Non voterò Renzi, ma sui dinosauri della politica ha ragione

Non voterò Renzi, ma sui dinosauri della politica ha ragione

Ho ascoltato il discorso di Matteo Renzi sul canale del Pd. Non ho cambiato idea su di lui. Non lo voterò. Non so neppure se voterò per il Pd in caso di sua vittoria. Ma non voglio fare polemiche. Ce ne sono troppe in giro, morali, politiche, generazionali, territoriali. Non se ne può più. Spero sempre compaiano in prima scena statisti veri capaci di capire che in questo momento il paese, ovvero la Patria, ha bisogno di messaggi unitari e non di demonizzazioni, di competenza e non di fumisteria, di orizzonti politici espliciti e non messaggi trasversali. Comunque Renzi è partito e sarà interessante vedere quel che raccoglie e gli argomenti che propone per guadagnare consensi. Una parte sono di tipo generazionale. Ho visto nella sua platea alcuni vecchi che applaudivano. Sindrome di Stoccolma. Molti suoi temi sono rigorosamente veltroniani, altri piacerebbero al mio amico Oscar Giannino ( che in un suo post tuttavia lo stronca), altri ancora al mondo di Montezemolo.

Delle sue critiche alla sinistra ho trovato condivisibile quella alle foto sia di Vasto sia del giorno nefasto in cui Vendola si è fatto ritrarre con Di Pietro buttando a mare il credito accumulato. Renzi ha parlato troppo a lungo, difetto molto italiano, si è paragonato a Dante (ma un politico normale non c’è in questo paese?), si è capito che sull’Ilva e sul Sulcis non sarebbe stato dalla parte degli operai. I suoi fan mi insulteranno, ma di tutto il suo discorso non ho trovato molto di interessante perché il suo tema principale, e direi l’unica ragione della sua candidatura e del suo successo, che molti nel Pd cominciano a considerare assai probabile, è la battaglia sulla rottamazione. Ho già fatto le mie obiezioni a questo tema (si fa di tutta erba un fascio, si buttano via con gli uomini intere stagioni politiche, ecc). Non insisto. I vecchi elefanti, se vogliono, si difendano da soli. Mi interessa solo sottolineare come il tema stia diventando centrale e esclusivo nel dibattito pubblico. Contro la Casta, che stranamente viene in dicata solo in quella di sinistra, sono schierati ormai Grillo, Di Pietro, Maroni, Tremonti e Renzi. Sono tutti vecchi, a parte Renzi.

Tuttavia il problema non è questo. Il problema è che c’è un fondo di verità in questa chiamata alle armi contro chi è in politica da troppo tempo (e questo vale anche per Di Pietro, Maroni e Tremonti). Ribadito che solo il voto dei cittadini decide chi sta in politica e chi no, tuttavia il fatto che la gran parte della classe dirigente non senta la necessità del passo indietro rende più forti le polemiche attuali e pregiudica discussioni sui contenuti. Mi sarebbe piaciuto che qualche leader avesse detto: “Vado via. Se avete bisogno di me chiamatemi, ma vado via”. Invece sono tutti legati l’uno all’altr , prime file e mezze calzette. A questo punto la navigazione di Bersani è assai difficile. Verrà identificato come il candidato della vecchia classe dirigente e dei giovani turchi da essa prodotti che fingono di essersi ribellati ma si accorderanno con Renzi fra due mesi se il loro candidato soccomberà. Renzi ha così un’autostrada di fronte a sé.

Il problema dei vecchi non coincide con quello della vecchia classe dirigente. Se i primi hanno tutti i diritti, la seconda deve capire quando è il momento di fare il famoso passo indietro. Essere vecchi, situazione in cui inesorabilmente si troverà anche Renzi fra qualche anno, dà alcuni vantaggi e alcune responsabilità. C’è esperienza e cultura da trasmettere, c’è disinteresse da assumere come bussola della propria vita civile, c’è fermezza sulle idee e sui valori. Ma il resto va lasciato alle generazioni successive. Qualche vecchio ovviamente può governare, va infatti combattuta la voglia di pulizia etnica contro gli anziani che traspare dalle polemiche renziane, ma farsi da parte dopo aver dato tanto, vissuto tanto e anche ricevuto tanto è un dovere.   

Il blog di Peppino Caldarola

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