Se ne sono andati (anche il diplomatico irascibile)

Se ne sono andati (anche il diplomatico irascibile)

Claude Cheysson

(13 aprile 1920 – 15 ottobre 2012)

«Non faccio il diplomatico in merletti». Era l’autopresentazione e il carattere di questo ministro degli Esteri francese di quasi mezzo secolo fa. Designato al Quai d’Orsay da Francois Mitterrand dopo la vittoria socialista del 1981.

Solo in un aspetto poteva sembrare un “commis” dello Stato alla vecchia maniera: l’eleganza immediata, così rara fra i politici francesi, e, in generale fra le classi dirigenti degli ultimi decenni (in Europa, negli Stati Uniti, per non parlare del resto del mondo).

In questo senso, anche Valery Giscard d’Estaing – il presidente di destra, sconfitto in seconda battuta da Mitterrand – faceva eccezione: peccato che dentro quell’involucro così ben tagliato, regnassero poche idee originali e un’arrogante convinzione del contrario. Cheysson era un’apparizione pubblica diversa: un gentiluomo molto intelligente, e anche irascibile, distratto rispetto a quello che i microfoni captano quando si pensa di non venire intercettati, impermeabile ai suggerimenti ministeriali, dell’apparato.

Un carattere, insomma, con ideali, e un’esperienza abbastanza unica: come capo di gabinetto di Pierre Mendès-France, nel 1954. Cioè come primo collaboratore di uno dei migliori premier della storia francese, un radicale coraggioso, ferratissimo in economia (e iper-keynesiano), che aveva preso di petto la decolonizzazione chiudendo la guerra d’Indocina, rendendo indipendenti i tunisini, e pensando di fare la stessa cosa con gli algerini che avevano aperto la guerra armata proprio in quell’anno. Da Mendés-France, Cheysson imparava una celebre regola: “choisir”, scegliere. Un passaggio che in politica è spesso poco diplomatico, e altrettanto spesso poco vittorioso. Ma che può fare di un politico un uomo di Stato, ogni tanto.

Cheysson giovane era stato un enarca a puntino, poi un ministro plenipotenziario esperto in problemi africani, poi un ambasciatore in Indonesia. A ridosso dell’incarico al Quai d’Orsay, usciva da otto anni pieni alla Commissione europea, come commissario alla cooperazione e allo sviluppo. Era un ambasciatore di sinistra che aveva aderito al partito socialista nel 1974: proprio nell’anno in cui Mitterrand perdeva le presidenziali – in prima battuta – contro Giscard.

Sette anni dopo, Mitterrand trionfante poteva scegliere per l’esperto Cheysson l’incarico che gli assomigliava, e che, in fondo, serviva allo stesso Mitterrand a non esporsi troppo in prima persona “gauchiste”, sulla scena della geopolitica. Il presidente sapeva in anticipo quanto il carattere del suo ministro degli Esteri avrebbe coinciso con la sostanza delle sue scelte: per tre anni, fino al 1984, la Francia ufficiale di Cheysson sarebbe stata terzomondista fino a sfiorare il “non allineamento”. Cioè, di un gollismo socialista, e con una guida diplomatica che aveva imparato quasi tutto dal radicale Mendés France.

Tre visioni in una politica estera. E un ministro che avrebbe cambiato il nome del suo ministero (dagli Esteri alle “Relazioni Esterne”) muovendosi in modi decisamente postmoderni: viaggiava in continuazione – spesso perdendo le valigie negli aeroporti – aveva una conoscenza impeccabile di ogni dossier estero, era rispettato e popolarissimo in tutti i Paesi dell’ex impero francese.

Si sarebbe dimesso per occuparsi, in altri ruoli, di quello che lo appassionava di più, anche e soprattutto tenendo d’occhio gli ideali: come commissario europeo alla politica mediterranea e alle relazioni Nord-Sud, e come presidente della Fondazione “Arche de la fraternità” (un istituto programmatico già dal nome, che si occupa dei diritti dell’uomo). Decorandolo con la Legion d’Onore, nel 1985, Francois Mitterrand lo ha sottolineato in poche parole, e in una rara qualità da uomo di Stato: «È straordinario vedere uno specialista della diplomazia così poco diplomatico». 

Fritz Haller

(23 ottobre 1924 – 15 ottobre 2012)

Architetto svizzero, del Cantone di Solothurn (in italiano, Soletta, una cacofonica traduzione).

Molte qualità in lui, abbastanza diffuse fra gli architetti, ma non sempre allo stesso livello: Haller è stato un teorico, un designer di mobili, e un bravissimo professore.

L’architettura, i disegni, le forme dei tardi anni Cinquanta e dei Sessanta derivavano dal Bauhaus degli anni Venti, e, in molti modi il cosiddetto postmodernismo ce l’ha messa tutta per farli fuori: quegli spazi, quegli spigoli, quelle quadrature, quell’architettura sociale (in senso lato) continuano però a resistere e a perfezionarsi, soprattutto negli oggetti d’uso (mobili, armadi, arredamenti da ufficio) e in quelli con un valore aggiunto estetico (lampade, sedie, poltrone).

In sintesi, quella visione tiene: moderna e contemporanea. Possibilmente nel senso meno abusato dei due termini. E a Fritz Haller si devono alcuni perfezionamenti originali, con tanto di materiali, a cui si è talmente abituati, da considerarle quasi invisibili: per esempio il sistema dei blocchi modulari, cubici. In genere di vetro, e di acciaio.

Haller aveva studiato, in particolare, un precursore, e cioè Mies van der Rohe. Quello studio, e una propria visione delle proporzioni (si chiama anche “free geometrical”) hanno messo in piedi, alla lettera, dei capolavori come la Kantonsschule di Baden, del 1964: un blocco di edifici pubblici squadrati, la cui pianta, vista dall’alto sembra un transatlantico da crociera attraversato da file ordinate di alberi. Quando, invece, ci si è davanti, dal vero, sembra un complesso di specchi-finestra che spuntano dal verde di un prato perfettamente tenuto con viali interni in piatto, cioè senza dislivello con l’erba a spazzola.

Ma è nel design che Haller ha inventato e lasciato una traccia: l’USM Haller è quel sistema di armadi, o di cassetti mobili cubici (spesso con le rotelle, e scorrevoli sotto una scrivania) che si vedono da decenni in milioni di uffici, o di case. Il “modulo” è un termine quasi inascoltabile, tanto è brutto: quando è diventato quella forma, ha cambiato suono, e proporzioni.

Haller è stato ricordato per sostanziali “quasi-utopian projects”, e per una “cool technical perfection”. Si potrebbero considerare queste espressioni come ulteriori complimenti all’architettura di quegli anni. Complimenti non postumi: l’idea di progetti “quasi-utopian” è stabile da millenni, e quel “quasi” la rende anche razionale e poetica (due “moduli” concettuali di cui si ha bisogno, ogni giorno). 

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