Quando all’estero per prostituirsi ci andavano le nostre donne

Quando all’estero per prostituirsi ci andavano le nostre donne

BERLINO – Quando nel 1922 Raquele Libermann lascia la Polonia con il marito e i due figli diretta a Buenos Aires in Argentina è piena di speranze per una vita nuova in un mondo lontano. Pochi mesi dopo l’arrivo, il compagno muore improvvisamente e per mantenere i due figli lontano da casa e famiglia decide di prostituirsi. Nel giro di quattro anni raccoglie una piccola fortuna e apre la sua attività: un negozio di antiquariato.

Però gli uomini del mercato del sesso non la lasciano in pace. Prima cercano di sedurla, poi le rubano il denaro, costringendola a tornare a lavorare come prostituta. Libermann trova il coraggio di denunciare i fatti alla polizia. La sua denuncia sfocia in un’indagine contro l’organizzazione “Zwi Migdal” a cui appartengono centinaia di uomini e donne coinvolti nel traffico di prostitute europee. Nel 1930, 108 membri vengono processati, molti di loro condannati al carcere, ma tutti tornano in libertà subito dopo. Quella di Libermann è solo la stessa storia di centinaia di migliaia di donne a cavallo tra i due secoli e ancora oggi.

Giovani donne e ragazzine emigrarono all’inizio del ’900 dalla Germania, dall’impero Austroungarico, dalla Russia e in generale da tutt’Europa, in particolare dirette verso l’intero continente americano, ma anche in Medio Oriente e in Australia. Abbandonarono i loro paesi di fronte alla proposta di un lavoro ben pagato o addirittura la prospettiva di un matrimonio. Centinaia di migliaia finirono per prostituirsi nei nuovi mondi, condannate a una vita di povertà e dipendenza a Istanbul, Rio de Janeiro o a Buenos Aires. Proprio in quei luoghi in cui gli uomini erano in grande maggioranza, le donne venivano trattate come merce di scambio.

Una mostra inaugurata questa settimana a Berlino si pone lo scopo di fare luce su un fenomeno collaterale della mondializzazione di fine diciannovesimo-inizio ventesimo secolo: il traffico delle giovani donne. La mostra, intitolata “il Foglio Giallo” e organizzata dalla Fondazione Nuova Sinagoga con l’appoggio della fondazione culturale dello stato federale è il risultato di uno studio a fondo sul fenomeno in cui lo stato tedesco ha investito 450.000 euro. Il percorso, ricco di informazioni, si centra in particolare sulle vicende concrete di 15 donne ebree dell’est europeo.

Le prostitute europee erano particolarmente richieste nelle destinazioni degli immigrati dell’epoca. Non solo per compensare la mancanza di donne ma anche perché gli uomini europei che le frequentavano le trovavano più desiderabili delle donne locali. «Questo comportamento segue uno schema preciso. La maggior parte dei 63 milioni di europei che emigrarono verso il nord e il Sudamerica a cavallo tra l’800 e il ’900 volevano vivere nello stesso ambiente culturale del loro paese», secondo quanto spiega un testo illustrativo.

I loro nomi sono Olga, Sophia, Maria, sono russe, polacche e prussiane e la loro storia è sempre la stessa. Nate da famiglie modeste, a un certo punto della loro vita decidono di accettare un invito per un lavoro domestico in un paese esotico, magari corredato con la proposta di matrimonio da uomini sconosciuti che si offrono di pagare il viaggio per poi diventare i loro padroni. In particolare, nella russia zarista, essere prostitute (e quindi possedere il “foglio giallo” che da il nome alla mostra) era il solo modo per le giovani donne di abbandonare la vita nelle campagne alla ricerca di fortuna.

La mostra si ferma solo fino al 1930 ma avverte in un testo che «molte di queste storie si ripetono, molto simili al giorno d’oggi». In un piccolo catalogo che accompagna “Il Foglio Giallo” si rivela che all’inizio del ’900 le prostitute in Germania erano tra le 330.000 e il milione e mezzo, sarebbe a dire tra il 3 e il 15% delle donne comprese tra i 15 e i 40 anni.

La mostra non se ne occupa ma la cronaca conferma che anche nell’attualità, dietro ai flussi migratori dei nostri giorni, si nascondono spesso fenomeni simili di traffico di donne. «Non è certo una storia finita, il fenomeno è lontano dall’esaurirsi», spiega Friederike Tappe-Hornbostel della fondazione culturale dello stato federale che promuove la mostra.

Dal 2001 la prostituzione a Berlino è legale e porta a lavorare e pagare le tasse in Germania donne straniere da tutto il mondo. Secondo il Ministero della Famiglia, sono all’incirca 400.000 le donne che lavorano come professioniste del sesso attualmente in Germania, una buona parte sono immigrate dell’Est senza permesso di soggiorno e che esercitano la professione illegalmente.

A Berlino ci sono circa 500 bordelli legali tra cui il più grande e celebre è l’Artemis: i suoi cartelli pubblicitari sono appesi sugli autobus a due piani che attraversano la città da Alexanderplatz a Zoologischer Garten, difficilmente passano inosservati. Lo scopo della legge del 2001 non era tanto di contenere il fenomeno quanto di controllarlo, ma anche in questo il bilancio non è stato totalmente positivo. La recente guerra tra bande a Berlino tra Bandidos e Hells Angels per il controllo, tra le altre cose, della prostituzione, è stata solo l’ultima conferma di un enorme sommerso.