L’epoca lontana in cui gli Stati Uniti condannavano Israele

L’epoca lontana in cui gli Stati Uniti condannavano Israele

L’America e Israele, o, più precisamente, i governi e il popolo degli Stati Uniti a fianco di Israele e della sua sicurezza. Da quasi cinquant’anni, cioè dalla guerra dei Sei giorni del 1967, è una legge statica – o ne ha l’aspetto – a cui il mondo e la geopolitica si sono così abituati da considerarla indeperibile.

Se non per simpatie, o idiosincrasie, sempre temporanee, di questo, o quel presidente americano di fronte a questo, o a quel governo israeliano: captato fuori registro mentre parlottava con Nicolas Sarkozy, Barack Obama si confessava estenuato dalle “bugie” del premier Bibi Netanyahu, mentre George W. Bush, da presidente più che amico di Israele, aveva impartito e ottenuto una moratoria degli insediamenti ciclotimici dei coloni israeliani, promossi pubblicamente dallo stesso premier di destra.

Negli ultimi tempi di Bush padre alla Casa Bianca (1991), il più breve segretario di Stato della storia americana, Lawrence Sidney Eagleburger, veniva spedito a ordinare al dispettoso primo ministro (sempre del Likud) Yitzhak Shamir di non associarsi militarmente alla spedizione alleata nella Guerra del Golfo. Ma, due anni dopo, e poi, di nuovo, in chiusura del secolo, la scena di un presidente degli Stati Uniti che faceva fare la pace, (o che ci provava con pazienza e molte promesse finanziarie) a Israele e al suo nemico palestinese, risultava fermamente paterna soprattutto nei confronti di Israele.

Sul prato della Casa Bianca, nel 1993, il democratico Bill Clinton, perfezionando gli accordi di Oslo, promuoveva in particolare il coraggio di Yitzhak Rabin, mentre nella tornata finale, a Camp David – quella che poteva essere definitiva e non lo è stata – lo stesso Clinton non ce la faceva, avendo comunque ottenuto il massimo storico, in termini di concessioni, dal suo protetto naturale. E cioè Israele, rappresentato dal piccolo primo ministro laburista Ehud Barak. Sia davanti alla Casa Bianca che a Camp David, il sorriso stereotipato di Yasser Arafat, e il suo trattare “levantino”, restavano comunque qualcosa di marziano rispetto al carattere dominante degli americani e a quello più contratto degli israeliani. Che comunque, come sempre, convergevano.

Nell’ultimo fianco a fianco televisivo prima delle prossime elezioni, quello sulla politica nel mondo, Barack Obama e Mitt Romney si sono rincorsi a confermare la ferma protezione a Israele e alla sua sicurezza. Quasi senza distinguersi, adattando “i propri ideali al mondo reale”, come direbbe Henry Kissinger. Dove il mondo reale – o una sua zona riconoscibile, e ormai tradizionale, nella politica americana – resta il consenso a Israele. Strategico, storico, di affinità elette (con le intenzioni le più varie, ma difficilmente variabili, per ora).

In particolare, Obama ha citato le manovre militari congiunte e recenti fra i due Paesi: puntando sul pratico, facendo sapere direttamente agli americani come funziona il perfezionamento di quell’alleanza. E indirettamente agli israeliani che possono stare tranquilli, senza pensare a passi autonomi non concordati (un attacco all’Iran), e agli iraniani che, molto semplicemente, non si scherza con gli Stati Uniti e i loro alleati nella zona.

Quella zona reale, o quella legge statica, della politica americana nei confronti di Israele, ha avuto naturalmente un suo parto, e una sua formazione. E, nella sua apparente fissità, ha avuto i suoi choc, uno in particolare, non troppo ricordato. Sembra protostoria mediorientale, ma è successo solo 56 anni fa, e nel 1956. Il titolo sommario potrebbe essere: «Quando gli Stati Uniti condannavano Israele». Per come sono andati i fatti, si potrebbe aggiungere: «Come gli Stati Uniti si sono sbagliati». Anche con un surplus di inutile cinismo.

I fatti sono storia, e si chiamano “crisi di Suez” e “Guerra del Sinai”, incrociate. Gli Stati Uniti avevano, allora, come presidente il repubblicano Dwight David Eisenhower (l’ex generale comandante alleato durante l’ultima guerra mondiale), e Israele, nato otto anni prima, nel 1948, era guidato dal suo padre fondatore il laburista David Ben Gurion.

Il Paese era una democrazia liberale e socialista, era lo Stato dei kibbutzim, incuriosiva, al minimo, per quella sintesi politica, ed era sostanzialmente popolare fra la sinistra democratica. Il suo alleato era soprattutto la Francia (con un bel po’ di sensi di colpa per l’antisemitismo di Stato dell’ex regime di Vichy). Parigi forniva anche armi, aerei Mystère, carri AMX, lanciarazzi. Per difendere, o per garantire l’esistenza di quel Paese, in particolare contro l’Egitto del nuovo regime nazionale-socialista del colonnello Gamal Abd el-Nasser (rifornito di tank cecoslovacchi, Mig e Ilyushin sovietici).

Dal Sinai, gruppi di fedayyn – i primi– istruiti e armati in Egitto, arrivavano in continuazione sui confini del Negev: dal 1951 al 1955, si contavano, ogni anno, 238 morti israeliani, vittime di quei raid. Nel quadro, la Gran Bretagna, ancora imperiale, nonché alleata, e protettrice di monarchie arabe come la Giordania e l’Iraq, era la maggior azionista (da un secolo, insieme ai francesi) della Compagnia che gestiva il traffico navale del Canale di Suez. Gli inglesi erano anche i partner naturali degli Stati Uniti nella Guerra Fredda, e avevano una politica fredda nei confronti d’Israele.

In quel 1956, l’inimmaginabile ha coinciso con l’atteggiamento degli Stati Uniti, più che con i fatti che lo determinavano. Era, in breve, successo che Nasser aveva unilateralmente nazionalizzato la Compagnia del Canale (per finanziarsi il progetto della diga di Assuan, per nazionalismo anticoloniale, e per chiudere alle navi d’Israele il passaggio), e che la Gran Bretagna e la Francia erano intervenute militarmente (un’azione soprattutto di parà, e relativamente facile) insieme a Israele: una convergenza d’interessi e un patto militare segreto, firmato nella cittadina francese di Sèvres, celebre per la manifattura delle sue porcellane.

Israele avanzava nel Sinai per proteggere i suoi confini, inglesi e francesi calavano su Suez, avendo concordato un pretesto ufficiale: dividere i contendenti, cioè israeliani ed egiziani. In realtà, per ristabilire la loro proprietà, far fuori Nasser e il suo regime, ma anche garantire la libertà di transito lungo una via d’acqua internazionale (un principio tuttora ineccepibile).

P-51 Mustang pilotato dal capitano Elad Paz, abbattuto dagli egiziani sul Sinai

Il periodo della crisi: fine ottobre, inizi novembre. Mentre a Budapest, i sovietici annientavano la rivoluzione ungherese. All’Onu, in quei giorni, succedeva che gli Stati Uniti, insieme all’Unione Sovietica, facessero la morale: l’ambasciatore Henry Cabot Lodge Jr. condannava l’avanzata israeliana e l’azione anglo-francese, intimando «il ritiro da Suez e ad est di Suez».

Venne usata un’espressione precisa: «Aggressione di Israele». Pochi mesi prima, nell’estate, il presidente Eisenhower faceva sapere al primo ministro inglese Anthony Eden, il suo punto di vista in questi termini: «Non contate su di noi. La vita è una scala che monta al cielo. Quando arriverò alla fine della salita, voglio presentarmi a Dio con le mani pulite». In realtà, l’irritazione sua e del suo segretario di Stato John Foster Dulles era dovuta al fatto di non essere stati preavvertiti della triplice intesa anglo-franco-israeliana.

Si sa il seguito: cioè il ritiro dei parà alleati, e delle forze israeliane. E il trionfo di Nasser. Si può leggere anche quello che il presidente dichiarava al popolo americano il 20 febbraio 1957: «Se l’Egitto violerà l’accordo di armistizio, o altri accordi internazionali, allora questo fatto dovrebbe essere affrontato con fermezza dalla comunità delle nazioni». L’accordo prevedeva, fra l’altro, la libertà di transito per le navi israeliane lungo il Canale. I carichi di merci, in particolare, sarebbero stati bloccati dal 1959, per disposizione ufficiale del governo egiziano. La guerra dei Sei giorni (“la guerra di troppo”, come ogni tanto viene chiamata, da israeliani critici) sarebbe stato anche uno scontro per navigare liberamente.

E comunque, qualche anno dopo quel 1956, John Foster Dulles, il segretario di Stato americano che aveva bloccato Paesi amici, e alleati come la Gran Bretagna e Israele, chiedeva, in visita privata, all’ex ministro degli Esteri inglese: «Ma perché vi siete fermati a Port Said?».

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