Se ne sono andati (anche il generale del Golfo)

Se ne sono andati (anche il generale del Golfo)

Herbert Norman Schwarzkopf Jr.

(22 agosto 1934 – 27 dicembre 2012)

Di Trenton, New Jersey: definito anche “un Patton con la coscienza”. Figlio di Herbert Norman Schwarzkopf senior, alto ufficiale di polizia negli anni Trenta, con origini tedesche. Schwarzkopf figlio è stato il più celebre generale americano degli ultimi trent’anni: insieme a Colin Powell, e prima dello sfortunato David Petraeus (recentemente travolto da un “extramarital affair”).

Aveva molto per sembrare un militare d’acciaio: due orologi al polso, l’altezza, la larghezza, lo sguardo da stratega ostinato. Il primo piano gli è arrivato addosso con la prima guerra del Golfo, chiamata epicamente “Desert storm”: una spedizione storica, di cui è stato il comandante in capo, al debutto degli anni Novanta. Contemporanea alla fine ufficiale dell’Unione Sovietica, e di Mikhail Gorbaciov. Con quell’operazione, il mondo scopriva anche lui, un gigante con le stellette, costantemente in tuta mimetica, protagonista di accuratissime conferenze stampa sul campo mediorientale.

Un opposto non speculare al colonnello T. E.Lawrence (d’Arabia), massimamente inglese, e che era, prima di tutto, un magnifico narratore. La grana, o l’impresa, per Schwarzkopf, piombava inattesa: era successo che l’iracheno Saddam Hussein – gran massacratore dei suoi, già vezzeggiato, con rifornimenti d’armi, da americani ed europei – aveva ingoiato il Kuwait filoccidentale, e pieno di petrolio fino alla saturazione. Un’invasione geopoliticamente scorretta.

George Bush padre, il presidente, rispondeva convocando una coalizione in armi con francesi, inglesi, italiani, tedeschi, truppe arabe dei paesi amici, e altri: tutti a marciare nella Mezzaluna fertile, per far fuori il problema il più in fretta possibile. Schwarzkopf era una rivelazione, su versanti diversi.

Versante pubblicitario: nell’epoca in cui prendeva tono la grancassa sulla “fine della storia”, rispuntava lo storico tipo del condottiero americano pronto a combattere per certi diritti – e interessi – dell’uomo. In quel caso, dell’elegante emiro kuwaitiano Jaber, dei suoi sudditi, e delle loro riserve. Jaber aveva pianto, all’Onu, sulla disgrazia del suo paese spodestato. Aveva anche ragione: quella scena ricalcava un precedente anni Trenta. Quello del Negus d’Etiopia (senza petrolio) che denunciava, dalla tribuna della Società delle Nazioni, l’invasione e i gas dell’Italia fascista.

Versante della storia: rinasceva, vittoriosa, l’espressione “coalizione alleata”. Non invecchia, anche se i contesti e le ragioni per cui viene tuttora usata sono uno diverso dall’altro: la guerra afghana, la seconda spedizione irachena del 2002, le operazioni (senza sbarchi) in Libia nel 2011. L’ “ombrello” delle Nazioni Unite, quando viene approvato, è un arricchimento terminologico che non toglie enfasi all’espressione originaria.

Versante militare: gli alleati avrebbero vinto in poco più di due settimane, restituendo il Kuwait ai kuwaitiani, al loro re, e a se stessi, cioè alla tutela occidentale. Il New York Times ha ricordato il fatto, usando un termine anni Quaranta e un po’ gaffeur: blitzkrieg. Ma Schwarzkopf avrebbe chiarito la sua strategia: «Se avessimo voluto distruggere un paese, e rovesciare il governo, avrei condotto la guerra in un modo completamente diverso». In altre parole: il laico Saddam poteva ritornare utile (contro l’Iran, e contro il fondamentalismo agli albori), ancorché evirato dall’embargo internazionale che decimava soprattutto il suo popolo. In sostanza, il problema era congelato, e a carissimi prezzi, come si sarebbe visto nel decennio successivo.

Ultimo versante, del giornalismo: quanti aggiornamenti, con quella guerra istantanea e ravvicinata dalla televisione. Il deserto e i corazzati in casa, e poi i video dei primi soldati alleati prigionieri, tumefatti e forzati in diretta all’autocritica. I nostri si chiamavano Maurizio Cocciolone e Gianmarco Bellini. Avieri di un Tornado abbattuto nel deserto: decisamente più epici dei due fucilieri della Marina (incriminati per omicidio da una corte indiana), per cui l’Italia intera, da un anno, teme e tifa, senza troppa cognizione di causa.

E poi, ancora, la prima Cnn, e i reporter narranti: quelli liberi che facevano il mestiere, e quelli intruppati, con consegne di autocensura. Il mondo imparava i termini “embedded” e “endorsed”. E chi imparava il mestiere dell’informazione, arguiva che quei due termini erano da evitare. Al di là delle comodità che tuttora offrono nelle molte guerre a disposizione.

In tutto questo, più di vent’anni fa, il massiccio generale Schwarzkopf ha spaziato: repubblicano in politica (ma critico di Bush figlio), buon soldato nella realtà (in Vietnam, si era gettato in un campo minato, salvando un commilitone), e generale da film, è stata l’ultima immagine dell’America militare e vittoriosa. Il fatto che la sua guerra nel deserto sia stata un po’ la scena in costume dell’autunno della superpotenza, dà un tocco teatrale al suo posto nella storia.

D’altronde, lui non lo sapeva, ma quando ha cominciato a farsi conoscere, in quel 1991, molti appassionati di musica colta si sono chiesti: «Ma non sarà mica parente di Elisabeth Schwarzkopf?» (che, per chi non lo sa, è stata un magnifico soprano, particolarmente in Mozart, Strauss, e Schubert).  

Jack Clem Hanlon

(15 febbraio 1916 – 13 dicembre 2012)

Aveva quasi 97 anni, ed era stato il bambino di « The General”. Ma non c’entravano gli eroi militari degli Stati Uniti: quello era, ed è il titolo di uno dei più celebri capolavori del cinema muto. Con Buster Keaton interprete e regista, nel 1926. Orson Welles, sempre sontuoso, ha definito quel film «la più grande commedia mai realizzata, il più grande film sulla guerra civile americana, e il più grande film della storia del cinema».

Mica male avere una parte – anche solo un’apparizione – a 10 anni, a fianco di Keaton: altro che bambino prodigio di Hollywood, era un tocco delle Muse, con cui, oltre a tutto, Jack Clem debuttava. Era un bambino di Forth Worth, Texas, cresciuto in California con la nonna paterna. Keaton era al massimo della bravura, della notorietà, e anche della bellezza: non contendeva a Chaplin il primato, erano due primi senza pari. Jack aveva vinto una selezione della United Artists: non come tipo “monello”, ma come bambino sudista, ai tempi della guerra civile. Che erano i tempi del plot di quel film: l’ambientazione, in Georgia premuta dalle truppe nordiste, con Keaton nella parte di John Gray, macchinista di un’amatissima locomotiva chiamata “The General”.

Ma anche innamorato di una fidanzata di nome Annabel Lee. Il titolo italiano del film è più che celebre: “Come vinsi la guerra”. Nella storia, Keaton-Gray la vince, dopo un bel po’di fatiche, riconquistando la sua locomotiva, e ritrovando Annabel proprio su un vagone di quel treno requisito dagli unionisti del nord. Keaton –quasi inutile ripeterlo- è un maestro di dramma comico: le espressioni, il corpo, le soste, le trovate, le posture vicino ai cannoni. Jack è il bambino con la spazzola di capelli sulla fronte e il berretto con la visiera di traverso che segue Keaton mentre torna nella casa della fidanzata. «Non aveva molto tempo di occuparsi dei bambini sul set, e di me in particolare», avrebbe detto Jack ricordando le riprese. E avrebbe aggiunto : «Ma lo capivo, istintivamente».

Capiva i set, a istinto, e avrebbe sintetizzato la sua carriera nei sette anni successivi, fino al 1933. Cioè fino a 17 anni: un’adolescenza particolare, che coincideva con la terza età del cinema muto, a ridosso della sua archiviazione. Avrebbe avuto parti nel ciclo “Our Gang”, prodotto da Hal Roach, sarebbe stato “l’orfano” in “The Shakedown” di William Wyler, e poi sarebbe apparso insieme al primo Clark Gable di “Big Money”. Avrebbe ricevuto un bacio sul set anche da Greta Garbo durante una ripresa di “Romance”: mica male essere baciati, a 14 anni, da lei. Era il 1930. E dopo, fino ai 96 anni?

Tappe da film di David Mamet, trasformate in passaggi reali di vita americana: dal dopoguerra in poi ha fatto con soddisfazione l’agente per una ditta di traslochi, la Allied Van Lines. Prima, aveva giocato molto a baseball, era stato paracadutista durante la guerra, aveva sposato Jean, sopravvivendole per molto tempo, essendo lei morta nel 1977. Ritiro finale, dal 1994, a Las Vegas. Una città da cinema più che sonoro.

I quasi 50mila siriani

I massacrati da Assad e dalla sua gang, come l’ha chiamata, pochi giorni fa, l’ex capo della polizia che ha disertato il campo del dittatore.

Fanno ancora parte delle notizie quotidiane, ma, almeno in Italia, in seconda, o terza battuta: dopo la relativa novità della lista-Monti, le scontate baraonde televisive di Berlusconi, le cronache natalizie e post-festive. 

Li si ricorda qui mentre muoiono, a centinaia, ogni giorno: bombardati mentre fanno la fila per il pane, torturati, colpiti dalle armi chimiche del regime. Civili massacrati, molti bambini. Il gangster di Damasco (Churchill usava lo stesso termine per riferirsi a Hitler) va avanti: protetto, più che dai russi, da una certa idea della geopolitica. Suicida, oltre che connivente con gli stermini di massa. Quello, oggi, e in particolare. 

Si dice, con una logica un po’ costretta, che non si possa intervenire in quella zona del mondo: troppo a rischio di reazioni a collana (l’Iran, l’Iraq, il Libano, la Turchia, Israele, il subcontinente petrolifero). Si constatano i veti al Consiglio di Sicurezza:quello russo, quello cinese. Si vede, in televisione, l’estenuato mediatore algerino Lakhdar Brahimi, ricevuto a Damasco per non ottenere niente. Non rischia la vita, ma è una figura tragica: se non altro perché costretto, in nome delle “nazioni unite”, a interloquire con un serial killer.

Si tentano expertise sulla natura politica della Siria post-Assad: sarà uno Stato salafita, integralista? Non si muove, neanche simbolicamente, la compagine multicolore pacifista, pronta invece a scattare, e ad abbracciarsi, contro Israele. Puntuale, costante, impolitica, e un po’ amorale. 

Detto molto in sintesi: di quasi 50 mila morti in un solo Paese, in un anno e mezzo, ci si fa, diffusamente, un baffo tremante. C’è da aver paura di questa attitudine all’attesa, e di questa abitudine al “morto siriano” (per lo più civile) ogni mezz’ora, ogni giorno. Più o meno. 

Una considerazione: la geopolitica aggiornata divorzia progressivamente dai diritti dell’uomo, e anche dai suoi interessi. Quasi ovvio, ma anche suicida, nel medio-lungo termine. Perché la crisi generale può scoppiare, quando il quadro sembra tenuto a bada, anche disseminato di migliaia di morti. La pistola di Sarajevo non prevedeva la guerra mondiale. 

In questa rubrica viene ricordato oggi il generale Herbert Norman Schwarzkopf: ha fatto la prima guerra del Golfo, insieme ad altri alleati, lasciando alla fine Saddam Hussein al suo posto. Di massacratore, per almeno una decina d’anni. Finché il caso non prevedibile (le Twin Towers attaccate) non ha messo in moto un marchingegno armato che arrivava in ritardo. Oltre ad essere molto criticabile. Anche perché fuori tempo. Oltre che fuori luogo. 

In conclusione: difficile invocare una spedizione armata, o alleata, quando nessuno la vuole. Ma sperare in una geopolitica un po’ più consona ai diritti e agli interessi generali, sì. Anche perché, soprattutto, nessun siriano, ha voglia di morire (anche per la causa). Come tutti.
 

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