Quando dopo le bombe il Papa si scagliò contro la mafia

Quando dopo le bombe il Papa si scagliò contro la mafia

«Lo dico ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio». Parole di fuoco quelle che Papa Wojtyła pronuncia contro la mafia, ad Agrigento, il 9 maggio 1993 (per la verità dall’audio risulta chiaro che Giovanni Paolo II aveva detto: «Una volta verrà il giudizio di Dio». Ma, si sa, il giorno della sua elezione aveva anche sottolineato: «Se sbaglio, mi corriggerete», e così la sala stampa vaticana nella trascrizione fornisce l’interpretazione autentica).

Il giorno dopo il ministro dell’Interno di allora definisce quelle parole «un fatto rivoluzionario». Per essere più precisi: «Scendere tra la gente e chiedere alla gente il massimo di collaborazione da quella altezza spirituale, credo che sia il fatto rivoluzionario di questo mese di maggio». Il ministro che rilascia questa dichiarazione di nome fa Nicola Mancino.
Papa Wojtyła, molti lo ricorderanno, viveva più in aereo che in Vaticano. Era appena tornato dal primo viaggio nell’Albania post comunista, quando ne compie un altro in Sicilia. L’ultimo appuntamento con i fedeli isolani è ad Agrigento. Erano passati appena dieci mesi dall’attentato a Paolo Borsellino e il pontefice si getta in un discorso improvvisato che si rivelerà un vero e proprio anatema contro la mafia. Le parole pronunciate sono inequivocabili: «Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane devono capire, devono capire che non è permesso uccidere gli innocenti. Dio ha detto “Non uccidere”. L’ uomo, qualsiasi umana agglomerazione o la mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Questo popolo siciliano talmente attaccato alla vita, un popolo che ama la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà della morte. Lo dico ai responsabili. Convertitevi».

I gesti e i discorsi del Papa polacco suscitavano sempre reazioni molto forti, e pure in quest’occasione fu così. «Per minacciare il giudizio di Dio sui mafiosi il Papa lancia in Sicilia un anatema senza appello, un grido accorato che resterà nella storia con le sue parole pronunciate di getto al tramonto, nella Valle dei Templi, a un popolo che applaude commosso, coinvolto, turbato da un monito spontaneo», scrive Felice Cavallaro nel Corriere della sera. E poi aggiunge: «Le telecamere proiettano nel mondo l’immagine di un Papa forte, di un padre severo dal pugno chiuso e dall’indice puntato, mentre alle sue spalle un sacerdote asciuga le lacrime, forse perché finalmente si compie in modo inequivocabile il grande passo chiesto con le loro lettere da Agnese Borsellino e Maria Falcone e, con la loro commozione, dai genitori del giudice Livatino accarezzati nel pomeriggio da Giovanni Paolo II». «Sono martiri della giustizia e indirettamente della fede», aveva detto il Papa riferendosi ai caduti sul fronte della lotta alla mafia.

Marco Tosatto scrive nella Stampa: «Sui mafiosi la minaccia tremenda di papa Wojtyła: convertitevi, verrà il giudizio di Dio. Quasi urlando, il volto contratto per l’emozione, scuotendo le braccia, il Papa ha improvvisato alla fine della messa nella Valle dei Templi, lanciando sui mafiosi un’ira quasi profetica negli accenti. Sullo sfondo il tempio della Concordia, Giovanni Paolo II ha augurato concordia». E poi: «In un crescendo di emozione, fra gli applausi e le grida di una folla attonita a commossa, Giovanni Paolo II ha ricordato il comandamento divino: “Non uccidere! Non può l’uomo qualsiasi calpestare questo diritto santissimo di Dio”».
Wojtyła va giù pesante e a tutto campo, com’era sua abitudine. «Ad Agrigento il 6 giugno si vota per l’elezione diretta del sindaco», scrive il giornalista della Stampa, «per ridare una guida a una città la cui giunta, Dc-Psi, è stata decimata dagli arresti. Giovanni Paolo II anche su questo è stato durissimo: “Vi esorto – ha detto agli imprenditori – pertanto a perseverare nell’impegno per un generale rinnovamento della politica, orientandola sempre più decisamente all’obiettivo del bene comune, e depurandola da quelle torbide logiche clientelari che inquinano profondamente l’esperienza della democrazia”».

Quel grido del Papa rimane a lungo nella memoria della chiesa siciliana. Dodici anni più tardi, nell’aprile 2005, se lo ricorda il cardinale, ormai a riposo, Salvatore Pappalardo. Scrive Carmelo Leopada nella Repubblica: «Sotto il ciuffo bianco, che da solo testimonia i suoi 86 anni, c’è ancora la disinvoltura e la brillantezza dei tempi migliori. Di quelli che adesso ama ricordare al fianco del Papa polacco». L’arcivescovo emerito di Palermo ricorda così il «convertitevi» papale: «Aveva già quasi finito la celebrazione. Fu ispirato certamente dal Tempio della Concordia che sovrastava quello scenario. Il suo in fondo fu un appello alla concordia. Anche se è ricordato come l’invettiva contro la mafia. Per noi vescovi l’appello del Papa in quell’occasione si trasformò in un sostegno forte e ulteriore rispetto a tutto quello che la Chiesa siciliana aveva detto e scritto negli anni contro gli assassini, la criminalità, la mafia. Fu un incoraggiamento non secondario». L’intervista a Repubblica del cardinale Pappalardo esce il 2 aprile 2005. Lo stesso giorno, alle 21.37, papa Wojtyła muore. L’ex arcivescovo di Palermo l’avrebbe seguito poco più di un anno dopo, nel dicembre 2006.