Un sospetto: in Italia c’è meno disuguaglianza di quanto dicano i dati

Un sospetto: in Italia c’è meno disuguaglianza di quanto dicano i dati

Abbiamo in Italia una spesa pubblica (ex oneri da interessi sul debito) simile a quella degli altri paesi che hanno uno stato sociale sviluppato, così come abbiamo una concentrazione del reddito e della ricchezza simile sempre a quella dei paesi con uno stato sociale sviluppato, mentre non abbiamo una mobilità sociale paragonabile. Ossia, abbiamo come gli altri europei, uno stato pesante, ma, a differenza degli altri europei, una minor eguaglianza di opportunità. Il punto allora non è quello di ridurre il peso dello stato, ma quello di indirizzarlo nella direzione dello sviluppo dell’eguaglianza di opportunità. Si avrebbe così sia la protezione dalle avversità – il diritto al lavoro, alla salute, alla pensione è un obiettivo storico dei socialisti e dei popolari – sia lo sviluppo delle facoltà individuali – un obiettivo storico dei liberali. Mario Monti (popolare e liberale) e Pier Luigi Bersani (socialista) potrebbero perciò trovare un terreno (alto e nobile) di accordo. Questo credo sia il succo dell’argomentazione di Pietro Modiano.

L’argomentazione di Modiano è difficilmente contestabile. Vediamo se riesco lo stesso a “farle le pulci”. La conclusione del mio ragionamento è che la mobilità sociale forse è maggiore di quanto le statistiche non riescano a catturare, e che il sistema italiano – proprio perché è poco “finanziarizzato“ – protegge i meno abbienti molto più di quello statunitense. Se la mia conclusione è vera, allora lo sviluppo dell’eguaglianza delle opportunità resta un obiettivo di grande importanza, ma non è il solo grande obiettivo da perseguire.

La mobilità sociale è misurata dalla “vicinanza” fra il reddito dei figli e quello dei genitori. Se il reddito dei primi si scosta poco da quello dei secondi, si ha poca mobilità, e, viceversa, se si scosta molto. Si osserva inoltre che la “lontananza” fra il reddito dei figli e quello dei genitori è tanto maggiore quanto minore è la concentrazione iniziale dei redditi e della ricchezza. (Il primo grafico dell’articolo di Pietro Modiano). La relazione è chiara, ma è piuttosto difficile misurare con precisione la mobilità. Provo a fare un esempio.

Supponiamo che i figli dei braccianti diventino in buon numero degli insegnanti di scuola media inferiore e superiore. Assumiamo che il reddito degli insegnanti non sia molto distante da quello dei braccianti. Supponiamo che i redditi dei finanzieri siano esplosi e che i finanzieri di oggi siano in buon numero figli di finanzieri di ieri, che guadagnavano molto meno di quelli di oggi. Abbiamo da un lato una differenza marcata dei punti di partenza, perché i redditi e la ricchezza sono molto concentrati in partenza, ma avremmo dall’altro un misura distorta della mobilità. Gli insegnanti hanno, infatti, una posizione sociale decisamente migliore di quella dei braccianti poco istruiti e poveri, una posizione sociale che la differenza contenuta di reddito non cattura. I figli dei finanzieri hanno, invece, la stessa posizione sociale dei padri, posizione che la grande differenza di reddito, che si è formata negli ultimi decenni, non cattura.

Un paese – come l’Italia del secondo dopoguerra – uscito dalla (relativa) povertà sembra avere una scarsa mobilità sociale. Invece, si è avuta un’alta mobilità sociale (se, ma non so come si possa fare, misurata qualitativamente) nella parte più povera del paese, e una mobilità sociale che sembra molto elevata nella parte più ricca del paese, ma che è figlia della fine della separazione fra le banche di credito ordinario e le banche d’affari e dello sviluppo delle seconde. Queste richiedono, infatti, delle competenze maggiori delle prime e quindi pagano meglio, mentre riescono ad estrarre delle rendite di un certo peso per i propri occupati – ossia, questi ultimi guadagnano più di quanto guadagnerebbero in altri settori per mansioni equivalenti.

Un ragionamento di natura generale è quello relativo alla differenza fra lo stato sociale europeo – dove molti servizi sono offerti dallo stato – e il sistema statunitense – dove i servizi offerti dallo stato non sono molti. A fronte di un capovolgimento della fortuna, come la disoccupazione, si possono post porre i consumi. Si compra il frigorifero nuovo solo dopo che si è trovato un nuovo lavoro. Insomma, le spese sono elastiche e una flessione temporanea del reddito non mette in particolare difficoltà le famiglie, che in Europa usufruiscono – anche se c’è disoccupazione – della spesa pubblica per l’istruzione e per la sanità. Negli Stati Uniti, invece, le spese delle famiglie sono diventate negli ultimi decenni più rigide, perché non si può posporre il pagamento delle rate delle case, della scuola, e delle assicurazioni. Oggi una crisi economica morde più che in passato le famiglie statunitensi meno abbienti. Un sistema all’europea per i meno abbienti regge meglio le crisi di quello statunitense, e quindi rende più difficile che si formino delle differenze supplementari dei punti di partenza con nocumento per la mobilità sociale.

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