Post SilvioEcco Israele, dove l’occidente è sempre più piccolo

Ecco Israele, dove l’occidente è sempre più piccolo

La temperatura della “situazione” in Israele si annusa già arrivando all’aeroporto. Il tempo medio dei controlli. Il numero dei fermati per domande più approfondite dopo il rilascio del timbro d’ingresso. La presenza, e in quale misura, di militari e poliziotti o di addetti alla sicurezza. Tutto misura in modo verosimile la preoccupazione delle autorità israeliane rispetto alla “situazione” del momento, o del periodo. E il clima, nell’Israele di questo agosto, sa di calmo ristagno, di ovvie tensioni latenti, ma coperte dalla coltre spessa e paludosa dell’abitudine a non pensare a un futuro di lungo periodo. Tanto che le elezioni dell’anno prossimo, dovrebbero riconsegnare le chiavi del paese agli stessi che governano oggi. E che hanno governato, insieme o ferocemente contrapposti l’uno all’altro, già tante volte negli ultimi vent’anni. Netanyahu premier sostenuto da una grande coalizione tra il suo partito di destra, il Likud, e i laburisti di Ehud Barak a fare da stampella. Si vagheggia un’alternanza al timone, che un buon risultato dei laburisti ovviamente renderebbe ipotesi più solida. Ma la sostanza resterebbe questa: niente cambiamenti, in Israele si va avanti così.

I protagonisti, del resto, son gli stessi di quando in America c’era Clinton, mentre in Palestina troneggiava il regno corrotto ma carico di orgoglio da baby nazione di Arafat. Ariel Sharon vegeta in coma permanente da quel gennaio del 2006 in cui era premier e fresco padre fondatore di un nuovo partito, moderato e pronto a imporre ai palestinesi la pace che andava bene a Israele. Proprio lui, il cui nome restava legato nella testa di tutti alla strage di Sabra e Shatila, e alle grandi operazioni militari di soldato pluridecorato. Itzahk Rabin, suo avversario per decenni, era morto nel 1995 per mano di un terrorista ebreo israeliano di estrema destra, ma il vecchio Shimon Peres – eterno collega-rivale-compagno di partito di Rabin – fa il presidente della Repubblica, e garantisce sul patto fondativo di uno stato che vive dal 1948 senza costituzione. Netanyahu e Barak erano “giovani leve” negli anni ‘80 del secolo scorso, già incardinati saldamente in una storia militare e politica, quando i mostri sacri che avevano lavorato con Ben Gurion vivevano il loro apogeo di cinquantenni contrapposti e avvinti al vecchio nemico Arafat. In giro, in sostanza, ci son sempre gli stessi. E ancora oggi Netanyahu e Barak tengono le redini della scena politica.

Sulle piagge di Tel Aviv bagnate dall’afa e dal mare trasparente, arrivando all’inizio di shabbat, nel tardo pomeriggio luminoso di un venerdì, la voglia di occidente sembra sempre in buona salute. Si gioca a racchettoni tanto da farne una colonna sonora ritmica di passi e parole; si beve e si mangia sui tavolini dei beach bar’s; si fa il bagno; si parla; ci si diverte; ci si ama per sempre o ci si abborda per una sera, ognuno come gli va. L’ultima barriera di resistenza al modello occidentale è rappresentata dall’assenza di ragazze in topless, e chissà che non sia solo una buona idea di autoregolamentazione dei costumi. In verità, più che in passato, si vedono ragazzine fare il bagno vestite e una presenza di ebrei religiosi – sempre molto prolifici – sensibilmente aumentata. Ma quel pezzo d’Israele che vuole diventare un luogo in cui si vive rispettando regole e divieti risalenti a 4500 anni fa e successive elaborazioni sembra stare su un altro pianeta. Eppure esiste, lo ritroveremo poco più avanti.

A Tel Aviv, insomma, si respira l’aria di sempre che tira da quelle parti: dove è insensato vietare; dove dei negozi che riportano disegnate grandi foglie di marijuana vendono “erbe legali”; dove sulla spiaggia, la sera, è automatico stare rilassatissimi, al limite un po’ attenti a qualche borseggiatore. Dove l’intervento repressivo – in uno stato fondato anche sulla convinzione della propria superiorità militare – si vede soprattutto nel divieto di vendere alcol d’asporto di qualsiasi gradazione dopo le 11 di sera: il pericolo reale è quello dei ragazzini che si devastano, in una città con la vocazione alla dissolutezza.

Qua e là, nel passeggio, spuntano ancora le tracce degli attacchi terroristici più plateali, come quello del 1 giugno del 2001 in cui morirono 17 ragazzi più il loro attentatore suicida palestinese, un venerdì sera in discoteca. La paura, da qualche parte, sotto la pelle di qualcuno c’è, ma tutti ricordano – quelli che c’erano – gli anni bui del 2002 e del 2003. Quando un bus, una discoteca, un ristorante per un paio di mesi sono saltati in aria con cadenza quasi settimanale. Quell’epoca non è cancellata, non potrebbe, ma certo oggi tira un’aria diversa. Mentre in Palestina governa anche Hamas (controlla la Strscia di Gaza e forte dei consensi anche in Cisgiordania esprime diversi sindaci di città palestinesi), che promosse a modello il terrorismo suicida, gli attentati suicidi e i tentativi di attentati di questo tipo sono drasticamente diminuiti. Merito del muro voluto da Sharon, certo, ma probabilmente anche di un diverso rapporto col proprio potere palestinese. Mentre in casa israeliana governa la destra con tutti gli altri: di recente in appoggio a un governo di larghe intese ha votato anche Kadima, il partito fondato da Sharon, portando la maggioranza parlamentare a 94 su 120 membri.

All’opposizione, gli ultrareligiosi e gli arabi, che ovviamente crescono nel paese. Sarà che bisogna rinserrare le fila in vista di un imminente attacco all’Iran o comunque un nuovo conflitto regionale? Il volo di aerei veloci sul mare presidia una spiaggia e una città in cui la paura della guerra non si respira, neanche in lontananza: e le alzate di spalle ricordano quella storia in cui, qualcuno, per troppo tempo aveva urlato invano “al lupo al lupo”. Netanyahu si dichiara di tanto in tanto eventualmente perfino pronto all’atto estremo, ma Barack Obama è impegnato in questione più serie, e in definitiva più “sue”: deve ad esempio dimostrare agli americani che, dopo quattro anni di governo della crisi economica, vale ancora la pena di scommettere su di lui. Ogni tanto le notizie di un raid su Gaza ricordano che la situazione è per definizione delicata, e la guerra a bassa intensità resta sempre la soglia minima. Ma insomma, Tel Aviv vive la sua vita di sempre. In fondo “chissenefrega”: tanto “a Tel Aviv ci si diverte”, come recita un abusato detto israeliano. O no?

“La città in realtà sta diventando sempre più piccola, come il paese, come l’occidente del resto. È una cosa delle nostre società… In ogni caso, ovviamente, in Israele non vivrei da nessun’altra parte, manco morta”. La città “più piccola” la descrive R, 37enne figlia e nipote di ebree originarie dello Yemen ma già “di Tel Aviv” da due generazioni. E ha ragione: l’occidente si è fatto più piccolo. Anche a Tel Aviv, dietro lo stereotipo cui ha giurato eterna fedeltà, e al senso di libertà che porta iscritta nei cromosomi la città-porto di mare di una propria patria lungamente sognata da persone che stavano in ogni angolo di mondo. Anche a Tel Aviv gli ebrei religiosi esistono, e soprattutto si vedono in giro, ed è novità di questi ultimi anni. Escono la notte dalle case per mangiare sandwich e fare il bagno vestiti, con abiti tradizionali davvero faticosi per quel caldo tremendo, e l’umido monsonico nelle notti della città più Orientale del Mediterraneo. Hanno tutti tanti tanti bambini. E lì accanto, davvero poco lontano, qualche decina di metri al massimo, fanno una grigliata gli arabi musulmani di Tel Aviv, le loro donne velate, che arrivano dai suburbi arabi che uno neanche si immagina, appena dietro quella fila di grattacieli scintillanti. Arrivano loro, sul lungo mare, e i loro tanti tanti bambini. Mentre la città dei single laici che hanno visto il mondo e lo importano nei loro locali fatica a riprodursi, loro sì che si moltiplicano: e pochi passi più in là. Forse è anche così che ci si restringe l’occidente?

“Non fumare, è Ramadan”. Son due giovani musulmani, uno a Gerusalemme Est e l’altro a Hebron, uno probabilmente cittadino israeliano l’altro sicuramente no, a dare il comandamento netto a chi, evidentemente, non aveva fatto nulla per sembrare uno che vuole rispettare delle regole islamiche. Per esempio: non si beve non si mangia e non si fuma dall’alba al tramonto, annunciati entrambi dal Muezzin. I due ragazzi, sotto i venti quello di Hebron poco sopra quello di Gerusalemme, hanno sentito naturale segnalare, aggressivamente, che la legge islamica è uguale per tutti: musulmani e non. A Hebron, nella città più islamica della Palestina dell’era di Hamas, sembra oggettivamente una cosa normale: non mi piace, ma non mi aspetto altro in un posto che peraltro è sempre stato più o meno così. Con una piccola minoranza ebraica ultrareligiosa, circondata da decine di migliaia di arabi musulmani aggrappati da secoli agli stessi luoghi sacri. Tutto attorno, un deserto inospitale e brullo punteggiato da villaggetti arabi o colonie ebraiche.

Più sorprendente che il divieto di violazione della regola islamica sia declamato a Gerusalemme: appena fuori dalla Città Vecchia in un pomeriggio torrido, dove la la spianata delle Moshee guarda l’orto degli Ulivi che testimoniò le ultime ore di Gesù detto il Cristo prima di essere crocifisso. In un territorio, peraltro, che in teoria sta nella piena sovranità israeliana. Dove una bottiglietta d’acqua e le sigarette te le vendono tanti negozi a cinquanta metri da lì, nel pezzo di Città Vecchia degli arabi musulmani ai piedi della cupola d’oro della moschea di Omar. Ma fuori dal territorio del piccolo business del turista che dà da mangiare a tanti, allora si può essere tutti religiosi fino all’integralismo. Basta, letteralmente, girare l’angolo.

Del resto, nella città ad ampia prevalenza di arabi musulmani di cittadinanza israeliana che si chiama Akko, nel nord della costa israeliana a poche decine di chilometri dal Libano, un bambino di otto anni può tranquillamente tenere aperto da solo il chioschetto di papà fino a tarda sera, ma sa già che a chi avesse voglia di una birra fredda bisogna rispondere con aria disgustata: “niente birra, niente alcool”. E al diavolo tanti viaggiatori che un posto fascinoso come Akko, uno skyline da piccola Istabul, un suk delizioso e un mare smeraldo tutti insieme, non lo vedranno da nessun altra parte del mondo.

Il suo angolo di Tel Aviv, o se preferite di occidente, Akko in realtà lo offre. Devi andartelo a cercare, oltre il celebratissimo e frequentatissimo da upper class Israeliana e da coppie bene che abitano nei dintorni Ristorante Uri Buri, in un locale che ha aperto appena dieci mesi fa. Se il viaggiatore non sa che esiste, o non ha davvero voglia di cercare “altro” – anche rispetto a locali in cui una ragazzina velata ti accoglie molto sorridente, premettendo che l’inglese è una terra straniera – è difficile da individuare. L’ha aperto una ragazzona araba di cittadinanza israeliana, che parla un perfetto inglese, figlia di un medico che a suo tempo, trent’anni fa, prese la laurea in Germania. Borghesia palestinese laica, quella che credette nello spirito fondatore e per un po’ nella dirigenza dell’Olp. Da lì, da quella storia, in fondo contro a quell’aria di Islam che tira ad Akko, nasce un locale sorprendente. Diverso, con personalità occidentale e insieme, fortemente locale. La giovane proprietaria, alla viaggiatrice che aveva chiamato “israeliano” il vino da lei venduto nel suo locale aveva risposto, seccata e con un improvviso distacco: “Intendi, vino locale, vino di qui”. Qui, per l’appunto: in Israele. O no?

E posti a modo loro unici al mondo erano anche i villaggi agricoli fondativi della nazione israeliana: i Kibbutz e i Moshav. Quei posti in cui, secondo un diverso grado, si applicavano modalità socialiste al rapporto tra mezzi di produzione, frutti della produzione, e ricavi della stessa. Nahalal, ad esempio, era stato un glorioso Moshav dello stato d’Israele. Villaggi di lavoratori al lavoro, con una comunità incredibilmente coesa verso un obiettivo fortissimo: la patria. A Nahlal, era nato Moshe Dayan, il grande generale con la benda nera sull’occhio destro. Da quelle parti, ad appena quaranta chilometri da quella Akko, araba e “a muso duro” di cui dicevamo prima, una sera un artigiano israeliano trentenne dice: “Quelle cose, quell’idea socialista e politica dei Moshav e dei Kibbutz, ormai fanno parte della storia”, e fa segno come di una cosa remota con la mano: quasi gli sembrasse addirittura preistoria. Il modello socialista è dietro la schiena delle generazioni, oggi chi vive in un ex Moshav o ex Kibbutz è per forza imprenditore di se stesso. Uno ce l’ha fatta con una panetteria caffè ristorante a getto continuo su una statale polverosa, trafficata e sommersa da lavori in corso a colpi di cemento armato. Altri fanno gli artigiani di vecchio conio: fanno i fabbri, progettano e costruiscono manualmente insegne luminose di ogni tipo. O i falegnami: sono in grado di fare tutto o quasi quello che vedete in una bella casa di Moshav allestita in legno. I “makers”, si dice oggi: assai simili nel modello di business da quelli che cuciono scarpe nelle strade di Jaffa, nei quartieri arabi e occidentali insieme di Tel Aviv, e le vendono nel negozio accanto.

Insomma, la globalizzazione è arrivata e il socialismo naufragato: tanto che oggi il premier Netanyahu può usare la parola socialista come fosse una presa in giro, mentre governa assieme agli eredi del socialismo israeliano delle origini. Eppure, guarda un po’ le coincidenze, a questa minoranza operosa che produce pil in Israele, questo governo anti-socialista sta alzando continuamente le tasse.  Lo raccontano i makers del nord, una ragazza della piccola Gerusalemme laica che vende quel che ha imparato tra cuochi e agricoltori della Toscana, i negozianti che hanno appena aperto botteguccia accanto ai bassifondi e alle case occupate da profughi sudanesi a Tel Aviv. “Troppe tasse”. E meno male che il presidente Netanyahu disprezza i socialisti.

Anche Gerusalemme, la capitale del paese, tradisce la fatica di pensare a un futuro mettendolo in relazione ad un passato. E rimettersi al mondo, al presente, senza trovarsi molto bene come se si fosse un museo ambulante.
In giro per le strade, più o meno ovunque e a qualunque ora del giorno e della notte (con qualche ricercatissima o pacchianissima eccezione), nella maggioranza degli spazi pubblici aperti voi vedete, per lo più, maggioranze di persone con costumi di matrice religiosa.
Stuoli, colonie, intere vie piene di uomini donne bambini di ogni età già vestiti assolutamente da ebrei, di tutto punto. Pastrani e cappotti di ogni colore e gradazione di giallo e o di grigio, ornato con ogni sorta di cappello di pelo e/o pelle di lontra. Tutti costumi che indicherebbero antiche tradizioni famigliari di soggetti discendenti da famiglie provenienti dai paesi baltici, o da certe aree della Polonia o paludi fredde dell’Ungheria. In ogni caso, tutte tradizioni evidentemente inadeguate al clima mediorientale (e sempre bellissimo) di Gerusalemme: e la tradizione, in alcuni quartieri di Gerusalemme che sembrano il set di un film sul Ghetto di Varsavia, non conosce alcuna flessibilità. Sono tantissimi, sempre di più, gli Ultra-Ortodossi tradizionalisti, nella capitale della nazione ebraica. I laici se ne vanno, loro si moltiplicano: e il conto è presto fatto.

Poi altre fiumane di arabi musulmani di ritorno da una grande celebrazione religiosa tenutasi alla spianata delle moschee, sotto la cupola d’oro e l’antichissima moschea di Al Aqsa. Donne col costume tradizionale, ed altre un po’ più travestite da religiose, col jeans attillato e il tacchetto, oppure truccatissime – davvero troppo, con quel caldo – in quel pezzetto di faccia che il chador lasciava all’aria. E poi altre donne, sempre più frequenti seppur ancora rare, coperti di veli integrali con appena una fessura retinata sugli occhi: nascoste del tutto, come se fossero mostri. Del resto, anche nella Gerusalemme degli ebrei, nelle strade dello shopping e della piccola – molto piccola – movida di Gerusalemme in pieno centro, ormai i religiosi che in maniera non equivoca lo dichiarano con l’abbigliamento sono la stragrande maggioranza, e appena dieci anni fa non era così, al di là di quanto dicano statistiche, naturalmente, in forte discordia tra di loro. Che peraltro segnano, univocamente invece, un avanzare demografico netto degli arabi cittadini israeliani di Gerusalemme: e tra questi, in proporzione importante, crescono i filoislamisti. Quelli ai quali piace Hamas.

Ancora una volta l’occidente si restringe? Par proprio di sì, e colpisce molto che tutto questo capiti nella capitale fortemente voluta di un paese, Israele, che era nato convinto che avrebbe saputo sopravvivere come comunità ebraica, ma senza mai aver davvero bisogno della religione: ed anzi capace di dirsi ebreo in forza del proprio essere parte di una nazione, Israele. Invece quella nazione è ormai comunicata attraverso la pratica sempre più plateale della religione ebraica, nella capitale dello stato d’Israele.

Inciampando dentro a un negozio di piccoli monili, bigiotteria e argenteria artigianali, ti vedi raccontata l’altra faccia della medaglia. Anzi, diverse facce per diverse medaglie. È la storia di S, 58enni arabo nativo della Città Vecchia di Gerusalemme. Quando lui è venuto al mondo, Israele c’era già da sei anni: ma Gerusalemme stava ancora in Giordania, dopo che da essa era stata annessa al termine della guerra del 1948. Da Sam, in un negozio con le pareti di broccato e il silenzio che si sente appena tre metri fuori dalle tratte principali dei turisti, si cercano orecchini in rame battuti a mano, pietre preziose incastonate su anelli d’argento, piccoli simboli cristiani, ebraici e musulmani rivisitati dalla sua o dall’altrui mano di artigiano. Inglese bello e veloce, una parola chiara all’inizio, per distinguersi dalla calca dei venditori di ogni risma della Città Vecchia: “Qui dentro non si tratta. Il prezzo è quello che dico io, non vi dirò frasi come: «Il prezzo sarebbe così ma solo per te ne faccio uno migliore»”. Attorno, sulle pareti e nel retrobottega e sotto i tavoli e nei ripiani pieni di barattoli e, ovunque, le piccole cose del suo lavoro. Pietre, a migliaia. Anelli a molte centinaia. Gemme già pronte per finire su una collana, piccoli brillanti in serie da valutare uno a uno.

Lui la vita dei gioielli e dei gioiellieri, degli artigiani di alto livello e di quelli che sanno stare al mondo, l’aveva a suo tempo fatta. La ricordava con piacere nei sapori pieni dei ristoranti di Roma, o nei locali di Francoforte e Hannover, e quell’America e i sei mesi vissuti a New York faticosamente. “Lavoro per me ce n’era, ma il cibo era davvero disgustoso… Almeno un pasto al giorno come si deve, io lo devo fare”. S., arabo palestinese nato Giordano e annesso a sé da Israele quando aveva 13 anni, era evidentemente a suo agio quando le razze si mescolano, i colori si confondono e si migliorano, le lingue si apprendono. E veniva dal cuore di una città con un mondo intero nelle vene. Come tutto l’antico notabilato cristiano che si tramandava tra quelle magiche mura aveva ereditato delle cose, dei piccoli antri che potevano diventare botteghe o minuscoli caffè. Le aveva vendute per ripianare alcuni debiti contratti da uno che aveva fatto il gioielliere: “e oggi lo stesso negozio vale 5 volte tanto, rispetto a 15 anni fa. Avrei semplicemente dovuto tenerlo, tanto i creditori non mi avrebbero ucciso, mi avrebbero solo aspettato”.

Con Israele, in Israele, S aveva anche fatto fortuna. “Gestivo il mio laboratorio-negozio in un centro commerciale degli ebrei vicino alla stazione centrale degli autobus”, una vera e propria stazione centrale in una città non servita dal treno. Insomma, faceva quel che sa fare davvero bene: comprare, scegliere, valorizzare, creare, inventare gioielli con le sue mani. E poi venderli. “Solo che poi la gestione del centro commerciale, legato a un albergo, è passato nelle mani di ebrei religiosi. Che hanno iniziato a portare soprattutto religiosi, che non guardavano le mie cose e non le avrebbero mai comprate”. Non fa la vittima neanche per un attimo, S, di fronte a gente che evidentemente non ce l’aveva con lui, ma che semplicemente preferisce non avere attorno gente diversa da sé. Era soltanto, ancora una volta, quell’occidente che in Israele ha iniziato ormai da un pezzo a diventare più piccolo. Un principio di fondamentalismo e purezza assoluta, guadagna terreno, metri, negozi, case, quartieri dove prima si creava un mondo meticcio, dove il posto te lo dava anche il saper fare qualcosa, non solo l’essere nato figlio di qualcuno che si vestiva come te, o della tua stessa – orrore – razza.

“One hundred for cent, one hundred for cent better”. Accento arabo marcato, sorriso pieno, Ali lo ripete per due volte, scandendo bene le parole e sapendo esattamente cosa vuole dire: “Va molto meglio, 100 per cento che va meglio adesso di prima”. Prima, quando governavano i vecchietti amici, i nipoti e biscognati di Arafat, e 17 corpi di polizia e militari difendevano territori grandi come una provincia del Nord Italia. Prima si stava cento per cento peggio di oggi. Oggi che la democrazia palestinese è più sospesa che mai: con le urne che direbbero, probabilmente, Hamas, col vecchio Abu Mazen tornato al potere e gli islamisti che non lo soteggiano e in qualche modo – ti dicono per le vie di Betlemme – controllino che i vecchi non continuino le tradizioni di ruberie che li hanno resi odiati dal loro stesso popolo.  Aria distesa, frontiere basse, in entrata e in uscita dalla Palestina. Sicuro dei suoi muri, con in mano sicure le chiavi dei cancelli che aveva attentamente disegnato, Israele sta da qualche mese allentando la pressione. Percettibilmente. Dopo aver messo i muri dove voleva, e posizionato i cancelli con attenzione millimetrica, Israele allenta la presa senza mai perdere il controllo pieno, aiutata da una tecnologia sofisticatissima e tutta controllata “da remoto” a ogni varco, e lascia entrare in Gerusalemme, perfino i maschi sotto i 40 anni, che per lunghi anni erano stati tenuti del tutto lontani e separati.

Le maglie più larghe, il clima più disteso te lo racconta il business di un pezzo di Betlemme. Senza saperlo, ma qualcuno sta sognando la borghesia, e di diventare magari ricco. Sono quelli come Alì. Faceva il taxista, ora è una sorta di direttore generale di un polo alberghiero e turistico. Due alberghi più un terzo che sta arrivando, in una città che appena trova un buco tra le colline e le rupi ci getta delle fondamenta in cemento armato. “Il business sta andando in su, di brutto”: e fa il segno con la mano come di un aeroplano che decolla. Modello di business? Dar da mangiare a una media di 70 russi al giorno portati dritti filati, partendo all’alba, dall’Egitto: dalle Coste del Mar Rosso di Sharm-el-Sheik fino ai luoghi della nascita e morte di Gesù. Potenzialmente, anche vendere loro nei negozi del centro commerciale tutto quello che potesse sembrare un souvenir di Betlemme per russi sprovvisti del tempo minimo per cercare un vero negozio. Intanto a godersi il panorama delle valli aride di Giudea contornate da un grande muro, a mangiare prima entrare nella ressa, o subito dopo esserci stati, della chiesa della Natività. Popolata da centinaia – per l’appunto – di russi, che devono essere visti ormai, nella Betlemme soddisfatta di Hamas, come dei benefattori: una specie di manna benedetta.

Qui l’occidente non è che si restringe: qui proprio non sembra avere voce in capitolo. In questa economia che è di fatto solo commercio, senza industria visibile salvo qualche artigiano che fa souvenir in legno per pellegrini, ma dove i soldi chissà come girano, e giravano anche quando non arrivavano stuoli di russi o nelle annate di magra in cui i turisti e pellegrini non venivano proprio per paura.

E del resto, “globalizzazione” è una parola che assume un significato strano anche se la si riporta al di là del muro, per applicarla ad Israele. La nazione più internazionale del mondo, quella ebraica, aveva però guardato sempre con diffidenza ad ingressi di capitali tecnicamente stranieri a casa propria. Quindi, le grandi banche internazionali non han potuto per decenni aprire sedi, mentre ovviamente operavano quotidianamente, quantomeno in valuta, con controparti israeliane o americane con un forte radicamento nella Terra Promessa. Ancora oggi sportelli bancari qualsiasi, che non siano di banche israeliane, restano introvabili.
L’industria di punta vive di indotto bellico in ricerca tecnologica, studia le biotecnologie nelle situazioni estreme dei deserti, insomma è di quelle che sa stare al mondo. Ma benché sia riuscita finora a rimanere davvero ai margini del contagio finanziario globale, l’economia israeliana non sembra sprizzare salute ed entusiasmo da tutti i pori. E dove vai vai, il “paese reale” ti dice che paga troppe tasse. “Un nuovo innalzamento in autunno”, recitano in coro in Galilea, su al Nord, come nei vicoli di Tel Aviv a cinquanta metri dal mare. “Dicono che è per evitare di fare come la Grecia”; “Sì, ma non è vero niente, son soldi che servono se entriamo in guerra”. “Son soldi che si rubano, abbiamo una politica corrotta. Tu vieni dall’Italia, te ne intendi, no?”.

E dove andranno mai tutte quelle tasse, in un paese governato da chi – Netanyahu – aveva fatto di liberalizzazioni e aperture il proprio fiore all’occhiello del governo negli anni 90? Un pezzo di paese stabilmente improduttivo dal punto di vista economico, lievita. Cresce, erode quote demografiche a quell’altro. L’autarchia, del resto, a volte rende anche nel breve periodo, ma nel lungo costa e diventa presto insostenibile se gli sforzi non sono ripartiti in modo razionale. Così come costa, nel lungo periodo l’obbligazione (o la scusa) di doversi difendere da chi ti odia: perché toglie lucidità che serve vedere come cambia la società, che domande fa, cosa sta diventando e cosa non deve invece diventare. Un paese che devolve tante tasse di tutti a migliaia e migliaia di famiglie, che principalmente passano il tempo nel tramandare le tradizioni e le parole dei trisavoli: Israele, sì, è diventato ormai anche questo. Niente di più lontano dallo spirito pionieristico e di frontiera, dalla voglia di innovare lo stile di vita di un popolo, di cambiarne i cliché anche per dimenticare l’uso da campo di sterminio che di quei cliché l’Europa era riuscita a fare. Oggi il paese nel suo passato atavico, pieno di cliché come sono sempre quei passati, un po’ ci sguazza. Un po’ ci si ribella, un po’ ci si è abituato e non si arrabbia mai davvero: e quindi lavora, tace, fa bambini, fa il militare, magari la guerra, e in parte paga tante belle tasse, mentre in altra parte si occupa invece di spenderle.

E forse è proprio qui che si ristringe di più e più dolorosamente l’occidente. In quel punto in cui si perde il senso minimo condiviso della parola “noi”. Quelli della spiaggia, delle strade dei negozi degli uffici degli studi delle botteghe dei ristoranti di Tel Aviv e di Gerusalemme non hanno più voglia di dire “noi” insieme a tutti i fanatici religiosi che non lavorano e vivono sulle spalle di tutti. Lo fanno perchè devono, lo fanno perchè non c’è alternativa: ma pensano tutti che non sia giusto. In effetti, non lo è. Non può essere “noi” se chi spende i soldi di chi produce ha pure da ridire su come si va in giro vestiti. Non può essere noi, più in generale, se chi spende le fatiche altrui non è nella posizione di chi possa dire in un modo o nell’altro: “Ricambierò al più presto alla collettività”, oppure: “Vorrei tanto tanto poter dare il mio contributo, ma proprio non posso”. E invece non è così: chi spende assomiglia tanto a un pozzo senza fondo e senza eco, in cui i soldi di tutti cadono e vengono come inghiottiti senza nessun vincolo o patto che leghi i due capi del percorso. Può valere per le generazioni, per le aree storico-geografiche, per le etnie diverse presenti in un territorio, in un continente organizzato politicamente, in uno stato, in una regione o perfino in una città: che si trovano una a voler correre, e l’altra aggrappata a dormire; una a pensare sempre al futuro, e l’altra a non essere mai uscita dal passato.

E il passato insomma, anche in Israele, sembra più comodo a molti, tanto da minacciare tutti gli altri, quelli che invece hanno a cuore anzitutto il futuro. Teniamo sempre d’occhio quella frontiera: è anche la nostra. 

(le fotografie di Federica Verona e Jacopo Tondelli sono tutte di proprietà de linkiesta.it)

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