Scherma attenta, basta poco perché la gloria finisca

Scherma attenta, basta poco perché la gloria finisca

Olimpiadi di Los Angeles, 1984, l’Italia vince l’oro nel fioretto maschile a squadre. Di quel dream team fanno parte Andrea Borella, Mauro Numa, Stefano Cerioni, Andrea Cipressa e Angelo Scuri. Ebbene tre di loro – Andrea Borella, Andrea Cipressa e Mauro Numa – tirano nel Circolo scherma Mestre; Numa vince pure l’oro individuale (e Stefano Cerioni, jesino, attuale commissario tecnico della nazionale, il bronzo). Se cercate qualche traccia di schermidori mestrini a Londra, non ne troverete, ma non ne avreste trovate neanche a Pechino o Atene.

Quella che per circa vent’anni è stata una delle più importanti fucine di medaglie d’oro olimpiche nel fioretto è praticamente scomparsa. Certo, il Circolo scherma Mestre esiste ancora – proprio nel 2012 ha compiuto cinquant’anni – quelli che mancano però sono i campioni. A forgiarli ci pensava il suo maestro di allora, Livio Di Rosa, un livornese trapiantato in riva alla laguna che muore ottantenne nel settembre 1992. Scomparso lui, spariscono anche le medaglie olimpiche.

Per la verità l’esordio della scherma veneziana nell’empireo a cinque cerchi non è targato Mestre. La prima a tornarsene a casa con l’oro è la veneziana Antonella Ragno, a Monaco 1972. Schermisticamente cresce al Circolo della spada, che al tempo si trovava vicino al ponte dei Bareteri, a due passi da piazza San Marco. Figlia d’arte – suo padre Saverio Ragno, pugliese di Trani, era stato oro nella spada a squadre a Berlino 1936 – Antonella vince il bronzo individuale a Tokyo 1964, e quando sale sul gradino più alto del podio, quattro anni più tardi, si è ormai trasferita a Firenze.

Montreal 1976: l’oro del fioretto maschile individuale va a un diciannovenne che quasi nessuno aveva mai sentito nominare, Fabio Dal Zotto. È il primo olimpionico mestrino nella scherma. La mamma, Elsa Borella è una campionessa di fioretto degli anni Quaranta, il fratello, Luciano, pure lui schermidore, non raggiungerà mai le vette di Fabio. Quello di Dal Zotto è il primo titolo olimpico italiano nel fioretto maschile dopo quarant’anni, il precedente l’aveva vinto Giulio Gaudini a Berlino 1936. Fabio, che vince anche l’argento a squadre, non ha un carattere facile e infatti non partecipa alle olimpiadi di Mosca per aver abbandonato il ritiro dopo un litigio con un maestro (nel 1981 viene espulso dai mondiali per indisciplina). Di lui non si sentirà quasi più parlare, mentre nelle cronache sportive si comincia a leggere il nome di suo cugino Andrea Borella, che vince molto, ma alle olimpiadi meno di quel che ci si potrebbe aspettare: oltre all’oro a squadre di Los Angeles non riesce ad andare. È un tipino piuttosto agitatello, e di Borella potrebbe bastarne uno, mentre al Circolo scherma Mestre ce ne sono altri due: Marco, fratello di Andrea, e Lorenzo, suo cugino. Marco è molto bravo, qualcuno sostiene che sia lui il migliore dei fratelli Borella, ma in gara non riesce mai a svettare come Andrea.

Mauro Numa è senza dubbio il fiorettista mestrino più titolato: oltre ai due ori di Los Angeles, è più volte campione del mondo. Il successo olimpico a squadre è quasi tutto merito suo, è lui a inanellare il maggior numero di vittorie (mentre in finale Borella perde tutti gli incontri) e con un distacco tale nel numero delle stoccate da garantire la vittoria prima dell’ultimo incontro contro il team della Germania Ovest.

Intanto attraversano il ponte translagunare due atleti cresciuti al veneziano Circolo della spada, allievi del maestro Stefano Cherubini. Si chiamano Dorina Vaccaroni e Andrea Cipressa. Dorina, figlia di un commerciante, vive in una delle poche case duecentesche ancora esistenti a Venezia, è una ragazzina con l’argento vivo: si rompe un braccio e tira anche con il gesso addosso. Nel suo circolo bambine non ce ne sono molte e Vaccaroni probabilmente deve parecchio al fatto di battersi in continuazione senza farsi intimidire contro maschi più grandi di lei e spesso grossi il doppio. Una volta arrivata a Mestre, esplode e vince a man bassa, parecchi titoli del mondo, ma anche lei alle olimpiadi non riesce mai ad agguantare l’oro individuale. Ottiene quello a squadre a Barcellona nel 1992 (prima assoluta per un team italiano di fioretto femminile), oltre a un argento a squadre a Seul 1988 e un bronzo individuale a Los Angeles 1984.

L’altro transfuga dalla laguna (la generale rivalità tra veneziani e mestrini naturalmente si riverbera anche sulle punte dei fioretti), Andrea Cipressa, è figlio di un sarto ed è decisamente più posato e tranquillo, l’unico alloro olimpico che fa suo è l’oro a squadre di cui si è detto.
Arriva da Padova, invece, Francesca Bortolozzi, altra allieva di Di Rosa plurititolata: due ori a squadre (Barcellona 1992 e Atlanta 1996) e un argento, sempre a squadre (Seul 1988). Sia la Vaccaroni, sia la Bortolozzi saranno ricordate negli annali olimpici non solo per le loro vittorie, ma anche per l’indubbia avvenenza; Francesca sposerà Andrea Borella, pure lui un bello della scherma, oltre che un campione.

Montreal 1976-Atlanta 1996: sono gli estremi cronologici della gloria del Circolo scherma Mestre. Ci sarà un canto del cigno, a Sydney 2000 con il bronzo a squadre di Matteo Zennaro, che però non può dirsi allievo di Livio di Rosa, al tempo scomparso ormai da otto anni. La scherma italiana fiorisce sempre negli stessi posti: Jesi (meriterebbe uno studio approfondito capire perché questa cittadina di 40 mila abitanti abbia il rapporto medaglie olimpiche/popolazione residente probabilmente più alto del mondo, e sempre – salvo l’eccezione di Stefano Cerioni – nel fioretto femminile), Livorno (nella squadra di sciabola che vince l’oro a Monaco 1972 tre su cinque sono livornesi, e due – Mario Aldo e Marco Tullio – di cognome fanno Montano) e poi Napoli e Milano. Al di fuori di questi centri resta poco: ogni tanto sboccia un campione qua e là. Mestre è rimasta al vertice della scherma italiana per un paio di decenni e poi è sparita, non nel nulla, ma quasi. Peccato.
 

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