Portineria MilanoE a Milano a sentire Bersani si trovano 1000 fedelissimi

E a Milano a sentire Bersani si trovano 1000 fedelissimi

Non cita mai Matteo Renzi per nome. Ma in ogni frase Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico, regala una stilettata al sindaco di Firenze, suo sfidante alle primarie. Succede a Sesto San Giovanni, Carroponte, porte di Milano, un tempo Stalingrado d’Italia, chiusura della Festa del Pd meneghino, da più di un anno città di brutti ricordi per il centrosinistra, perché qui Filippo Penati è ancora sotto lo schiaffo della magistratura per lo scandalo delle aree Falck.

A dire la verità di gente ce n’è solo nella sala (fuori il panorama è postatomico ndA), eppure mentre Renzi diletta il popolo romano a 600 km di distanza, il politico emiliano si stringe insieme con i bersaniani milanesi, giovani e anziani, provando a disinnescare nelle lande del nord il primo cittadino fiorentino. La voglia c’è. La sala è piena. E oltre a insistere su un tema come il lavoro – che «Matteo» ha affrontato solo di striscio nel suo tour lombardo – Bersani regala qualche perla, come quella sulla musica: «Ai giovani dico andate avanti, tocca a voi, ma chiedetemi chi erano i Beatles: serve memoria per costruire futuro».

L’ex ministro per l’Industria duella solo a distanza con Renzi. Non infierisce. Quando passa vicino allo stand dove sta parlando Giorgio Gori, lo spin doctor renziano, preferisce evitare qualsiasi tipo di contatto. «No, qui no», gli dicono i suoi accompagnatori, durante la consueta passerella tra gli stand. Come nel film i Duellanti di Ridley Scott si mantiene a distanza, in attesa dello scontro frontale, soprattutto quando gli dicono che Gori ha sostenuto che abbia inserito giovani nella sua squadra solo perché è arrivato Renzi. «Prima che arrivasse Gori, visto che bazzica a Firenze, abbiamo fatto, ho fatto, un segretario a Firenze di 26 anni. Mi osservi meglio prima di parlare», chiosa. 

Del resto, ci penserà il colonnello Massimo D’Alema su La7, a spiegare cosa potrebbe comportare una vittoria del politico toscano alle primarie, ovvero: «la fine del centrosinistra». Il segretario lo ammette subito: «Io non voglio dei fans ma dei protagonisti. Io sono moderatamente bersaniano», ammette conquistandosi i primi applausi dei più di mille accorsi allo Spazio Coop della festa democratica. E poi ricorda che serve «forte rinnovamento» nella politica italiana che porti al superamento della mentalità dell’uomo «solo al comando». C’è il deputato Emanuele Fiano, c’è il consigliere regionale Fabio Pizzul, l’assessore ai Trasporti milanese Pierfrancesco Maran e anche il bindiano Andrea Fanzago. 

L’ex governatore dell’Emilia Romagna appare più in forma rispetto alle ultime uscite. Qualcuno ha portato pure un cartello «Bersani premier». Lui sorride, sta al gioco. Ci sono da conquistare tanti giovani che nel milanese e in Lombardia hanno iniziato a vacillare, sono in tanti che iniziano ad ascoltare le sirene di renziane. «Non è che sei democratico solo perché sei in rete», aggiunge Bersani, tirando una prima bordata a Beppe Grillo e al Movimento Cinque Stelle. 

Tira fuori le sue vecchie battute fuori dal cilindro. «Non pettineremo le bambole da qui alla fine del governo Monti, ci sono un po’ di problemini che dobbiamo risolvere», ricorda, creando altri sorrisi in un pubblico che più di «problemini» parla di «problemoni». Ma va bene così, per la nomenklatura piddina questo va più che bene. Mago Bersani preferisce attaccare a testa bassa la Lega Nord, che « non ha mantenuto le promesse». 

Poi, su Roberto Formigoni, presidente della regione Lombardia travolta dagli scandali e Silvio Berlusconi, ex presidente del Consiglio, non insiste più di tanto. «Quando devono durante ancora?», spiega, evitando di rispondere indirettamente proprio al Celeste, che su twitter lo aveva invitato a parlare di questione morale nella Sesto San Giovanni di Penati. 

Ma Bersani prefererisce la riforma del lavoro, rispondendo da un lato al ministro Elsa Fornero, dall’altro al governatore pugliese Nichi Vendola. «Ci manca che ci facciamo censura in campagna elettorale – ha detto -. Il lavoro credo sia il soggetto della campagna elettorale numero uno ma non solo nelle regole. Il punto è come si fa ad avere un pò più di lavoro». Anzi,  il segretario in pectore ricorda che sulla riforma Fornero c’è da perfezionarla proprio il lato della precarietà». 

Quindi parla ancora di Renzi. «Davanti alle primarie» aggiunge «bisogna riflettere, scegliere con la testa. Non bisogna fare risse. I mesi che abbiamo davanti saranno storici». A qualcuno pare che stia cercando un accordo con il sindaco di Firenze. Del resto, già nelle scorse settimane, tra i bersaniani correva voce sull’idea di coinvolgerere alla fine del confronto elettorale interno il sindaco fiorentino. Renzi candidato del centrodestra? Forse Bersani lo lascia intendere in questa battuta: «Berlusconi cerca qualcuno che gli faccia schermo per governare da Arcore». Dove c’è stato proprio Matteo, lui di certo no. 

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