La farsa di quando l’Italia vuole “farcela da sola”

La farsa di quando l’Italia vuole “farcela da sola”

Inique sanzioni: sono queste, nella propaganda mussoliniana, a stare alle origini dell’autarchia, ovvero al tentativo dell’Italia di fare da sé. Tentativo – va detto subito – non riuscito perché l’Italia non disponeva di materie prime energetiche (carbone, petrolio…) che in qualche modo sono continuate ad arrivare dall’estero, visto che non tutti i Paesi del mondo hanno aderito all’embargo stabilito dalla Società delle Nazioni. Germania e Stati Uniti prima di tutto, mentre altri le applicano chiudendo un occhio e spesso anche due. La faccenda si risolve in un’enorme operazione di propaganda del regime fascista che approfitta dell’autarchia per far tirare un po’ la cinghia agli italiani e abituarli all’idea di essere circondati da tanti cattivoni che vogliono solo male al Belpaese (allora il cattivone era la Gran Bretagna).

La Società delle Nazioni delibera le sanzioni contro l’Italia – per punirla dell’aggressione all’Etiopia – l’11 ottobre 1935, ma diventano operative solo il 18 novembre successivo. La Stampa della Sera di quel giorno ha in prima pagina un curioso titolo creativo: «Sanzioni», è scritto in grande, e poi, accanto e su due righe: «In Italia la più implacabile delle resistenze». E, nella seconda riga: «All’estero sbandamento per le responsabilità». Ma subito sotto c’è un titolo sulla vicenda che quelle sanzioni ha provocato: «Le avanguardie di Ras Sejum battute e respinte oltre il Tacazzè».

Un riquadro in neretto all’interno dell’articolo di fondo riporta una delibera del Gran consiglio del fascismo: «La data del 18 novembre 1935 è una data di ignominia a di iniquità nella storia del mondo». Certo non volavano bassi, ai tempi. All’interno dell’articolo si illustrano le reazioni sdegnate della popolazione romana. «Roma si è destata stamane in un palpito fremente di bandiere: come in tutta Italia, il tricolore della patria è stato issato su tutti i pennoni, sventola su tutti gli edifici, adorna tutte le case a indicare la fiera e orgogliosa protesta dell’Italia in armi contro il complotto dei marcanti esosi e affamatori».

Il giorno dopo, martedì 19 novembre, La Stampa titola: «La relazione del Duce al Gran Consiglio sulla situazione militare e politica», e sotto, nel catenaccio: «Il primo giorno delle sanzioni è trascorso in tutta Italia tra fervide dimostrazioni di fede e di compattezza». E nel fondo dal titolo «Durare!» sta scritto: «Per la prima volta si assiste a un tentativo di assedio economico da parte della più grandiosa coalizione di Stati che si ricordi: si vuole affamare un popolo intero, co’ suoi vecchi, colle sue donne, co’ suoi fanciulli. E tutto ciò in nome di una presunta legge di giustizia universale».

Noi tireremo dritto

Noi tireremo dritto, faremo quel che il Duce ha detto e scritto,
serenamente ridere in battaglia figli di questa Italia proletaria,
serena e forte contro tutte le viltà,

Giàcché la Lega delle Nazioni vuol regalarci le sanzioni,
giàcché la Lega contro noi s’ostina,
sopporteremo con disciplina, cantando allegramente una canzon,

Noi tireremo dritto, l’amor di Patria non fu mai delitto,
se il fante in guerra va senza paura,
chi resta a casa stringa la cintura,
anche il digiuno in questo caso è salutar,

Durissima vigilia dei ghiottoni,
saranno certo le sanzioni, le pance tonde più non le vedremo,
ma noi frugali non moriremo, per questa dieta di frugalità,

Noi tireremo dritto, faremo sempre quel che il Duce ha scritto,
La carne manca poco ci rincresce,
abbiam tre mari abbiamo tanto pesce,
che a chi ne vuole lo possiamo regalar,

Sono applicate ormai le sanzion, stoffe e belletti,
non più a vagon, ci mostreremo in tutto Nazionali,
saremo in tutto più naturali,
ci mostrerem insomma quel che siam,

Noi tireremo dritto, faremo sempre quel che il Duce ebbe scritto,
serenamente ridere in battaglia figli di questa Italia proletaria,
serena e forte contro tutte le viltà,

Serenamente ridere in battaglia figli di questa Italia proletaria,
serena e forte contro tutte le viltà!

Da lì prende avvio l’autarchia. Scrive Marco Innocenti nel Sole 24 Ore: «Il regime alimenta il mito dell’autosufficienza. Si sostituisce il tè con il carcadè, il carbone con la lignite, la lana con il lanital, si abolisce il caffè “che fa male”, si raccolgono gli stracci, la carta, le pentole di rame, si sostituisce il cuoio con impasti vari, si estrae il cotone con le fibre di ginestra, si mobilitano le sezioni del Dopolavoro per “dare il massimo impulso alla coniglicoltura”. Le donne calzano scarpe con suole di sughero, gli uomini di gomma. Nelle pentole entrano più castagne che carne e la cicoria è promossa a caffè. Sui muri, a incitare gli italiani a una forte coscienza nazionale, spiccano i fatidici slogan firmati Mussolini. Il più diffuso è: “È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende”. E la parola spada si rivelerà profetica».

Ancora oggi, se si guardano con attenzione i tronchi di pini molto vecchi, si vedono le cicatrici delle incisioni praticate nella corteccia in quel lontano anno: sotto la ferita si sistemava un barattolo per raccogliere la resina. Con la resina di pino si ricavavano solventi (l’aquaragia, per esempio) e si cercavano succedanei della benzina.

Un immaginifico imprenditore del Nordest, nel 1936 inventa il legno autarchico. La fabbrica ha sede a Faè, comune di Longarone, provincia di Belluno. Osvaldo Protti, questo il nome dell’imprenditore, chiama la sua invenzione “faesite”. È il secondo truciolare del mondo, dopo l’americana masonite, ma il primo in Italia. «Due anni più tardi, in occasione delle celebrazioni per il ventennale della Vittoria, lo stesso Benito Mussolini va a rendere omaggio alla “nuova e genialissima invenzione dell’intelligenza italiana”, visitando lo stabilimento di Faè. “L’interesse del duce per questa nuovissima materia prima autarchica è assai vivo”, osserva entusiasta Nino Nutrizio nel Popolo d’Italia. Cesco Tomaselli spiega nel Corriere della Sera come sia ricavato l’autarchico legname sintetico: «Questa ricostituzione del legno (vengono utilizzate ramaglie, scorie, residui di segherie, e cioè tutto il materiale di scarto dell’industria del legname) è ottenuta attraverso una serie di trattamenti che scompongono il legno nelle sue fibre essenziali per riformarlo in tavole flessibili di grande formato. Il punto centrale della lavorazione è costituito da gigantesche presse idrauliche della potenzialità giornaliera di quindicimila metri quadrati di prodotto, funzionanti a pressione di venti atmosfere e riscaldate con vapore ad altissima pressione». Forse c’è un pizzico d’ottimismo di troppo nel sostenere che la faesite «sostituisce in pieno e con migliori risultati ogni sorta di compensato» (da Piave. Cronache di un fiume sacro, il Saggiatore).
Osvaldo Protti, ormai ultraottantenne, la sua fabbrica, il figlio e la nuora, spariscono travolti dall’onda del Vajont, il 9 ottobre 1963. L’autarchia sparisce travolte dall’onda della politica internazionale, le sanzioni vengono abolite il 15 luglio 1936, non sono rimaste in vigore nemmeno un anno. Mussolini annuncia trionfante: «Sugli spalti del sanzionismo è stata innalzata la bandiera bianca». Non avrebbe avuto motivo di gioire per molti anni ancora.