Portineria MilanoUna bersaniana: «Renzi sei il futuro, ma non chiamarci “loro”»

Una bersaniana: «Renzi sei il futuro, ma non chiamarci “loro”»

È passata da poco l’una a Milano, quando Matteo Renzi, sindaco di Firenze e rottamatore del Partito Democratico, si intrufola nelle stanze del Barrio’s, il centro sociale di Don Gino Rigoldi al quartiere popolare della Barona. Sono pochi i giornalisti, fotografi e militanti che lo seguono, anche perché la sicurezza blocca le porte. Ma in quel momento, lontano dalle telecamere, dalle polemiche sulle primarie contro Pier Luigi Bersani, Renzi appare più disteso.

Beve «il caffè» che avrebbe voluto bere con il segretario del Pd. E chiacchiera con una signora bionda e Ivan Scalfarotto, tra i suoi spin doctor in Lombardia. «Matteo», gli dice la donna «hai l’età di mia figlia, io ho votato Bersani al primo turno, so che sei tu il futuro di questo partito e dell’Italia. Mi raccomando però, smettila di chiamarci “loro”». Il primo cittadino ascolta, l’abbraccia e gli sfugge un «va bene».

È senza dubbio questo uno degli unici momenti di «distensione» nell’ultima giornata di campagna elettorale nel capoluogo lombardo. In una città dove sono arrivate più di 14 mila richieste di deroghe al ballottaggio, la tensione tra renziani e bersaniani è alle stelle. Alla Barona, quartiere periferico noto per il rapper Marracash, alias Fabio Rizzo, è arrivato un centinaio di persone. 

Non ci sono i ragazzini con i booster cromati o i tanti immigrati che vivono alle famigerate case (quelle di “Fame Chimica” ndr) punto di riferimento di questo quartiere periferico. Ci sono i renziani di ferro, il consigliere regionale Alessandro Alfieri, il sindaco di Cernusco Eugenio Comincini, il coordinatore cittadino della campagna elettorale per il Rottamatore Pietro Bussolati, più qualche esponente di destra intrufolato: facce note che si vedono spesso a Milano in occasione di eventi pubblici.

Prima di parlare con Lerner, il Rottamatore lancia messaggi di distensione di fronte alle telecamere Invita Bersani a bere un caffè e prova a stemperare tutte le polemiche delle ultime ore. Poi, salito sul palco, continua. «Se vince Pier Luigi Bersani, nessuno griderà ai brogli. Se perderemo vorrà dire che non abbiamo convinto gli italiani. Noi le regole le abbiamo criticate, ma sempre rispettate», spiega Renzi al giornalista dell’Infedele che gli domanda se «è vero» che i suoi sostenitori hanno inviato una mail dicendo che al ballottaggio si può votare solo con la registrazione e senza il parere dei comitati provinciali. 

«Le registrazioni degli elettori per votare al secondo turno delle primarie del centrosinistra fatte entro venerdì, secondo quello che ha detto Luigi Berlinguer, per noi sono regolari», ha incalzato il rottamatore dalla Barona. «So» – ha proseguito Renzi – che ancora molti comitati provinciali stanno discutendo. Se ho capito bene, persino Milano è ancora in sospeso. Continuo a pensare che un partito deve agevolare la partecipazione, non respingerla». Comunque, «se i comitati provinciali avranno motivazioni per dire» che le registrazioni pervenute entro ieri «non sono regolari, toccherà ai comitati provinciali decidere nel merito». 

Ma la situazione, soprattutto al comitato meneghino, è in alto mare. Su 14 mila richieste ne sono state accettate 225, in linea con quanto successo nel resto d’Italia e in linea soprattutto con quello che il garante Berlinguer ha detto durante una conferenza stampa «di servizio». Detto in soldoni, le giustificazioni accettate sono state pochissime rispetto alle quasi 130 mila richieste di votare.

A Milano Gabriele Messina, esponente renziano del comitato provinciale, viene poi cacciato nel secondo pomeriggio, quando viene scoperto raccontare ai giornalisti i dati sulle richieste di deroghe. «Contestiamo oltre il 90% delle motivazioni con le quali sono state respinte le richieste – ha sottolineato Messina – e l’analisi che è stata fatta dal coordinamento sulle domande pervenute sia per email che in formato cartaceo». L’impressione, però, è che Renzi abbia già messo in conto la sconfitta (anche se Alfieri urla a scuarciagola di voler vincere). «Il futuro», come gli dice la signora è suo. Ora ci sarà da capire se rimanere nel Pd o meno. Ora ci saranno da difendere le truppe che lo hanno sostenuto in questi mesi e che si trovano già sotto la minaccia incrociata dei D’Alema e Bindi

In ogni caso Renzi sostiene di non voler chiedere «niente» al vincitore. «Nel caso in cui vinca Bersani – dice il sindaco di Firenze – viene da me a febbraio e mi dice: ‘Vieni a darmi una mano?’. Io dico: ‘Guarda Pier Luigi, pongo una condizione’. ‘Quale?’. ‘Non voglio niente’. Cioè, a differenza di quanto è accaduto in passato, noi non andiamo a dire ‘facciamo un baratto e poi vedo, sulla base del posizionamento che voglio avere io’. È chiaro? Certo che Bersani, a quel punto, dovrà essere in grado di dimostrare che in questi mesi sul territorio non è stata fatta una logica di respingimento degli altri. Questo è evidente».  

Alla fine fa un paragone con il Milan di Silvio Berlusconi. «Anche Inzaghi è andato ad allenare le giovanili per lasciare spazio a El Sharaawy». Peccato che prima che accadesse sono dovuti partire Ibrahimovich e mezza squadra di glorie rossoneri. Renzi come il Faraone? Lo decideranno domani gli elettori di centrosinistra, ma la sensazione è che, sconfitta o vittoria, del Rottamatore si sentirà parlare ancora per molto tempo.