Portineria MilanoMaroni, perché ha cacciato Belsito ma non fa cadere Formigoni?

Maroni, perché ha cacciato Belsito ma non fa cadere Formigoni?

Spero che Roberto Maroni abbia letto con attenzione le carte della procura di Milano che hanno spedito in carcere l’assessore Domenico Zambetti per voto di scambio con la ‘Ndrangheta. Se non lo ha ancora fatto, lo faccia. E dopo averle lette, ragioni un secondo su quello che dovrebbe dire domani durante il consiglio federale della Lega Nord in via Bellerio. Lo hanno capito anche i muri che ieri l’ex ministro dell’Interno ha dovuto ingoiare un rospo grande come una casa per digerire l’ennesima fiducia del Carroccio alla regione Lombardia di Roberto Formigoni. La faccia dimessa durante la conferenza stampa e l’umore nero (come dicono i suoi) fanno pensare che Maroni in questo momento si trovi a un bivio: mollare tutto oppure restare ancora in sella assicurandosi l’ennesimo accordo politico con un Pdl che tra qualche settimana non esisterà più.

Il punto è proprio questo. Come mai il segretario federale della nuova Lega che ha cacciato l’ex tesoriere Francesco Belsito, il ministro che ha spedito più mafiosi in carcere (parole sue) negli ultimi anni, ha deciso di restare ancora avvinghiato alla regione più indagata in Italia e (credo) nel mondo? Se Maroni non ha capito l’opportunità politica che si trova di fronte, non ha avuto l’acutezza di comprendere la fine della seconda Repubblica (che forse è ancora la prima) – vuol dire che qualcosa non sta funzionando. O ha perso tutto d’un tratto la ragione oppure non può farlo perché qualcuno lo sta ricattando. Non c’è altra spiegazione.

I collegamenti tra lo scioglimento del comune di Reggio Calabria e la Lombardia stanno a poco a poco emergendo. Ne viene fuori un sistema nauseante di rapporti decennali tra la politica italiana e la mafia, di giochi di potere, riciclaggio, morti, ricatti, fatto alle spalle dei cittadini, che rischia di travolgere il suo partito come tutti la politica del settentrione. Sono accuse, certo, che devono passare attraverso le maglie di un processo. Ma la solidità di sistema sembra chiara e radicata nel tempo. E’ un’immagine avvilente, che conferma il fallimento di un’intera classe politica e pure di una società civile che qui a Milano continua a non muovere un dito di fronte alla gravità di questi fatti. Che senso ha continuare a governare fino gennaio e andare a votare in aprile – come dice un comunque coraggioso Matteo Salvini unico a replicare serratamente a Formigoni – per essere sbattuti in prima pagina una settimana sì e l’altra anche? 

Certo, c’è chi sostiene sia semplice opportunità politica per non far crollare le giunte di Piemonte e Veneto; che sia una forma di rispetto nei confronti dei cittadini a cui assicurare almeno una nuova legge elettorale senza il listino bloccato; chi dice sia la solita sete di poltrone che ha caratterizzato il Carroccio in questi ultimi anni. Ma voglio dare ancora credito a Maroni. Ha avviato una lunga fase di rinnovamento dentro la Lega. Ha cacciato le mele marce e ha ridato slancio a un partito che in tanti davano per morto.

Qui a Linkiesta gli abbiamo fatto anche complimenti per aver salvato un movimento da una fine simile a quella del Psi di Bettino Craxi. Ma ora, dopo scandali di ogni tipo nella sanità, nell’urbanistica, nelle bonifiche ambientali e altro ancora, al Pirellone è arrivata l’Ndrangheta. E’ entrata dalla porta pricipale, quella di un’amministrazione che sarà pure virtuosa ma che per essere eletta ha accettato il voto di scambio. Mi domando cosa aspetti a staccare la spina uno come lui. Lui, che va ripetendo da anni che a ispirare il suo lavoro al Viminale fu il giudice Giovanni Falcone, ucciso dalla mafia nel 1992 con 500 chili di tritolo. Lui che il 19 luglio del 2011 andò a deporre una corona di fiori sulla tomba di Paolo Borsellino, altro giudice morto ammazzato, che ripeteva spesso una frase: «Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo».

Maroni le legga bene quelle carte. Perché in quelle cinquecento e passa pagine di ordinanza non c’è che la conferma di quello che diceva Borsellino più di vent’anni fa. E sono carte che parlano della Lombardia, la sua terra, non della Sicilia o della Calabria. Scambi magari due parole con Nando Dalla Chiesa con cui condivide la passione per Bruce Springsteen e che con cui molte volte ha parlato di mafia in tanti dibattiti pubblici. Non perda tempo a polemizzare con l’autore di Gomorra Roberto Saviano. Si renda più che altro conto che il nord è finito in mano a gente spregiudicata, gente per cui la parola d’ordine è la «delinquenza», persone che paragonano le guerre di mafia ai film western di John Wayne e che tra i comandamenti della loro vita mettono in cima frasi come questa: «O si finisce morti oppure si va in carcere, non c’è via di mezzo».

Se non lo capisce, si legga pure la relazione della commissione che ha sciolto il comune di Reggio, dove un tempo governava Giuseppe Scopelliti, attuale governatore della Calabria invitato agli Stati Generali del Nord del Lingotto di Torino. Lì ci potrà trovare un sacco di collegamenti con l’ordinanza precedente. Soprattutto sul caso di Belsito, quello che un tempo era il suo tesoriere, che dovrà spiegare prima o poi che rapporti aveva con lo studio di via Durini del commercialista Bruno Mafrici, punto di raccordo tra le varie indagini. Non c’è più tempo per ragionare con Angelino Alfano o Roberto Formigoni, titolari di un partito dove – come ha detto pure Silvio Berlusconi – «il più pulito ha la rogna». A Venezia la Lega Nord ha dimostrato di essere un partito ancora vivo, mentre gli altri a poco a poco stanno crollando. Ma il credito sta terminando. Prima che sia troppo tardi, prima che la fiducia dei cittadini scompaia definitivamente Maroni abbia uno scatto d’orgoglio. E lo faccia pure per i suoi figli, che su Facebook – come dicono – mettono in bella vista la foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.