La decrescita? La scoprirono negli Usa 40 anni fa

La decrescita? La scoprirono negli Usa 40 anni fa

Adesso la chiamano decrescita, un tempo si parlava di limiti dello sviluppo, ma alla fin fine le due cose sono parenti strette: meno spreco e molto risparmio. E “I limiti dello sviluppo” era il titolo di un rapporto preparato dal Mit (Massachusetts Institute of Technology) per il Club di Roma e presentato il 12 Marzo 1972 allo Smithsonian Institution, di Washington. Tradotto in trenta lingue e diffuso in dieci milioni di copie, il rapporto diventa un best seller planetario. In Italia lo pubblica, sempre nel 1972, la Mondadori, nella Biblioteca della Est, ovvero la collana scientifica (a rivederla oggi fa quasi tenerezza, anche pensando a quale sia il livello di considerazione in cui è tenuta la scienza in Italia).

Il libro parla dell’esaurimento delle risorse naturali e, anche se la vulgata dice che non ne hanno azzeccata una, invece molti dei concetti dei concetti espressi dagli autori si rivelano attuali ancora ai giorni nostri, primo fra tutti quello di passare dall’economia dello spreco a quella che al tempo veniva definita “economia dell’astronauta”: in sostanza di puntare al riciclo, invece che allo sfruttamento delle risorse. Certo, il rapporto era figlio del suo tempo, di un mondo che sarebbe stato annichilito dalla crisi petrolifera del 1973 e gli autori non potevano tener conto di quanto sarebbe accaduto in seguito: per esempio le trivellazioni a grandissima profondità che avrebbero permesso di sfruttare giacimenti petroliferi altrimenti insospettati.

Il rapporto era stato voluto dal Club di Roma, «un gruppo internazionale di personalità del mondo scientifico, economico e industriale, individualmente preoccupati della crescente minaccia implicita nei molti e interdipendenti problemi che si prospettano per il genere umano. Si chiama Club di Roma perché la prima riunione del gruppo, nel 1968, avvenne nella sede dell’Accademia dei Lincei, alla Farnesina», scrive la quarta di copertina.

Certo, le aspettative erano alte, se nella medesima quarta di copertina, il genetista Adriano Buzzati Traverso (fratello di Dino Buzzati, lo scrittore per ragioni di brevità lasciò cadere il Traverso) annota: «In un certo senso questo studio promosso dal Club di Roma può venir paragonato al movimento degli enciclopedisti che schiuse l’età moderna».

Il Club era presieduto da Aurelio Peccei, un personaggio quantomai originale: torinese classe 1908, frequenta la Sorbona a Parigi nei primi anni Trenta e vince un viaggio premio in Unione Sovietica. Poi va a lavorare alla Fiat che lo manda in Cina, a Shanghai e Nanchang. Tornato in Italia, partecipa alla Resistenza e aderisce a “Giustizia e Libertà”. Catturato, viene torturato e arriva a un passo dall’essere fucilato. Dopo la guerra si dedica alla ricostruzione della Fiat e partecipa alla fondazione di Alitalia.

«Non dobbiamo illuderci», scrive Peccei nella prefazione all’edizione italiana del rapporto, «senza una forte ventata di opinione pubblica mondiale, alimentata a sua volta dai segmenti più creativi della società – o giovani e l’”intellighenzia” artistica, intellettuale, scientifica, manageriale – la classe politica continuerà in ogni paese a restare in ritardo sui tempi, prigioniera del corto termine e d’interessi settoriali o locali, e le istituzioni politiche, già attualmente sclerotiche, inadeguate e ciononpertanto tendenti a perpetuarsi, finiranno per soccombere». Il tutto, scritto nei primi anni Settanta, quattro decenni più tardi si rivela di sorprendente attualità. 

Certo, la strada allora indicata per risolvere i problemi si rivela tuttavia quantomeno azzardata: «Ciò renderà inevitabile il momento rivoluzionario come unica soluzione per la trasformazione della società umana, affinché essa riprenda un assetto di equilibrio interno ed esterno atto ad assicurare la sopravvivenza in base alle nuove realtà che gli uomini stessi hanno creato nel loro mondo».

E anche l’appello che l’allora segretario dell’Onu, il birmano U Thant, lancia nel 1969, appare in qualche modo sorprendentemente attuale: «I paesi membri dell’Onu hanno a malapena dieci anni per accantonare le proprie dispute e impegnarsi in un programma globale di arresto della corsa agli armamenti, di risanamento dell’ambiente, di controllo dell’esplosione demografica, orientando i propri sforzi verso la problematica dello sviluppo. In caso contrario c’è da temere che i problemi menzionati avranno raggiunto, entro il prossimo decennio, dimensioni tali da porli al di fuori di ogni nostra capacità di controllo».