Grilli, l’economista di destra (e tremontiano) è diventato ministro

Grilli, l’economista di destra (e tremontiano) è diventato ministro

Vittorio Grilli è stato da poco nominato ministro dell’Economia. Legato a Tremonti, culturalmente di destra, da lungo tempo nei palazzi romani. Riproponiamo il nostro articolo, scritto in occasione della partita che portò Ignazio Visco in Banca d’Italia, in cui Grilli fu sconfitto appunto da Visco.

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Un funzionario dei soviet, un uomo grigio, un professionista di grande competenza che conosce non solo la finanza ma anche i processi industriali. Anche a parlare con dieci persone di Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia in pole position per la nomina a governatore, non vengono fuori grandi dettagli, né gli aneddoti divertenti che di solito non si negano per nessuno. Una caratteristica anti-moderna in epoca di civilità dello spettacolo: una figura che però, proprio per questo, sembra combaciare con l’identikit di un governatore.

Considerato uomo delle istituzioni, vicino a Ciampi e ai suoi boys, la contrapposizione con l’altro candidato forte alla successione di Mario Draghi, Vittorio Grilli, è anche politica visto che il direttore generale del Tesoro è invece descritto come uomo di destra. Parlando di Grilli, c’è chi non ha problemi ad immaginarlo – forse malignando – col braccio destro alzato in gioventù. Chi poi lo ha incontrato all’inizio della sua carriera dice di essergli rimasto impresso più che altro per l’alta dose di ambizione. Ma l’ambizione e la politica nel caso della nomina a governatore dovrebbero entrarci poco o nulla, almeno in teoria, vista la brutta piega che sta prendendo la vicenda.

A cercare un punto di contatto fra queste due figure lo si può trovare nell’Istituto italiano di tecnologia dove Grilli è presidente del comitato esecutivo, mentre Saccomanni siede nel consiglio presieduto da Gabriele Galateri. A parlare con chi lavora con Saccomanni emerge il profilo di un economista che ha sempre dedicato grande attenzione anche all’industria e che negli anni ’80 costruì dei buoni rapporti con la galassia Iri. Un interesse ulteriormente rafforzato dall’esperienza alla Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo con base a Londra di cui è stato vicepresiente dal febbraio 2003 al settembre 2006. All’uomo viene attribuito un carattere simpatico e gioviale. Di Grilli si dice che è “molto più freddo e spigoloso”.

A entrambe è comunque riconosciuta grande competenza. Semmai il punto è un altro. La maggior parte degli interlocutori interpellati da Linkiesta sotto garanzia di anonimato storce il naso davanti alla prospettiva di un uomo del Tesoro che plana direttamente sulla poltrona di Palazzo Koch – anche Draghi veniva da lì ma il passaggio non è avvenuto per mano dello stesso governo che l’aveva portato al Tesoro – e temono che Francoforte, dove ha sede la Bce, possa inalberarsi davanti ad una scelta giudicata politica, proprio nel momento in cui suo appoggio è più determinante che mai. Il problema della provienenza dal Tesoro ha almeno anche altri due aspetti molto problematici. Il primo è che già la Consob, che non è mai stata proprio un cuor di leone quando c’è stato da intervenire sui giochi del nostro capitalismo relazionale, è ora andata a Giuseppe Vegas, ex vice ministro di via Venti Settembre, così tanto uomo del Tesoro da aver votato la fiducia alla maggioranza nel giorno cruciale del 14 dicembre quando era già presidente designato dell’authority di vigilanza sui mercati.

Il secondo è che Grilli verrebbe da questo Ministero del Tesoro: quello dove, secondo le acccuse dei magistrati di Napoli, un personaggio equivoco come Marco Milanese faceva il buono e il cattivo tempo, gestendo le nomine pubbliche e la Guardia di finanza. Infine c’è chi sottolinea che l’appoggio alla sua candidatura da parte di Giuseppe Guzzetti, guida di Cariplo e quindi grande azionista di Intesa Sanpaolo, fa pensare che dietro a questo favore nei suoi confronti ci sia anche la volontà di avere a Palazzo Koch qualcuno più accomodante con gli istituti di credito di quanto possa essere una scelta interna a via Nazionale. Per quelli che lamentano che nei rapporti con le banche questa Bankitalia si limita solo a fare dei controlli, il freddo e spigoloso Grilli potrebbe invece risultare uomo più di dialogo e, dato il momento così difficile, questa caratteristica è apertamente apprezzata. Inoltre potrebbe essere più dialettico con una Banca centrale europea che ci ha sì salvato ma che, con rialzi di tassi improvidi e sconfinamenti nella politica, si è attirata anche molte critiche.

D’altra parte, dicono i pochi sostenitori di Grilli, lo standing internazionale dell’ex professore di Yale è tale da poter ovviare al problema di una possibile cattiva reazione della Eurotower ricordando i toni positivi del Financial Times, il suo ruolo nella costituzione del fondo salvastati Esfs e i suoi legami che vanno da Londra a Pechino. Non che Saccomanni sia da meno su questo fronte, anzi. Per anni è stato l’uomo dell’internazionalizzazione di via Nazionale, ha lavorato per 5 anni al Fondo monetario e ha rappresentato la banca centrale come membro di comitati istituzionali presso la Bce, la Bri e la Ue. Forse il più internazionale degli uomini di via Nazionale. Ma nel caso di Grilli il respiro del suo curriculum  avrebbe una funzione diversa nel senso che potrebbe almeno servire a placare gli eventuali mal di pancia di Francoforte.

Chiunque sarà il nuovo inquilino sul tavolo si troverà diversi dossier, dalla necessità di avviare un tavolo nazionale sul credito per evitare che vadano gambe all’aria aziende sane con Ebitda in crescita e modelli sostenibili ma oberate dai troppi debiti, fino alla necessità di aprire un dibattito sulla vigilanza che non si limiti all’ispezione ma sia intesa anche come processo di controllo, intervenendo nel dibattito in corso nelle sedi internazionali sull’accountability e l’audit. Un solo elemento sembra unire le diverse visioni su chi debba essere il successore di Draghi: il no ad una candidatura di Lorenzo Bini Smaghi. La sua nomina toglierebbe certo le castagne dal fuoco liberando il posto in Bce come promesso ai francesi in cambio dell’appoggio a Draghi e permetterebbe a Berlusconi di uscire dall’impasse senza darla vinta a Tremonti.

Ma al contempo verrebbe interpretata come uno schiaffo alle competenze interne ancora più netto di quello che accadrebbe con l’arrivo di Grilli, visto che sarebbero solo ed unicamente gli intrecci e l’impasse della politica a portarlo a via Nazionale. Per altro dopo uno scambio di battute con il Nobel Paul Krugman che sul suo blog sul New York Times non ha lesinato critiche alle sue capacità: «Alla Bce è considerato come un profondo pensatore, non so perché». Nei palazzi della finanza il giudizio di Krugman se lo ricordano in tanti, e volentieri. Saccomanni sarà anche “grigio” ma quasi tutti sembrano sapere perchè è stimato. 

jacopo.barigazzi@linkiesta.it

(data di prima pubblicazione, 30 settembre 2011)