Bilancio Michele Saggese. Oltretutto, non è proprio un buon periodo per le transazioni immobiliari tra “istituzionali”, e trovare compratori all’orizzonte non è proprio un’impresa semplice. 

L’altro macigno che pesa sui conti di Napoli è il buco nero delle società partecipate, tra cui Napoli Sociale, Bagnoli Futura e il Centro agroalimentare, che si distinguono per mala gestione, assunzioni senza concorso e debiti fuori controllo. A ciò si aggiunge la recente grana del decreto ingiuntivo recapitato al capoluogo campano dai fornitori della scintillante manifestazione della Coppa America.

Le 22 partecipate portano in dote un rosso di competenza del Comune di 1,3 miliardi di euro. Considerando le sole partecipate per cui il comune detiene più dei due terzi del capitale, la quasi totalità presenta un risultato negativo, ad eccezione di Arin, Napoli Park, Napoli Servizi e l’impresa dei trasporti Anm. 

«Già nel bilancio previsionale al 30 giugno 2011 proposi la cessione delle Terme di Agnano, di Gesac (il gestore aeroportuale) e di Stoà (scuola di formazione), oltre a una parte di Caan e della Mostra d’oltremare (il polo fieristico cittadino). Inizialmente solamente la cessione delle Terme  di Agnano e di Stoà furono accolte, per poi essere successivamente bloccate dal sindaco, e così tante altre mie proposte», osserva ancora Realfonzo, che lamenta: «Il punto è che il sindaco non punta a risolvere i problemi della città ma ad assicurarsi un consenso populistico di breve periodo».

La Bagnolifutura, nata una decina d’anni fa per acquisire e bonificare l’aera ex Italsider di Bagnoli e controllata al 90% dal Comune, con quote residuali della Regione e della Provincia, a fine 2010 aveva debiti per 339 milioni di euro e una perdita di 10,27 milioni in salita rispetto ai 5,77 milioni di euro nel 2009. La società era riuscita a ridurre le perdite dai 9,4 milioni del 2005, agli 8,8 nel 2006, agli 8,1 nel 2007, fino ai 4,1 milioni del 2008, ma poi sono tornati a salire. 

Oltre a non essere mai riuscita negli ultimi anni a chiudere un bilancio in utile, Bagnolifutura ha aumentato notevolmente i costi per il personale: 2,8 milioni di euro nel 2005, 3,2 milioni nel 2006 ( l’eccezione sono i 3,068 milioni del 2007), 3,69 milioni nel 2008, 4,21 del 2009 ai 4,39 milioni nel 2010. Facendo un po’ di conti, si scopre che negli ultimi 6-7 anni Bagnoliftura ha bruciato quasi 46,4 milioni di euro, mentre i dirigenti e il personale sono costati ben 17 milioni di euro alla collettività partenopea. Non proprio un buon affare, insomma. 

La società dichiara, nei comunicati stampa, che è nella natura dell’impresa subire perdite in anni consecutivi (causa bonifica e ristrutturazione) prima di poter rivendere ai privati i terreni. Peccato che, questi terreni non li vuole nessuno. Tanto che le ultime aste sono andate a vuoto: dopo una prima entrata di 32 milioni di euro nel 2011, poi più nulla e la carenza di risultati ha riaperto le polemiche sulla società. Sull’area, inoltre, pesa l’ombra della camorra.

Nel piano industriale da qui al 2016, la società prevede ricavi per circa 412,4 milioni di euro derivanti dalla vendita dei terreni. 
Nel 2012 è prevista la sottoscrizione dei contratti preliminari di compravendita dei quattro lotti dell’area tematica 2, mentre le vendite definitive sono previste per il 2013. Intanto il Comune, stando al bilancio 2012, inietterà altri 2,7 milioni di euro nel capitale della società. «Su Bagnoli, se si esce si fanno dei ragionamenti pragmatici, solo a Napoli si trovano 10 imprenditori interessati al business», spiega ancora Saggese. Finora, però, nessuno ha bussato alla porta di De Magistris. 

Caso differente per la Napoli Sociale, una partecipata con compiti di welfare (trasporto, assistenza scolastica). Dal 2008 al 2009 i suoi dipendenti sono passati da 198 a 406. Nel 2010 salgono a 415 per via dell’assunzione di 220 dipendenti, che passano dal Servizio assistenza scolastica promosso dalle cooperative sociali allo stesso Servizio messo in piedi dalla Napoli Sociale. Oltre ai dipendenti sale anche il debito, che passa da 10 milioni del 2008 ai quasi 13 milioni dell’anno successivo fino ai 24 milioni del 2010. Come mai? Contattata più volte da Linkiesta, la società non ha voluto commentare.

Infine c’è il Centro Agroalimentare di Napoli (Caan), struttura che nasce nel 1989 per riunire diversi mercati all’ingrosso, da quello ittico all’ortofrutticolo. Le perdite degli esercizi contano 3 milioni di euro nel 2008, superando i 3,8 nel 2009 e 2010, ma la cifra sorprendente, anche in questo caso, è il debito: 43,7 milioni nel 2008, 47 nel 2009 e 51 milioni nel 2010. Un flop, se si pensa che lo scorso gennaio era occupata soltanto la metà degli spazi disponibili, con un’affluenza di 2mila ingressi giornalieri. Per riorganizzare il centro, a fine 2011, De Magistris ha chiamato l’ex senatore Lorenzo Diana, membro della commissione parlamentare d’inchiesta al Senato su mafia e organizzazioni criminali, che avrà un bel daffare per rimettere in piedi il grande progetto del mercato unico di Napoli. Sempre che, nel frattempo, il Comune non chieda l’avvio della procedura di dissesto

Twitter: @antoniovanuzzo @AlessioMazzucco

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