Il mistero della scomparsa degli stranieri dal Veneto

Il mistero della scomparsa degli stranieri dal Veneto

TREVISO – Era giusto un anno fa (il trailer del film usciva il 4 agosto). Diego Abatantuono si travestiva da padroncino del Nordest, e i veneti se la prendevano di brutto. Il suo accento trevigiano era poco credibile (del resto, uno dei tormentoni dell’attore – milanese ma con padre pugliese di Vieste – è stato per anni il personaggio del “terruncello” che si difende con la frase «Senti sbarbatello, ì so’ milanese cient pe’ cient, e se c’ho l’accento che c’ho, lo tengo perché fa rustico»). Ma, dialetto a parte, ai veneti sembrava un troppo facile cliché il padrone razzista e ipocrita (pieno di immigrati in fabbrica e tra i domestici in villa e con amante prostituta nigeriana nel letto, ma sempre pronto a frasi di fuoco contro gli stranieri).

«Non siamo tutti così», aveva tuonato chi ne chiedeva via web il boicottaggio. E grazie alla Lega Nord la questione era finita in Parlamento: il deputato Massimo Bitonci aveva interrogato il ministro dei Beni Culturali Giancarlo Galan per verificare il carattere culturale della pellicola (per la quale erano stati stanziati dei soldi pubblici: 1,3 milioni di euro). Anche il governatore del Veneto, Luca Zaia, era intervenuto con durezza: «Vogliono dipingerci come zulù, con tutto il rispetto per gli zulù, ma è ora di finirla. Visto e considerato che poi siamo sempre noi veneti a pagare il conto di famiglia e le bollette a fine mese».

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Nel film del napoletano Francesco Patierno, Cose dell’altro mondo (liberamente ispirato ad A Day Without a Mexican di Sergio Arau), dopo un discorso in tv in cui Abatantuono (l’imprenditore Mariso Golfetto) chiede agli immigrati di prendere il cammello e tornarsene a casa e invoca uno “tsunami purificatore”, nella notte si scatena una surreale tempesta che fa davvero sparire tutti i non italiani. Il modello veneto entra in crisi: le fabbriche sono mezze vuote, badanti, donne delle pulizie e amanti sono evaporate. È la disperazione. Perché, come sta scritto sulla locandina: «Per farsi notare bisogna scomparire». 

E, in effetti, gli immigrati si sono fatti notare anche in questa calda estate di crisi. Dati Istat alla mano il Corriere del Veneto ha annunciato a fine luglio: «Spariti per crisi 54mila stranieri “Molti restano da irregolari”». Numerosissime sono state in questi giorni le reazioni di viva preoccupazione per il fenomeno da parte del mondo politico, imprenditoriale e sindacale veneto. E, nell’articolo stesso, un leghista doc, l’assessore regionale all’Agricoltura Franco Manzato, parlava di «ennesimo segnale che la nostra economia non riesce a creare ricchezza ed è soffocata dai contorsionismi della finanza», permettendo al giornale di chiosare: «Anche per la Lega la contrazione della presenza di stranieri regolari è quindi un indice di crisi che ora vale forse più dello spread». Abbiamo rifatto i conti su cui si basava l’assunto di partenza dell’allarme sparizione stranieri. Ne verrebbe fuori una tabella di questo tenore:

In realtà, però, gli ultimi due dati Istat (2012 e 2011) non sono confrontabili con quelli del 2010. I numeri del 2012 (Testo integrale e tabelle) e del 2011 (Testo integrale e tabelle) si riferiscono infatti ai «Cittadini non comunitari regolarmente presenti in Italia». Ovvero contano tutti gli stranieri non appartenenti all’Unione europea in possesso di valido documento di soggiorno (permesso di soggiorno o carta di lungo periodo) e i minori iscritti sul permesso di un adulto. Quelli del 2010 (Testo integrale e tabelle), invece, sono tratti da «La popolazione straniera residente in Italia» e tengono dunque conto anche degli stranieri comunitari, tra cui c’è almeno una comunità (quella romena) che pesa non poco sul bilancio delle migrazioni in Veneto.

Ce lo conferma l’Unità di progetto Flussi Migratori della Regione Veneto. E l’Osservatorio & Ricerca di Veneto Lavoro: «In questi giorni diversi commentatori e osservatori hanno ritenuto di dover interpretare una presunta forte contrazione della presenza di cittadini non comunitari in Veneto – oltre 50.000 soggetti in meno – imputando tale dinamica agli effetti della crisi economica. È evidente che tale quantificazione è frutto di un errato utilizzo delle fonti statistiche disponibili, ponendole a confronto senza rispettarne l’omogeneità del riferimento temporale e dell’universo di indagine».

«Il dato più aggiornato», spiegano ancora da Veneto Lavoro, «ricavato dalle elaborazioni Istat sui permessi di soggiorno (riferiti ovviamente a stranieri non comunitari), attesta che il numero degli stessi al 1° gennaio 2012 (426.199) è del tutto analogo a quello osservato un anno prima (426.752), quando invece si era registrato un incremento consistente. Dunque nessuna rilevante variazione. Tale stabilità è l’esito di movimenti demografici (natalità), amministrativi (passaggi di cittadinanza) e migratori (flussi di ricongiungimento e rimpatri) il cui complessivo saldo nullo – certo effettiva novità al confronto con gli anni precedenti, quando era sempre in crescita – è da ricollegare alla difficile fase economica e alla minor attrattività del mercato del lavoro regionale. Ma anche in tale contesto non ha avuto luogo un ridimensionamento così radicale della presenza straniera non comunitaria in Veneto, come è stato accreditato con analisi affrettate». 

Peraltro, per quanto riguarda i residenti – come si vede dalla tabellina qui sotto – non è ancora disponibile il dato aggiornato al 1° gennaio 2012. Mentre il dato del censimento 2011 (446.353) è provvisorio, comprensivo di tutti gli stranieri (comunitari e non) e non utilizzabile per analizzare la dinamica congiunturale.

«Eh sì», conferma don Bruno Baratto, responsabile della Caritas Tarvisina, che si occupa della raccolta dati sulla presenza di stranieri per la Provincia di Treviso, «quei numeri diffusi stanno iniziando a fare disastri. Si è trattato di una grossa svista statistica. Per di più non avrebbe senso il confronto neppure con dati omologhi (cioè sui permessi di soggiorno) precedenti al 2011, perché, in una nota, Istat ha avvertito di una variazione nei criteri di raccolta. Ma certo questo calcolo è del tutto errato. Certo si può fare un discorso qualitativo, senza l’ausilio della statistica. Ebbene, allora più che di sparizione degli stranieri si può evidenziare, stando sul territorio, una loro maggiore precarietà. Le famiglie immigrate monoreddito con un mutuo da pagare sono entrate in forte sofferenza, perché manca loro, rispetto ai veneti, una efficace rete di solidarietà da parte dei parenti. Anzi, le parti si invertono; sono loro ad aver rappresentato in questi anni la rete di salvezza per chi è rimasto nei Paesi di origine. Con i Balcani, poi,  c’è un sempre più incisivo fenomeno di semipendolarismo. Con lavoratori che, quando rimangono senza posto, tornano là per avere un costo della vita inferiore, in attesa che si riapra una posizione qua. Questo è possibile per i comunitari (romeni e bulgari) e per chi ha una carta di lungo periodo. Per chi ha il permesso di soggiorno è tutto più complicato. Altro fenomeno in crescita è quello del rimpatrio (per alcuni mesi o stabile) di parte della famiglia; in particolare donne e bambini. Molti di questi bambini, nati in Italia, diventano così migranti per la prima volta. L’unico segnale statistico significativo a livello regionale, per il 2010, è stato il decremento, per la prima volta, dei nati da coppie di genitori stanieri. Evidentemente la minore sicurezza economica spinge a tirare la cinghia e a non mettere al mondo figli». 

In effetti, già nell’edizione 2011 del Rapporto sui Cittadini stranieri residenti a Treviso, la Caritas metteva in luce il punto di rottura della crisi: «Il ruolo eccezionale che la nostra provincia ha avuto in relazione al fenomeno migratorio, soprattutto per la velocità con cui esso si è strutturato, probabilmente ormai è solo un ricordo. Gli immigrati crescono anche quest’anno, è vero, ma con valori sempre più modesti, i più bassi degli ultimi dieci anni. La presenza di cittadini stranieri si è andata facendo strutturale, ma le dinamiche accennate si fanno segni inequivocabili che la realtà trevigiana non è più in grado di garantire come un tempo benessere e prospettive».

«Per tutti questi motivi», riprende comprensivo don Baratta, «non mi stupisco di tutti quegli operatori del mondo politico, sindacale, imprenditoriale che hanno commentato la notizia della “sparizione” dei 54mila stranieri come se fosse vera. E se ne sono preoccupati. La crisi è forte e chi sta sul territorio sa quali siano le grosse difficoltà che si stanno trovando davanti i veneti e gli immigrati in Veneto. Evidentemente è sembrata plausibile anche una simile enormità numerica. In realtà, la statistica non ci dà ancora alcun segno, anche perché – visto che la legge fino a un anno lo permette – pure chi se ne va o fa rientrare parte della famiglia, non varia immediatamente residenza. Preferisce mantenerla qui. I segni tangibili vengono dalla qualità di vita, che è molto peggiorata e che potrebbe spingere alla mobilità sul territorio: verso altre zone d’Italia, verso i Paesi d’origine o verso Paesi occidentali che se la passsano meglio e dove magari i migranti possono ricongiungersi ad altri parenti». 

A nessuno è scattato il campanello d’allarme per l’enormità del dato: un esodo in un anno dell’11% dei non comunitari dal Veneto, con punte vicine al 20% a Verona e Padova. E questo significa, in tutta evidenza, che la percezione della crisi economica è catastrofica (I dati di Veneto Lavoro parlano di 19mila licenziamenti nei primi sei mesi del 2012 con una nuova impennata della cassa integrazione; mentre da VenetoCongiuntura di Unioncamere arriva l’unico meno che mancava: il segno negativo davanti alle esportazioni, -1,8% nel secondo trimestre 2012, che si aggiunge al -5,1% nei fatturati rispetto allo stesso trimestre del 2011, e al -6% degli ordini). Così nessuno ha dubitato della grande fuga degli immigrati.

Quando abbiamo chiesto, ad esempio, a Franco Zanardi, a capo delle omonime fonderie di Minerbe (Vr), ma anche, tra le varie cariche, Vicepresidente per le Relazioni industriali e gli Affari sociali di Confindustria Verona, come giustificasse un crollo del 18,5% degli extracomunitari nella sua provincia, ha risposto che «il calo dell’occupazione che riguarda i lavoratori stranieri si innesta nella complessiva diminuzione dei posti di lavoro causati dalla crisi economica». Si è detto certo che «sulle percentuali che coinvolgono i lavoratori extra Ue pesi il fatto che si tratta spesso di manodopera meno specializzata e più presente in settori sui quali la crisi ha colpito più duramente. Ad esempio l’edilizia e il lapideo, settori fortemente presenti sul nostro territorio». E ha concluso dicendo che «inoltre si tratta di persone che hanno una propensione maggiore all’emigrazione rispetto agli italiani, e quindi tendono a spostarsi più facilmente in Paesi con performance produttive migliori del nostro. Senza dimenticare che la difficile congiuntura ha spinto molti a rientrare nei Paesi d’origine, dove il costo della vita è meno elevato».

Dall’altro lato della barricata in fabbrica, ha dato risposte non dissimili – sempre per fare un solo esempio – il segretario provinciale della Fiom di Rovigo, Paolo Zanini. A Badia Polesine, in mezzo alla Transpolesana, le storiche Acciaierie Badia (fondate nel 1961) sono in crisi nera. La produzione è ferma per sciopero, dopo che da circa un anno i dipendenti non ricevevano lo stipendio. L’80% del fatturato dell’azienda veniva dalle commesse (da tempo sospese) della Berco di Ferrara, un’azienda che produce cingolati. Lavorando al minimo, le Acciaierie hanno accumulato una decina di milioni di euro di buco – di cui uno nei confronti dei dipendenti; il grosso del resto nei confronti di Equitalia – a fronte di un fatturato 2011 di 6 milioni e di una previsione per il 2012 che era intorno agli 8 prima del blocco della produzione.

Nonostante Rovigo sia una delle due province venete, con Belluno, che meno ha attratto stranieri, gli 88 lavoratori delle acciaierie di Badia sono per la stragrande maggioranza extracomunitari. Così, anche Zanini, che ha il polso dei metalmeccanici, non viene sfiorato da alcun dubbio di fronte alla grande entità del crollo degli stranieri in Veneto: «Non mi stupisce», dice. «Prima erano inseriti, residenti qua da anni con la famiglia, adesso li vedo molto preoccupati. Consideriamo che, rispetto agli italiani, hanno spesso molti più figli. Ne conosco molti con tre, altri addirittura con sei. Le difficoltà nel riuscire a sopravvivere sono sempre più gravi e pende su di loro, a causa della legge sull’immigrazione, pure il rischio di diventare clandestini se perdono il lavoro e non lo ritrovano entro pochi mesi. Il nostro territorio alternative occupazionali purtroppo ne offre poche. E quindi scappano. La gran parte non torna da dove è venuta, ma punta alla Francia o al Nord Europa». Paolino Barbiero, segretario della Cgil di Treviso – nello stesso articolo del Corriere Veneto che lanciava l’allarme delle 54 mila sparizioni – metteva invece in luce il pericolo che molti di questi 54mila stranieri fossero rimasti sul territorio ma da irregolari, «sfruttati ed esposti al rischio delinquenza». Anche per lui nessun dubbio. E comunque, come detto, tra le quasi venti persone che abbiamo interpellato, tutte hanno cercato di dare la spiegazione della fuga. Nessuno ha dubitato che fosse un errore statistico. Segno che chi ha il polso del territorio teme davvero il peggio.

Un giovane immigrato proveniente da un Paese dei Bric in netta espansione economica (il Brasile) ha detto di non pensarci nemmeno lontamente ad andarsene, sicuro che il Nordest – casa sua ormai da sei anni – ce la farà a superare anche questa. Un trevigiano duro ha detto invece: «Gli stranieri se ne vanno? Figurarsi. Una zecca non molla. Il cane morto è pieno di zecche vive». Ho pensato a lungo a quale delle due frasi scegliere, come finale. Ma per raccontare il Veneto e la sua crisi non c’era altra via che riportarle così, tutte e due.