Portineria MilanoBerlusconi vuole il Colle per un Csm più mansueto

La partita del Consiglio superiore della magistratura in scadenza tra un anno

Ci sono tre lettere che da qualche giorno occupano i pensieri del leader di centrodestra Silvio Berlusconi. Sono quelle che compongono l’acronimo del Consiglio Superiore della Magistratura, il Csm presieduto dal Capo di Stato Giorgio Napolitano. Passa infatti dal futuro schema di gestione di palazzo dei Marescialli e dell’amministrazione della giustizia italiana, la vera preoccupazione di Berlusconi di vedere un «moderato» al Colle.

Lo «scambio» tra l’appoggio al governo Bersani (o comunque a uno di centrosinistra ndr) e la partita per la presidenza della Repubbblica sta anche qui: il Cavaliere vuole un sostituto che “sia all’altezza” di Napolitano e possa “proteggerlo” dalla “persecuzione giudiziaria” di cui lui e i suoi si sentono vittime. Non solo. Tra un anno, estate 2014, va in scadenza il consiglio. E oltre agli otto componenti laici in quota ai partiti, il vicepresidente Michele Vietti dovrà passare la mano. Ma da qui ad allora ci sono quasi 500 giorni di mezzo, tra processi di ogni tipo e la paura del Cavaliere di poter alla fine capitolare.

Non è tanto un “salvacondotto” giudiziario dai contorni indefiniti – che lo stesso Napolitano ha smentito “duramente” in una lettera su Repubblica – ma il Csm la vera partita che Berlusconi sta portando avanti in queste ore con il Partito Democratico di Pier Luigi Bersani. Quando l’ex presidente del Consiglio parla di «golpe» se la sinistra metterà uno dei “suo”i al Colle fa riferimento in particolare a un nome, cioè quello di Romano Prodi, ex presidente del consiglio, citato in pubblico nella manifestazione di sabato 23 marzo a Roma.

A palazzo dei Marescialli, tra i consiglieri di area centrodestra, infatti, “un giurista di sinistra” viene considerato un “pericolo”, perché potrebbe sbilanciare il peso del potere a favore di quelle toghe che spesso e volentieri in questi anni hanno chiesto provvedimenti contro Berlusconi soprattutto per gli attacchi alla magistratura. Lo stesso fatto per Prodi vale per Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà. L’ideale sarebbe che Napolitano tornasse sui suoi passi e accettasse di essere di nuovo eletto, ma le ultime affermazioni durante il ricordo delle Fosse Ardeatine non fanno ben sperare. 

Meglio – secondo voci di corridoio – potrebbe essere la figura di Giuliano Amato, costituzionalista, già noto nelle istituzioni della Repubblica italiana. Amato avrebbe anche quell’esperienza politica che gli permetterebbe di arginare i colpi da una parte all’altra, dal centrodestra e dal centrosinistra. Virtù che non “apparterrebbe” invece a Mario Monti, un economista, che dopo le ultime vicende, dalla richiesta della presidenza del Senato e il caso Marò, vede ormai preclusa ogni sua aspirazione di salire alla presidenza della Repubblica.

Altro nome «gradito» è quello di Sergio Mattarella, inventore del Mattarellum, ma soprattutto democristiano vero, con il padre Bernardo che fu dirigente della Democrazia Cristiana, membro della Costituente e più volte ministro della Repubblica. È poi il fratello Piersanti che fu assassinato dalla Mafia nel 1980 mentre era Presidente della Regione Sicilia e aveva avviato un processo di rinnovamento delle istituzioni regionali per nulla gradito da Cosa Nostra.

«Napolitano in questi anni ha saputo mediare con grande intelligenza» spiega un componente del consiglio. «Insieme con D’Ambrosio prima e Marra dopo ha tenuto rapporti quotidiani con Vietti e ha sempre mediato con capacità tra consiglio e ufficio di presidenza». Uno degli ultimi casi citati è quello legato alla manifestazione promossa dal Popolo della Libertà al palazzo di Giustizia. Quando il segretario del Pdl Angelino Alfano e i deputati pidiellini si fiondarono di fronte agli uffici di Ilda Boccassini, la reazione della parte più radicale della magistratura fu veemente.

Bersani parlò di «ferita gravissima alla Costituzione» Napolitano, invece, mostrò il suo rammarico per l’episodio, ma fece appello a un comune e generale senso di responsabilità perchè non appaia messa in questione nè la libertà di espressione di ogni dissenso nè l’autonomia e l’indipendenza della magistratura».

Ma in questi anni l’ex Pci di area migliorista non ha solo saputo metabolizzare lo scontro ventennale tra berlusconiani e anti berlusconiani. Napolitano è stata anche una spina nel fianco per le lottizzazioni delle correnti della magistratura. Lo scrisse nero su bianco all’inizio dello scorso febbraio, quando in piena tornata di nomine dei capi degli uffici giudiziari evidenziò i «prolungati ritardi» che hanno una «pesante ricaduta» sul «prestigio del Csm»: la critica era rivolta alla spartizione dei posti tra le correnti.

Del resto basta guardare l’ultima tornata di nomine per il servizio studi di palazzo dei marescialli. In barba ai curricula dei candidati e proprio su proposta dell’ufficio di presidenza presieduto dal presidente della Cassazione Ernesto Lupo, sono stati nominati nominati Daniele Capuccio (esponente di Magistratura democratica), Maria Casola (moglie del magistrato antidoping Mario Palazzi) e Alessandro Cimmino (il pm della procura di Santa Maria Capua Vetere che aveva chiesto l’arresto della moglie dell’allora Guardasigilli Clemente Mastella). 

E poi, come se non bastasse, ci sono le ultime battaglie tra il nuovo presidente del Senato Pietro Grasso e il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli sulla gestione della procura di Palermo nella lotta alla mafia, arrivate proprio nelle ultime ore fino al Csm. Ma gli scontri all’interno della magistratura si registrano pure a Milano, Napoli e Roma. Persino la procura di Busto Arsizio è finita negli ultimi mesi nell’occhio del ciclone per il caso Finmeccanica. 

(ha collaborato Andrea Camaiora)