Venezia, quando Dracula non è un film ma un caso di cronaca

Venezia, quando Dracula non è un film ma un caso di cronaca

Dracula, i vampiri: un mito sempiterno, confermato dalla mostra sul tema alla Triennale di Milano (fino al 24 marzo). Nella realtà esiste il vampirismo, una malattia (non ancora ricosciuta nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) nota anche come sindrome di Renfield (si tratta di persone ossessionate dal sangue tanto da berlo, prevalentemente maschi e protagonisti anche di un episodio di Csi). Esistono i pipistrelli vampiro, diffusi nell’America latina, che mordono mammiferi di grossa taglia e ne leccano (e non succhiano) il sangue, la loro saliva contiene una sostanza anticoaugulante che, tanto per rimanere in argomento, è stata ribattezzata “draculina”.

E poi c’è il vampiro di Venezia, il Dracula di calle dell’Aseo, ovvero il protagonista di una storia di cronaca nera del 1963. Ne parla Alberto Toso Fei nel suo libro Misteri di Venezia, edizioni Lt2. Non ci sono i nomi dei protagonisti perché il “vampiro” potrebbe essere ancora vivo, seppur ultraottantenne, mentre nell’isola della laguna da cui sono originari sia il protagonista, sia una delle vittime, vive una folta schiera di parenti.

Dunque, siamo alle tre e mezzo del pomeriggio di un freddissimo 1° febbraio 1963. Venezia è bellissima, ricoperta da una bianca coltre di neve. Ma in calle dell’Aseo, a Cannaregio, più o meno dalle parti del Casinò, si ode un grido agghiacciante. A urlare è una donna, grida e chiede aiuto, i passanti sono pochi, ma quei pochi si guardano bene dall’intervenire: pensano si tratti di una lite tra fidanzati. Il fatto che la donna sia a terra, col sangue che le cola e tinge di rosso la neve circostante, lascia evidentemente indifferenti; allora come oggi che una donna rimanga vittima della violenza del “suo” uomo sembra faccia parte delle regole del gioco.

L’uomo, che in seguito si scoprirà essere un giovane pittore, morde furiosamente sul collo la donna, le succhia il sangue e le lecca le ferite. Il sangue di lei è ovunque: sugli abiti, sulla neve e sulle pietre del selciato non imbiancate. Lui le tiene ferme le braccia, mentre la donna urla e tenta di divincolarsi, ma senza successo. In quella passa di là un poliziotto fuori servizio, Elio Berdozzo, che si rende conto della situazione, interviene e afferra quella furia per i capelli, tirando disperatamente e liberando così la malcapitata che, in preda al terrore e con il volto trasformato in una maschera di sangue, si rifugia in un’osteria.

La donna esce di scena, ma ora il pittore-vampiro se la prende con il poliziotto fuori servizio. Tra i due scoppia una violenta colluttazione. Ancora una volta nessuno interviene. Come riferirà il cronista del giornale locale, il Gazzettino, i presenti ancora una volta si fanno i fatti loro, temono di violare l’altrui privacy (anche se al tempo questa parola ancora non si usava): «Evitarono di intervenire in quanto, essendo la guardia in borghese, ritennero trattarsi di un regolamento di conti», con ogni probabilità per motivi d’onore. Affari loro, insomma, anche se scorre il sangue. 

Il poliziotto si libera dalla presa del pittore, ma il Dracula di calle dell’Aseo non desiste: supera il ponte, pure quello dell’Aseo, e tenta di mordere sul collo un’altra donna. A questo punto però anche gli indifferenti passanti si rendono conto che qualcosa davvero non va: quando il poliziotto arriva di corsa per sottrarre la donna dalla stretta del pittore-vampiro, intervengono e finalmente immobilizzano l’uomo, seppur dopo una sua disperata resistenza.

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Una volta bloccato, il pittore cade in una specie di stato di trance. Si calma, non reagisce e comincia a pronunciare a fior di labbra un nome di donna: Maria. L’uomo viene portato in commissariato dove lo identificano come un trentunenne originario di un’isola della laguna. Dopodiché lo trasferiscono in ospedale, reparto psichiatrico, naturalmente, dove stabiliscono che è «sano di mente», seppur «in stato confusionale».

Viene così incriminato per tentato omicidio. Al processo (che, diciamolo subito, gli riconoscerà l’infermità mentale) un amico testimonia che il pittore è in preda allo sconforto, in piena crisi, perché ama alla follia (è il caso di dirlo) una donna, ovviamente di nome Maria, che però non sa nulla dell’infatuazione dell’uomo. Quest’ultimo si lascia andare, attraversa lunghi periodi di solitudine silenziosa, e quel freddissimo pomeriggio di febbraio era uscito di casa per andare a buttarsi sotto a un treno. Il viaggio dall’isola della laguna alla stazione ferroviaria veneziana è abbastanza lungo, buoni quaranta minuti, e alcuni testimoni riferiscono al giudice che sì, quell’uomo in quel giorno si aggirava davvero attorno alla stazione. 

Cosa sia poi successo non si sa. Bisogna solo affidarsi alle parole sconclusionate e contraddittorie del vampiro di Venezia. Racconta che si era sentito male e che alcuni sconosciuti stavano tentando di legarlo. Poi dichiara: «Sì, ricordo qualche cosa: ricordo due donne che assomigliavano alla Maria e che poi si erano trasformate in mostri che volevano assalirmi. E una voce interiore, prepotente, che mi diceva di aggredirle».

In una dichiarazione successiva afferma di essersi lasciato andare perché aveva un appuntamento con Maria, poi si corregge sostenendo che non avrebbe dovuto incontrarsi con la sua amata in piazza San Marco, ma nientepopodimeno che con Satanasso in persona. A questo punto i suoi avvocati non fanno una gran fatica a fargli riconoscere l’infermità mentale. Una curiosità: la prima donna assalita, quella originaria della stessa isola dell’uomo, si chiamava pure lei Maria.
Qui finisce la storia del vampiro di Venezia che, scontata una breve condanna, torna nella sua isola natale e non risulta abbia mai più dato segni di voler mordere sul collo giovani donne incontrate per caso lungo una calle.
 

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