Controllare la spesa in opere pubbliche? Per ora è impossibile

Controllare la spesa in opere pubbliche? Per ora è impossibile

Puntare sulle infrastrutture per creare occupazione. Lo ripete da un anno il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, lo ha ribadito più volte il titolare della Coesione territoriale Fabrizio Barca. Eppure, riuscire a programmare e soprattutto tracciare i costi effettivi delle opere pubbliche è pressoché impossibile. Con il risultato che gli interventi subiscono ritardi, quando non rimangono incompiuti, le risorse stanziate dallo Stato e dall’Ue alle Regioni vengono rimodulate, il deficit e il debito aumentano e nessuno è in grado di andare a ritroso e capirne le ragioni. Qualche mese fa il ministro Barca ha lanciato Opencoesione, portale tramite il quale i cittadini possono seguire la progressione delle opere pubbliche programmate per il periodo 2007-2013. Un’iniziativa che però, da sola, non basta.

Un esempio è l’ammodernamento della linea ferroviaria Napoli-Bari-Lecce-Taranto. Sapendo che, in tempi di crisi economica, l’opinione pubblica è più sensibile agli sprechi della Pa, in occasione della firma del Contratto istituzionale di sviluppo per l’opera, sempre la scorsa estate, Barca ha annunciato l’adozione di un nuovo tipo di contratto, che punirà chi non rispetta i tempi previsti per la consegna. «Con l’introduzione delle sanzioni – ha dichiarato il ministro – si avranno certezze sulla realizzazione dell’opera» ha detto il ministro della Coesione. La linea ferroviaria costerà 7,11 miliardi di euro, dei quali 3,5 già provvisti di copertura finanziaria, e a regime trasporterà 15mila persone al giorno. Obiettivo dichiarato: ridurre il trasporto su gomma e le emissioni inquinanti che ne conseguono. 

Tuttavia, spulciando nel dettaglio il cronoprogramma, i conti non tornano. Come si legge nelle slides di presentazione, le fonti di finanziamento della linea ferroviaria arrivano da diversi rubinetti: 31 milioni dalla Legge Obiettivo, 990 milioni dal Fondo sviluppo e coesione (ex Fondo per le aree sottosviluppate), 505 milioni che provengono dalla riduzione del cofinanziamento statale, 1,4 miliardi da generiche “altre fonti statali”, 298 milioni da Bruxelles e infine 290,8 milioni dalle cosiddette “risorse liberate”. Per un totale appunto di 3,5 miliardi. 

La cifra di 290,8 milioni che arriva dalle “risorse liberate” giunge dalla delibera dello scorso marzo, con cui il Cipe ha individuato 2,3miliardi di euro da riprogrammare «a seguito della ricognizione sulle risorse liberate sui Programmi Operativi 2000-2006» del Fondo per lo sviluppo e la coesione, mentre altri 1,6 miliardi di queste risorse liberate sono stati già destinati a 223 opere ambientali al Sud. Ma cosa sono esattamente le risorse liberate? Si tratta di «risorse generate da progetti, in origine finanziati sul piano nazionale, ma successivamente oggetto di rimborso a valere sui fondi comunitari, in quanto ritenuti coerenti con gli obiettivi dell’intervento comunitario. La Commissione europea ammette queste operazioni, purché le risorse nazionali, così risparmiate, siano destinate ad altri investimenti equivalenti nello stesso settore e nelle stesse aree, ancorché con tempistiche di realizzazione dilatate». 

Il virgolettato è di Luigi Giampaolino, presidente della Corte dei Conti,  e lo ha pronunciato nel corso dell’audizione informale al Senato dello scorso maggio. Occasione in cui Giampaolino si è detto preoccupato per «il cospicuo ricorso “ai progetti coerenti”, cioè a quei progetti, già finanziati con fondi nazionali (e comunque eleggibili per la Programmazione comunitaria), che al fine di accelerare il processo di spesa, vengono sostituiti nella Programmazione, sostituendo le risorse comunitarie a quelle nazionali». In pratica, le risorse vengono continuamente riprogrammate e spesso si tratta di partite di giro.  Risultato? «Una dilatazione temporale della spesa che posticipa l’effetto degli interventi e dei benefici per lo sviluppo e per la crescita del territorio». Particolare non secondario: questi progetti sono selezionati «non per la loro qualità ma per la loro ammissibilità al finanziamento», solitamente a ridosso della chiusura dei periodi di programmazione. Un dato: in Sicilia e Campania il 40% della spesa è costituita proprio dai “progetti coerenti”. 

Secondo Barca e Ciaccia la ferrovia Napoli-Bari segna un deciso cambio di passo rispetto al passato in quanto: «le risorse sono concentrate in un unico grande progetto, è stato fissato un cronoprogramma ben definito fin dall’inizio della procedura, è previsto un sistema sanzionatorio se si accertano inadempimenti da parte del Concessionario o delle Amministrazioni centrali o Regionali, per ogni intervento è indicato il risultato atteso». Ma in realtà i costi non sono così certi come dicono Barca e Ciaccia. L’opera, come si vede dal grafico qua sopra, è suddivisa in 23 sotto-progetti, ognuno identificato da un codice, obbligatorio dal 2003. Otto dei quali, cioè il 34% è in fase di studio di fattibilità. Significa che, a norma di legge, l’indicazione del costo dell’intervento non può dare vita a impegni di spesa, né indicazione sui tempi di realizzazione. Indicazioni che saranno invece confermate o smentite in fase di progetto preliminare. 

Prendiamo ad esempio il raddoppio della Pescara-Bari, nella tratta Ripalta-Lestina. Il prossimo marzo si concluderà la fase di progettazione preliminare, mentre la fine dei lavori è prevista per il marzo del 2021. Per ora, il costo stimato è di 106 milioni di euro, di cui 98 arrivano da «altre fonti dello Stato» e 8 milioni dalle «risorse liberate». Il grosso – 97 milioni – sarà impiegato dal 2017, quando Rfi appalterà i lavori, al 2021, data di conclusione prevista. Difficile dire se, con questo gioco della riprogrammazione dei fondi, tra una decina d’anni questi soldi saranno ancora disponibili, o se saranno finiti ad altri progetti, sostituiti da nuove risorse liberate o da “progetti coerenti”, e allora nessuno si ricorderà più dei grandi programmi del governo tecnico nel lontano 2012. Anche perché la programmazione europea è quella del periodo 2007- 2013 e così, già l’anno prossimo, tutto potrà tornare in discussione. 

(ha collaborato Chiara Panzeri, infografica di Carlo Manzo)

antonio.vanuzzo@linkiesta.it