“Colpiti dal sisma e dimenticati”: il Natale dell’Emilia

“Colpiti dal sisma e dimenticati”: il Natale dell’Emilia

Chi gira per le strade dei paesi di Mirandola, o Concordia (sobbalzando un poco: l’asfalto li copre, ma ci sono ancora i segni delle crepe) lungo la provincia di Modena, vede una cosa: che il terremoto non è mai passato. A distanza di sette mesi, molte case sono ancora puntellate, chiuse e recintate nelle zone rosse. I centri storici non sono percorribili, i negozi chiusi e intere vie deserte. Appesi tutt’intorno ci sono cartelli pubblicitari degli esercizi locali, che dicono perlopiù due cose: abbiamo riaperto, ma da un’altra parte; oppure sono laconici avvisi di “affittasi”. Fuori, capannoni in attività, e altri ancora sfasciati. Nella campagna si incontrano casolari crollati, stalle e fienili senza tetto o interi pezzi di muri.

Era il 20 e poi il 29 maggio, quando il sisma ha colpito i paesi della bassa emiliana, nell’area che abbraccia le province di Modena, Reggio, Mantova, Ferrara e Bologna. Secondo i calcoli della Regione, i comuni interessati sono stati 54, per un totale di 550mila abitanti. I danni, all’incirca, hanno toccato i 13 miliardi di euro. Ma l’indebolimento generale, dell’economia e delle strutture, forse è anche più grave. Molte cose sono state fatte: non ci sono più tendopoli (ci sono però molti container), e i servizi, dagli ospedali alle scuole, sono garantiti. Ci sono anche i soldi per la ricostruzione, e anche una legge apposita per i permessi (approvata dalla Regione il 19 dicembre, e che per Errani – e non ha tutti i torti – è un grande passo avanti), ma non sono ancora stati erogati. Non si può parlare di ripresa, se non a macchia di leopardo. Chi poteva ripartire, lo ha fatto. Gli altri, aspettano ancora.

Nella Plastic Valley, il distretto biomedicale intorno a Modena tutte le grandi aziende, comprese le sei multinazionali, hanno riaperto quasi subito, «e sono al 90% della produzione, alcune al 100%», spiega Giuliana Gavioli, responsabile della sezione biomedicale di Confindustria Modena, e direttore generale della B braun Avitum Italia. Alcune hanno delocalizzato, «ma senza allontanarsi, se non di poco, dalla provincia», continua. La Gambro, ad esempio, colosso prima svedese ora americano, che conta 850 dipendenti e si è spostata da Mirandola (dove mantiene solo il settore amministrativo) a Crevalcore, vicino a Bologna, e a Poggio Rusco. (Per la verità, anche a Tijuana, in Messico, ma «hanno garantito, però, con una serie di accordi, che torneranno»). A confermarlo, arrivano anche i dati dei sindacati. La tanto temuta fuga delle aziende all’estero, costrette a chiudere per i danni del terremoto, non c’è stata. Ci sono, però, altri problemi. «Le piccole aziende sono in seria difficoltà. So di 380 attività chiuse, e il numero mi ha colpito molto. Immagino che ci siano dentro esercizi commerciali», continua Gavioli. È così, ma ci sono anche piccolissime imprese, che non hanno la liquidità per reinvestire. Sono quelle ancora in attesa: un limbo lunghissimo che finirà (forse) con l’arrivo dei fondi statali. Che ci sono, come già detto. Ma non si vedono.

Annunci a Mirandola
«Noi siamo ripartiti ad agosto», spiega Andrea Meschieri, di 47 anni e a capo di una legatoria che ha mezzo secolo di vita. «Va bene? Non direi proprio. Ho 500mila euro di debiti, e tre mesi di fatturato mancanti. Non ero nemmeno assicurato per i terremoti, e le banche hanno fatto un mare di problemi. “Lei è un caso anomalo”, mi hanno detto, perché avevo diversi debiti. Mi hanno trattato con arroganza: mi hanno chiesto garanzie personali, e io non ho accettato». Il grosso del lavoro «è stato smontare tutte le macchine che avevo e rimontarle una per una. Una spesa tutta nostra: se non lo avessi fatto, avrei perso tutto il mercato. Ho dovuto farlo». Ma lo Stato? «Ahah, lo Stato. Quello deve ancora arrivare. Noi i lavori li abbiamo fatti per ripartire, non per fare la cresta. Ma adesso ci serve un aiuto altrimenti finisce male. Molti non ce la fanno di sicuro». E poi «non ho potuto nemmeno delocalizzare, che sarebbe stato più facile». Il punto nodale, comunque, è la «grande confusione burocratica»: un guazzabuglio di leggi e vincoli che rende difficilissimo «presentare la domanda per i contributi. Pensi che ho dovuto chiedere a un ingegnere di aiutarmi, ed è un’impresa, per lui. Oltre che un costo, per me».

Chi invece ha delocalizzato, spostando gli impianti nella vicina provincia di Verona, è Gian Marco Budri, della Budri Intarsio italiano, azienda che si occupa della lavorazione e dell’intarsio del marmo. La sua fabbrica era a Mirandola, in via di Mezzo. Proprio sopra l’epicentro. «Verona era, insieme a Massa, l’unico posto in Italia in cui potevo spostare, sempre in modo temporaneo, la mia azienda», spiega. «Ma l’ho fatto a mie spese. Sa quanto mi è costato? 350 mila euro. E non è stata solo una questione logistica. Per compilare il modulo per delocalizzare ho dovuto assumere un professionista. E sono andati altri 20mila euro, solo per lui». Cifre enormi. «Non avevo alternative. O mi spostavo o chiudevo».

Lui, per fortuna, aveva fondi a disposizione, perché «nessuno mi ha aiutato. Nemmeno la mia banca, con cui avevo un rapporto lunghissimo: il giorno dopo il crollo, sono andato a chiedere un prestito e sa cosa mi hanno risposto? “Lei che garanzie ci può dare?” Io mi sono arrabbiato. Mi conoscono, sanno chi sono. Si sono comportati in modo scorretto». E allora? «Allora ho chiuso il conto, come gesto di disprezzo. Mi hanno chiesto perfino una penale per l’estinzione del mutuo, ma non serviva, perché abbiamo pagato tutto subito». Le banche fanno il loro lavoro « “Sa, per noi è un momento difficile”, dicono. Ma io? Io non ho più un capannone. Devo far andare i miei operai a lavorare a 250 km da qui ogni giorno. Le sembra che non sia un momento difficile anche per me?»

In ogni caso, Budri non si sente abbandonato dallo Stato. «Hanno fatto un grande lavoro, con scuole e ospedali. È il settore produttivo quello più penalizzato, quello del Pil». E quando ha voluto dare un premio ai suoi dipendenti, («sono stati bravissimi, hanno lavorato tanto, senza arrendersi») aggiungendo 100 euro in busta paga, «ho scoperto che per ogni 100 euro dovevo pagarne 250 di tasse. Mi sono infuriato». La cosa, poi, è stata risolta, con un provvedimento ad hoc, su cui lui ha saputo far pressione. «Ma è una cosa inaudita, vergognosa. Lo Stato non perdona. E questi poveri ragazzi, che si vedono trattenute le buste paga? Sono persone che lavorano, che hanno perso la casa, che vivono in container. E lo Stato che fa? Gli trattiene lo stipendio».

Budri si riferisce al caso, che aveva provocato clamore, delle buste paga “leggere” ai lavoratori. «Per venire incontro alla popolazione colpita dal sisma, era stato deciso al Ministero dell’Economia di sospendere la contribuzione per le imprese e i lavoratori, prima fino a settembre. Poi fino a novembre», spiega Vanni Ficarelli, segretario Flai-Cgil di Modena. «I lavoratori avevano ricevuto, allora, buste paga corpose, un modo per venirgli incontro. Ma era una misura temporanea: la restituzione doveva avvenire entro il 17 dicembre». Presto. «Dopo molte proteste, è stata prorogata al 20 dicembre». Una presa in giro. «Il risultato è stato che, dovendo pagare tutti i contributi dei mesi passati in una botta sola, per il mese di novembre, molti si sono visti buste paga bassissime. Di 300 euro, di 20 euro». Una piccola storia ignobile che si è risolta con un emendamento della legge di Stabilità, che prevede una restituzione rateizzata.

Un esempio di busta paga di novembre alleggerita
Eppure, di vantaggi fiscali l’Emilia terremotata ne ha pochi. «Io avevo chiesto, insieme ad altri sindaci, una no tax area per le zone colpite», racconta Fernando Ferioli, sindaco di Finale Emilia. «O comunque una qualsiasi forma di fiscalità di vantaggio. Se qui il lavoro non riprende, siamo finiti», racconta. Forse le sue richieste sono arrivate troppo tardi. «C’è solo l’esenzione dall’Imu per case e imprese inagibili», racconta. «Ma non basta. C’è tutta una serie di danni indiretti che non vengono conteggiati, ma che incidono, anche in modo duro, nel bilancio di una famiglia o di un’azienda». E Ferioli li enumera. Il crollo del fatturato, per esempio, dovuto alla diminuzione del mercato. O la perdita del lavoro. «Qui, nel territorio, tutti hanno subito i disservizi pubblici. Dagli ospedali fino agli asili. Sì, hanno fatto molto, ma c’è voluto tempo. Intanto, molti se ne sono andati». Ad esempio, Rovereto prima del terremoto contava una popolazione di 4000 anime. Ora sono 1000. E le tasse? Quelle sono rimaste. «Già: perché a Roma hanno bisogno di liquidità. Così, il problema della ricostruzione passa in secondo piano, e anche noi. Ma scusi: e l’Aquila? E il Friuli, che è rimasto 15 anni senza Iva? Perché noi no?». La verità, commenta amareggiato, «è che con la crisi c’è bisogno di soldi. E che non esiste una legge, e nemmeno una procedura specifica, nel caso di catastrofi come queste. E dobbiamo arrangiarci».

Tutti sono arrabbiati. In tanti, se interrogati, gridano allo scandalo. Ma pochi, pochissimi fanno qualcosa. Sarà una questione di carattere regionale. Per dignità, forse, preferiscono lavorare, fare sacrifici e non baccano. «Io invece, non ne posso più. E lo dico chiaro», commenta Iorio Grulli, proprietario della Manifattura Modenese, azienda di passamaneria fondata dal padre negli anni ’50. «In un secondo, quel giorno di maggio, io ho perso tutto. Il capannone di 2500mq è crollato. Avevo 60 macchine, tutte distrutte. Mia moglie è andata in coma (per fortuna una cosa leggera) io stesso mi sono fatto male». E aveva 60 dipendenti, «ho dovuto licenziarli tutti. Tutti. Adesso andranno in mobilità. Ma lo sa cosa faccio io? Lo sa? Se non ci aiutano, se non fanno qualcosa, io non pago più le tasse. Basta». La protesta di Grulli è finita sui giornali e nelle tivù locali. Come gesto di rottura, è salito sul tetto del capannone, minacciando di non scendere più. «Poi, però i carabinieri mi hanno convinto a lasciar perdere. C’era anche mia moglie in ospedale, dovevo starle vicino. E poi la struttura era pericolante». Ed è sceso. «Vede? Mi sto calmando. Sto entrando anche io, in linea come tutti gli altri. L’ira mi passa, dopo un po’».

«Ma – continua – cosa devo fare? Mi sto già rimboccando le maniche. Ho comprato macchinari per 250mila euro. E continuo a lavorare: solo che adesso siamo in quattro. Io, mio fratello e i miei due figli. E, intanto, i finanziamenti dove sono? Io ho speso 16mila euro solo, e dico solo, per potere accedere ai contributi. Ma arriveranno? Chissà. Lo sa che per i miei capannoni devo rifare tutti i progetti? Che quelli che avevo già fatto non vanno più bene?». Si arrabbia. Non ha mai pensato di delocalizzare? «Una volta. Ero in una trasmissione della televisione di San Marino, quando il conduttore mi ha detto: “Signor Grulli, se lei vuol venire in San Marino, noi le diamo il capannone, già pronto, subito”. Io allora ho detto: “Ma sì, andiamoci. Mandiamo al diavolo l’Italia”. Solo che poi, i figli, i parenti, insomma, non volevano. E non se ne è fatto più nulla». La tentazione c’è, perché «lo Stato non si può fregare così di noi. Ma scherziamo? Ma pensi che deve ancora pagare i capannoni del riminese per la nevicata dell’anno scorso. Si figuri a noi. Dovremmo arrivare prima perché siamo più belli? Io basta. Ho deciso, non pago le tasse. E vediamo. Ci sono altri come me, sto raccogliendo le firme». E finora, «ne ho raccolte 400». Tutto sommato, non sono tante.
 

Un capannone ancora distrutto, a dicembre 2012, appena fuori da Mirandola
Lo stesso capannone, presenta uno squarcio nel tetto
E c’è chi, come la Guascor, ha trovato crepe profonde nell’edificio

Si diceva, c’è rabbia, ma pochi protestano. Nonostante tutto, l’Emilia aspetta i fondi. «Il problema dei contributi dello Stato è spinoso. È IL problema, anzi», spiega Claudia Zagni, responsabile per il Cna della direzione politica e finanziaria. I soldi stanziati sono tanti. Sono sei miliardi, della Cassa Depositi e Prestiti, in cui confluiscono anche i finanziamenti europei e disponibili dal 2013. Ma ottenerli è una corsa a ostacoli. «Prima di tutto, la copertura non è totale. Si parla di un rimborso dell’80% del danno per immobili e attrezzature, e del 50% per scorte e prodotti». Punto primo.

Poi, cominciano i guai: «In teoria, le domande possono essere presentate già dal novembre scorso. Tutte le richieste di contributo, per essere accettate, però, devono rispondere a una fitta serie di criteri. Indicazione del danno e, soprattutto, una perizia giurata, che va compiuta con tutti i sopralluoghi del caso, per definire e stimare il danno e il prezzo della sua riparazione». Chiaro. Ma: «il grosso problema riguarda gli immobili, per i quali ci sono ancora incognite da risolvere – continua Zagni – La Regione non ha ancora indicato le mappe di scuotimento, i nuovi criteri di adeguamento». Mancano, insomma, i parametri. «E i tecnici, piuttosto che fare una perizia incompleta, o sbagliata, perché si baserebbero su criteri non aggiornati, preferiscono non farla». Risultato, le domande restano ferme. Mancando la perizia, non possono essere presentate le richieste. E il rischio è di non ricevere proprio nulla. Intanto, il tempo passa. «La scadenza è il 15 maggio, al momento».

I criteri non ci sono. Ma perché? «È un intreccio di questioni tecnico-burocratiche tra Regione, Europa, e governo. Pensi che il vademecum per la scrittura della domanda di contributi è di “sole” 132 pagine. Tutto questo porta a una dilazione del tempo. I tecnici non scrivono la perizia, e le imprese rischiano di rimanere ostaggio dei tecnici». Un problema. Ma il ginepraio non finisce qui. Anzi, è solo l’inizio. Le imprese, «se anche riuscissero a presentare la domanda, e la domanda venisse accettata», continua Zagni, «riceverebbero fondi molto più bassi di quanto serve davvero». Se per un tipo di riparazione si spendono 100mila euro, non ne arriveranno dallo Stato 80mila, cioè l’80% promesso, ma molti meno. Per ogni casistica di danno esiste una tabella, che prevede un tot di costo, e varie opzioni possibili: com’è ovvio, è obbligatorio scegliere la più bassa, che «nella stragrande maggioranza dei casi, non corrisponde al prezzo di mercato, che è, invece, molto più alto». Cioè, si riceverà l’80% di una cifra più bassa di quella necessaria.

E non basta ancora: «In ogni caso, come si diceva prima, c’è un 20% che resta scoperto e che tocca a tirar fuori di propria tasca. E se qualcuno non ha i soldi? È un problema serio, perché il contributo non verrà dato all’impresa che chiede il finanziamento, ma a quelle che si occuperanno dei lavori di ricostruzione, attraverso le banche». E qui il bello: «le banche, se prima non verrà pagato il 20% che spetta all’impresa che fa la domanda, non sono autorizzate a dare il restante 80%». E così le aziende rischiano di restare a secco. Se non hanno liquidità a disposizione, non potranno nemmeno avere i contributi. Al momento, sono 4500 le imprese interessate, solo nella zona del cratere. «E molte, se aspettano ancora, rischiano di chiudere – aggiunge Wolmer Borsari, collega di Zagni, il cui compito è prestare assistenza a ciascuna di loro.

La zona rossa di Concordia

I container per le vie di Concordia

Non se lo aspettavano, gli emiliani, il terremoto. E questo perché, come spiegano in molti, «fin dalla scuola ci dicevano che la nostra non era zona sismica». Uno stupore. Ma, soprattutto non si aspettavano di finire, mezzi azzoppati, in una difficile corsa contro i tempi risicatissimi e le barriere incomprensibili della burocrazia amministrativa. L’orgoglio regionale resta forte, ma in questi mesi gli emiliani ha scoperto di essere in Italia. Dopo il terremoto, si pensava di ritornare il più in fretta possibile, alla normalità. Lo si diceva in ogni occasione, anche nei messaggi che, a Finale Emilia, erano stati lasciati sulle macerie della torre dell’orologio, simbolo di quei giorni e crollata per sempre. «Non hai fatto danni, cara torre. Ma ora lasciaci lavorare, e ti ricostruiremo più bella di prima».

La fiducia si è esaurita presto, frustrata delle incertezze burocratiche di una situazione straordinaria. Questo anche perché il terremoto in Emilia non ha precedenti, almeno per quanto riguarda il danneggiamento del comparto produttivo: inventarsi una ricostruzione (questo va detto) non era cosa né facile né breve.

Il messaggio dei vicini alla torre crollata di Finale Emilia
I resti della torre di Finale Emilia, simbolo del terremoto

«La situazione, però è più grave di quanto si pensi. Ci vorrà ancora del tempo per capirlo», diceva Meschieri. I fondi stanziati non risolveranno tutti i problemi. L’economia è ferma, e per la prima volta il calo reale del Pil regionale è più alto della media nazionale (- 2,6% contro -2,4%). La responsabilità è per il 50% del terremoto. I danni si sono estesi anche al comparto agricolo, «già provato dalla neve e dalla siccità», spiega Claudio Morselli, florovivaista della Vivai Morselli. «Danni alle stalle, ai capanni. Agli strumenti agricoli». E poi «ai casolari, spesso degli anni ’20, o ’30, che finora avevano fatto il loro lavoro, che sono crollati». Anche qui, mancano i fondi per la ricostruzione e, anche qui, i danni sono stati forti. Con il rischio, in più, dell’abbandono delle campagne.

Chi resiste però è Gilberto Barbieri, insieme alla sorella e a un socio, nella sua acetaia del Cristo, vicino a San Prospero, che si raggiunge per una strada strettissima. «Solo una strada ci campagna», dice. «Abbiamo avuto danni per 400mila euro. Botti rotte, molte rovesciate. Aceto dappertutto». La stima è stata dura, e anche il trauma di vedere buttato il lavoro di più generazioni (l’aceto può avere tempi di invecchiamento che superano i 25 anni). Ma si sono rimboccati le maniche, e hanno ripreso la produzione. «Dalla vigna, fino all’imbottigliamento. Per noi non è stato un anno semplice». Le botti sono custodite nei sottotetti, come tradizione e marchio Dop comandano. Il casolare, vicino, è inagibile, ma costruito in mattoni e sabbia, ed «è un miracolo se non è crollato. Io credo che l’aceto, ondeggiando sulle scosse, abbia attutito l’urto, come gli ammortizzatori sui grattacieli». Ha tenuto in piedi l’edificio, dice. «Mi ha salvato la vita».

Le botti di aceto dell’acetaia del Cristo, appena fuori da San Prospero
Insomma, il tempo è duro. Soffia il freddo e intanto, con il buio, scende la nebbia sulla bassa. A Mirandola, a Cavezzo e a Concordia, luccicano i festoni natalizi. Appesi sui ponteggi, illuminano le macerie ordinate per mucchi, già coperte dalla neve. Le strade sono quasi deserte, i negozi chiusi. «Non è un bel Natale per noi, questo», spiegano in un negozio di scarpe del centro di Mirandola. «Nessuno compra più nulla, e c’è da capirli. I soldi servono a vivere o a ricostruire. Chi si compra scarpe di lusso?». Le parole escono come fiumi in piena: anche loro sono arrabbiati. Anche loro ce l’hanno con lo Stato («non fanno nulla, qui ci sono solo i privati») con i politici («chi li vota ancora? Qui non si fanno più nemmeno vedere»), con la situazione in generale. Non è un bel Natale no, «e le cose non si riprenderanno presto. Ci vorranno anni. Quanti? Sei? Dieci? Forse venti». Scuotono la testa, sospirano. Poi escono, chiudono il negozio, e se ne vanno. Non c’è più niente da fare, per quel gorno. Il sole è ormai tramontato, non si vede già più nulla. Poi, si girano. «E le televisioni? Perché non ci sono più? Dica di venire qui. Di tornarci, davvero, qui da noi. Che è ancora tutto un disastro».
 

Addobbi natalizi per le strade del centro di Mirandola

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