Portineria MilanoE ora tra sostenitori di Renzi c’è paura delle «purghe» di Bersani

E ora tra sostenitori di Renzi c’è paura delle «purghe» di Bersani

«La vendetta è un piatto che va servito freddo», recita un antico adagio. In caso di sconfitta domenica, però, tra i sostenitori di Matteo Renzi c’è chi teme possa «essere molto caldo», servito dai bersaniani di ferro già alla prossima tornata di elezioni politiche, regionali e provinciali. «Il vincitore compilerà le liste, mi pare evidente…», suggerisce un renziano di ferro in Lombardia.

Del resto, si discute anche di questo a una manciata di giorni dal ballottaggio che stabilirà chi sarà il candidato premier del centrosinistra alle prossima tornata elettorale. E anche se circola ancora un certo entusiasmo, l’umore tra i renziani non è dei migliori. Le invettive di Rosy Bindi, le minacce di Massimo D’Alema, una direzione e un’assemblea del Pd più che mai Bersani – centrica, non sono certo una rassicurazione sul futuro, in caso di sconfitta.

Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, in vantaggio di quasi dieci punti dopo il primo turno, nelle ultime settimane ha lanciato ramoscelli d’ulivo, pregustando già la vittoria contro il rottamatore fiorentino. «Renzi resta con noi» o «ci beviamo il birrozzo tutti assieme» sono frasi che hanno provato a stemperare la tensione di uno scontro che in uno modo o nell’altro ha modificato le forze interne al Partito Democratico. Il problema, come scrivono in tanti su twitter, non è tanto Bersani, quanto i cosiddetti «scagnozzi», contro cui i sostenitori di Renzi si sono confrontati in questi mesi di campagna elettorale.

«Ma chi ha deciso di schierarsi con Renzi sapeva da tempo che sarebbe andato incontro a difficoltà di ogni tipo. Basta guardare in quanti all’interno del partito hanno sostenuto Bersani, cioè la maggioranza.- spiega Mario Adinolfi, onorevole e da tempo spina nel fianco del sistema Pd -. Tra parlamento e senato saremo più o meno come una squadra di calcio: il 3 % di tutto il partito. Non credo però a Bersani e ai suoi convengano “epurazioni”: a difenderci c’è il 36% dell’elettorato di centrosinistra a livello nazionale». Eppure qualche timore esiste. Non solo a livello parlamentare e romano, con la possibilità che alle prossime politiche di «Renzi» resti ben poco.

Non è un caso che domenica scorsa i sostenitori del rottamatore fossero particolarmente preoccupati dal risultato in Toscana e a Firenze: numeri negativi avrebbero scatenato un fuoco di fila sul sindaco fiorentino. E invece è andata bene. Ma adesso, dopo che i giochi delle primarie saranno chiusi, ognuno dovrà tornare nelle proprie sezioni di partito, sul territorio, per fare i conti veri con un partito che sarà ancora saldamente in mano a Bersani. In Lazio ci sono le elezioni regionali e si vota per il comune di Roma. In Lombardia si deve decidere il sostituto di Roberto Formigoni.

Dalle parti della Capitale già si ragiona per correnti in vista delle primarie che dovranno scegliere il candidato sindaco il prossimo 20 gennaio. Da queste parti Renzi è andato molto male, con appena un 25,9 % dei consensi al primo turno. Ma non è detto che in questa chiave, sul piatto delle trattative, cioè sul nome che sarà presentato, il rottamatore possa far valere la vittoria in altri comuni chiave della Toscana, come per esempio Viareggio dove i renziani hanno fatto faville. Ma il punto è che su Roma circolano nomi «pesanti», tra cui quello di Paolo Gentiloni, uno dei pochi che ha deciso di mettere la faccia nel sostegno al sindaco di Firenze.

Discorso simile può essere fatto a livello regionale. Nel Lazio, va detto, che a mischiare ancora di più le carte è l’incertezza sul voto, tra ricorsi e controricorsi. Mentre in Lombardia la candidatura a governatore di Umberto Ambrosoli pare abbia trovato una sintesi tra renziani e bersaniani. Certo, a primarie concluse, il 15 dicembre, bisognerà capire le alleanze con Sel e Udc. Non è detto che quando si compileranno le liste per le candidature, chi ha sostenuto Renzi possa essere penalizzato. Per esempio Alessandro Alfieri, uno tra i pochi a livello di consiglio regionale che ha sostenuto apertamente il «rottamatore» contro Bersani.

Maurizio Martina, segretario regionale, ha già messo le mani avanti nei giorni scorsi in un’intervista ad Affaritaliani: «Adesso nessuno venga con il manuale Cencelli». Gli ha risposto a stretto giro di posta Roberto Caputo, consigliere provinciale, renziano. «Non si usi Cencelli ma neppure metodo ad excludendum. I voti pesano e quindi vanno comunque tenuti presenti». In un fuori onda radiofonico Renzi lo aveva annunciato. «Porterò un po’ di miei amici in parlamento». Più che portarli, però, inizia a temere qualcuno, bisogna «prima difenderli». Il risultato del ballottaggio sarà decisivo.